Sabato, 28 Settembre 2013 16:02

Riflessioni

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Stare da soli con se stessi, chiudendo tutto fuori è un grande esercizio per il corpo e sopratutto per l'anima.

Ritrovi te stesso e capisci che non ha senso rinunciare alle piccole, grandi cose per cui hai lottato, ai tuoi sogni, alle piccole gioie che nascono anche dal nulla...

Vivere. Questo ha un senso e vivere bene con se stessi è una grande battaglia vinta, se capisci che in fondo hai tutto ciò di cui hai bisogno.

(Anna C.)

 
Sabato, 28 Settembre 2013 15:47

Autunno

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Dolcemente finì l'estate.

Ciclamini spuntavano

curiosi. Non li raccolsi.

Lasciai le corolle

a sfiorire tra

le morte foglie.

Il vento sferzava

il risveglio dalla

calura afosa.

La sua canzone

abbracciava il cuore

le sue carezze

addolcivano la speranza.

Sentivo la voce degli

alberi intorno.

La quiete cullava

l'anima sempre

stanca di parole.

Chiapparo Anna Maria (tutti i diritti riservati)

 
Sabato, 28 Settembre 2013 15:36

Riprendiamoci la nostra vita

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Chi non ricorda, anche per studiato a scuola o per sentito dire, le bottegucce allineate nelle vie dei paesi o dei quartieri delle grandi città, degli artigiani locali? Le insegne, spesso anch'esse fatte a mano in ferro battuto, legno intagliato o semplicemente col marchio verniciato...un semplice cartello con scritto a penna: calzolaio, sarto, orafo...Profumo d'altri tempi, quando ci si soffermava sull'uscio a chiacchierare e fumare una sigaretta spettegolando del più e del meno. L'odore del pane appena sfornato per l'aria, misto a quello dei dolci in bella vista nelle vetrine.Le porte spalancate nelle giornate di sole e i vetri appannati negli inverni più rigidi che invitavano ad entrare nel calduccio accogliente, anche solo a salutare. Tutto sembrava più buono, più genuino, più rispettato, perchè fatto con amore. C'era tempo per tutto ed anche il tempo sembrava scorrere più lentamente scandendo le ore silenzioso. Dal falegname c'era odore di legno piallato e i trucioli disegnavano riccioli incolti sul pavimento usurato. Dal calzolaio, l'odore della pelle delle scarpe si mischiava a quello del mastice. Gli attrezzi ordinati in bella vista o messi casualmente sul banchetto quasi sempre rotondo, sembravano animati, parlavano di vita con le scarpe risuolate per farle durare molto ancora. C'era il fabbro con la sua brace rovente, coi suoi ferri arrugginiti, con l'incudine pesante e il martello noioso che batteva incessante tutto il giorno...le grida festose dei bimbi per strada che rincorrevano un pallone, che giocavano a nascondino. Figli di tutto il quartiere, nipoti di tutti. Una grande famiglia che divideva gioie e dolori...

Torniamo ad oggi. Gli scaffali dei mega store americani ci hanno attratti coi loro colori sgargianti e pian, piano ci hanno inglomerati dentro i loro barattoli, pacchi, bottiglie di mille nomi diversi. Ci hanno illusi ed ammaliati fino a farci fare Km per trovare un dato prodotto a prezzo minore. Camminiamo con le liste della spesa su foglietti o memorizzate sul telefono.I più moderni sull'ipad...siamo storditi dalle mille offerte giornaliere e bersagliati a raffica dalle pubblicità. Siamo diventati consumisti incalliti di prodotti anche superflui che non sappiamo nemmeno da dove arrivano. Mangiamo prodotti confezionati chissà dove e da chi. Chissà che viaggi fanno per arrivare a noi! E lasciamo fare, ci scervelliamo a cercare il buono, pur sapendo che in questo mondo ovunque inquinato, ormai poco di buono c'è, oppure ci rassegnamo al prezzo minore, in nome della crisi senza sapere cosa metteremo nel piatto a pranzo. Sicuramente conservanti ed additivi e poco di cosa crediamo essere.

Abbiamo aperto le porte alle cineserie di poco prezzo e man, mano i conti diventano salati sulla nostra pelle, sulla nostra salute.

Abbiamo perso la magia del tempo in cui tutto sapeva di pulito e ci siamo incamminati sul viale spoglio del non ritorno in nome del consumismo. Siamo peggio dei robot.Loro sono macchine, ferraglia, noi cosa siamo diventati?

Ecco, forse fermarci almeno a meditare un po' potrebbe servire a svegliarci dal torpore.Magari sognare il miracolo del Natale che verrà... Penso che non sia mai troppo tardi. Torniamo allora a pensare a quei profumi, a quei ricordi, a quei tempi, non con semplice nostalgia, ma con rabbia! Rabbia per aver perso per sempre qualcosa di bello e semplice che non abbiamo saputo custodire. Cominciamo a spegnere nella nostra mente, i neon fastidiosi delle fredde insegne che ci circondano, le pubblicità spesso inquietanti e perverse che mirano al lavaggio del nostro cervello, al richiamo degli scaffali stracolmi di merce, alla roba firmata che salassa gli stipendi. Rilassiamo la mente staccando la spina alle assordanti discoteche, rifugio dell'io inquieto che ne esce sempre più sconfitto. Puliamo l'aria dai gas tossici che l'avvelenano e cerchiamo i profumi genuini del nostro passato. Torniamo alle bottegucce di paese calde di vita e poesia. Torniamo al fatto a mano col cuore invece che al made in China in serie da piccole mani che lavorano incessanti in nome di un mercato sempre più invadente. Riprendiamoci la nostra vita prima che venga risucchiata da un freddo mega store!

Chiapparo Anna Maria 2012(tutti i diritti riservati)

 
Venerdì, 30 Agosto 2013 17:09

La poesia esiste perché è bella

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Oggi è morto oggi ,all'età di 74 anni, Seamus Heaney,considerato uno dei maggiori poeti del Novecento, al punto di essere premiato con il Nobel alla Letteratura nel 1995. Nato nell'Irlanda del Nord nel 1939, Heaney ha portato il suo paese e le sue tradizioni all'interno della sua poetica riuscendo però a fondere nei suoi versi il provincialismo irlandese con l'universalità dei sentimenti umani, il passato con il presente e il futuro.

La poesia di Heaney è senza tempo. Parla di un'Irlanda arcaica, che emerge dai ricordi d'infanzia dell'autore e dalle suggestioni che coglie nei suoi vagabondaggi. Parla della natia contea di Derry. Delle torbiere. Dei fiumi dove si pesca il salmone.

Dei campi arati. Dei tetti di paglia e delle fucine dei fabbri.

Dell'acqua, onnipresente ("L'oceano e il canale/ schiumeggiano alle chiuse nere/ d'Irlanda").

Un mondo fisico che va oltre il linguaggio, e che non può essere pienamente descritto, perché ciò che separa la realtà dalla parola è la vita stessa.

E con la sua poesia Heaney, acculturato discendente di contadini, cerca di farsi mediatore tra natura e scrittura, e a comunicare l'incomunicabile. Nella consapevolezza che la penna è più leggera della vanga, ma che con qualcosa bisogna pur scavare. In parte Heaney riesce nel suo intento: infatti il Nobel gli è stato conferito per le opere «di lirica bellezza e profondità etica, che esaltano i miracoli quotidiani e il passato che vive»

Tra l'indice e il pollice riposa
La mia penna tozza e comoda come una pistola.
Sotto la finestra il suono netto e stridulo
Della vanga che affonda nella terra ghiaiosa:
mio padre, che scava. E guardo giù
Finché la schiena gli si abbassa tra le aiuole
E torna su vent'anni prima
Piegandosi a tempo tra le piante di patate
Dove sta scavando.
(…)
Ma io non ho la vanga per seguire uomini così.
Tra l'indice e il pollice
Ho la penna.
Scaverò con quella.
Le notizie sul poeta sono state tratte da varie fonti del Web .



 
Mercoledì, 31 Luglio 2013 11:47

Lettera aperta di Giusi Barbato

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Lettera aperta al giornale di Giusi Barbato, donna dotata di un coraggio non comune che, non disposta ad abbattersi, combatte contro il suo male perché, come dice, deve essere lei a vincere in quanto "non esiste un male invincibile":


Sono una paziente dell'ospedale Germaneto, da ben diciannove mesi. Presso questa struttura avevo trovato tutto ciò di cui avevo bisogno, senza dover effettuare spostamenti verso il Nord, con tutti i disagi a cui questi ultimi sono legati. Dopo aver indagato con molta cautela e competenza, l'equipe medica ha emesso il verdetto: carcinoma mammario, con metastasi sparse qua e là. Da allora sono stata sottoposta alla terapia chemioterapica, presso il day Hospital, che raggiungevo a bordo dell'ambulanza, e dove la gentilezza, la disponibilità, la professionalità, dei giovani e degli attempati, rendeva la mia permanenza presso la struttura ospedaliera meno triste e meno dolorosa. Poiché con la chemio a flebo, settimanale, s'è manifestato qualche problema, il mio corpo non ha assorbito il farmaco, i medici hanno ritenuto opportuno, dopo un ricovero e diversi accertamenti di vario tipo, di cambiare trattamento terapeutico. Così mi hanno somministrato la cura a pillole: Tyverb, xeloda; le prime salvavita e di contenimento, le seconde chemioterapiche vere e proprie. Da un anno sono migliorata, la malattia almeno si è bloccata, con grande soddisfazione dei medici, in particolare della Dottoressa Cucinotto, che mi ha seguita con dedizione, preparazione, serietà ed ampia disponibilità. Con questo tipo di trattamento i miei viaggi per Catanzaro si verificano una volta al mese, con notevole risparmio economico e di energie, per il controllo generale, per la somministrazione di zometa, flebo per rinforare le ossa di calcio. Ero contenta e incredula nel contempo: anche nell'estremo Sud esisteva una struttura meravigliosa, pulita come uno specchio, efficiente, dove ognuno cercava di prestare la propria opera in sinergia con gli altri per curare i pazienti ed offrire il miglior servizio possibile. L'ultima seduta, purtroppo è successo qualcosa che nessuno mai si sarebbe aspettato: la Dottoressa, quasi con le lacrime agli occhi, mi ha comunicato che non mi poteva prescrivere i farmaci perché l'AIFA non faceva entrare nel sistema! La Regione non ha pagato, non ha erogato la somma promessa, quindi hanno sospeso la distribuzione delle medicine che ci tengono in vita... Potete ben capire, sono disperata, siamo disperati non sappiamo né che fare né dove andare. A parte il fatto che costano un occhio della testa, ma nessuno te le da'. Stiamo perdendo tutti i diritti, ma perdere quello alla salute è il più drammatico! Se si sta male non si può né lottare né operare né sperare...

 
Sabato, 15 Giugno 2013 09:35

Riflessioni

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"L'amicizia è un dono immenso da coltivare ogni giorno nel giardino rigoglioso della vita!"

Questa frase l'ho pubblicata qualche anno fa su un famoso sito on-line di aforismi. Da allora sta facendo il giro del web. La ritrovo in blog, forum e link su Fb. La cosa non può farmi altro che piacere, ma oggi la riscriverei aggiustandola meglio.

"L'amicizia è un dono immenso da coltivare ogni giorno nel giardino rigoglioso della vita, ma spesso siamo pigri giardinieri senza voglia di lavorare il nostro giardino."

Quando finisce un'amicizia, la cosa che fa più male, è la constatazione che hai aperto il tuo cuore, la parte più segreta di te, a quella persona. Dobbiamo imparare ad essere sempre più gelosi del nostro essere e una vocina mi sussurra che bisogna pur imparare a diventare un poco più egoisti e pensare a curare meglio noi stessi, piuttosto che gli altri. Spesso riponiamo fiducia a prescindere, ma facilmente, nulla è come appare. Comunque anche questo fa parte del gioco ed aiuta a maturare.

La frase che mi porto dietro da anni, rispecchia tutto questo. L'avevo fatta mia, ma non si finisce mai d'imparare anche se per fortuna aumentano gli anticorpi...

"Conoscere un nome non significa conoscere un uomo. L'uomo sta nascosto in fondo, dentro il suo nome e le sue azioni e quasi sempre vive solo e in segreto."

 
Sabato, 15 Giugno 2013 04:16

Piccolo Mondo

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Io e' ormai da tanti anni che sono un frequentatore di facebook. Durante questo tempo sono venuto a conoscenza di tanti paesani che vivono in differenti posti in giro al mondo.

Tempo fa ho deciso di creare un blog (gruppo) di quelli che portano il cognome come me, CARNOVALE. Il gruppo e' stato creato particolarmente per i Carnovale ma se persone con differente cognome vorrebbero fare parte sono certamente benevenuti. Al momento il gruppo contiene 105 partecipanti. Un numero di questi e' da diverse parti d'Italia, un caro amico e' direttamente da Acquaro, un'altra splendida e cara signora e' da Limpidi ma vive con la sua famiglia a Nicotera, Calabria. Un vasto numero e' dall'Argentina e un paio dall'America, USA. Ci sta un uomo che mi ha fatto tanto piacere conoscerlo, non perche' e' piu' favorito degli altri ma perche' io e lui ne abbiamo tanto in comune.

Il nome di questo signore e' Domenico (Mimmo) Carnovale e vive sposato con la sua famiglia a Belo Horizonte, in Brasile. Mimmo mi ha detto che i suoi genitori erano ambedue da Acquaro ma lui anche se ha visitato il paese tante volte era nato fuori da Acquaro. Suo padre, Francesco Carnovale faceva il Carabiniere e prestava servizio in altri paesi della Calabria. Il padre di Mimmo, Francesco ha poi sposato Mariantonia Imeneo, figlia di Francesco Imeneo e Raffaella De Nardo. Francesco Imeneo aveva perso un braccio durante la guerra 15-18 e gestiva il tabbacchino in Via Amello, assieme al tabbacchino gestiva anche la cantina dove gli uomini giocavano a carte a padrone e sotto e bevevano il vino, spesse volte non tanto sincero.

Io conoscevo bene la famiglia Imeneo perché la mia famiglia abitava a meno di cento metri di distanza dal tabbacchino. Era una famiglia numerosa ma io conoscevo quelli piu' piccoli perche' i figli piu' grandi erano fuori per studi, apprendistato o lavoro. Conoscevo pero' i tre piu' piccoli come Rosina, Pina e Umberto, conoscevo se di meno anche Raffaele.

I genitori di Mimmo hanno vissuto in diversi posti come il servizio di carabiniere richiedeva. Credo Mimmo ha frequentato l'universita' a Torino.

Passano gli anni. Spesso si estende la lontananza e poi, ad un bel punto si prova il grande piacere, la grande soddisfazione di reincontrarsi, di condividere storielle e fatti dal passato con gli stessi sentimenti, con le stesse radici, provando lo stesso straordinario orgoglio.

Grazie a facebook e alle tecnologie moderne per fare questi incontri possibile.

 
Venerdì, 14 Giugno 2013 18:26

Pensieri

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Tra i molti difetti (e sono tanti) che il buon Dio mi ha dato, come è giusto che sia, perché nessuno può essere perfetto... quello che per fortuna non ho, è l'invidia. Posso arrabbiarmi per tante ingiustizie, per tante miserie umane, ma l'invidia, proprio non mi appartiene e lo ringrazio di questo dono. L'invidia oltre che peccato, la considero una malattia. La annovero tra i mali che affliggono il mondo e purtroppo c'è tanta gente che campa d'invidia e crepa di rabbia. E non c'è nulla di peggio delle persone che considerano invidiose altre, per nascondere il loro male. Le compatisco, perché appunto le considero malate, ma allo stesso tempo le esorterei a vivere serene, perché la vita è molto di più e c'è molto di più per cui affannarsi, piuttosto che stare a vedere le pagliuzze negli occhi del prossimo cercando di nascondere le travi che trafiggono i loro occhi e soprattutto i lori cuori pesanti. Il mondo per fortuna non gira attorno a noi ed è molto triste constatare che purtroppo esiste ancora e sempre esisterà.

 
Venerdì, 14 Giugno 2013 06:57

Gradevole Sorpresa

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Quando in Acquaro la mia famiglia abitava in Via Amello. Io sono nato in quella casa e fino all'eta' di 18 anni ho anche vissuto. C'era una scaletta di tre o quattro gradini. La mia famiglia abitava nella casa direttamente come si entrava nella scaletta. Sul lato sinistro abitarono due o tre famiglie di come ricordo, l'ultima famiglia era quella di Rocco Costa e Michelina Gagliardi che sono ancora viventi e vivono in Australia con i loro figli e le loro famiglie. Al lato di destra abitavano Saverio Viola, sua moglie Maria Squillacioti e i loro tre figli, Vincenzo e le due femmine Caterina "Nuzza" e Matilde "Mitirda". Saverio Viola e' morto abbastanza giovane, io ero un sei o sette anni. Saverio Viola era stato in America "USA" e nel frattempo ha fatto emigrare in America i tre figli maschi piu' grandi. Saverio e tornato al paese ma i figli sono rimasti in America.

Io non ho mai conosciuto questi tre giovani, forse erano partiti prima che io fossi nato. La loro madre, Maria Squillacioti assieme a mia madre sedevano sui gradini della scala e conversavano a volte per lungo tempo, specialmente nelle serate di estate. C'era tanta stima e tanto rispetto tra le due donne e tra le due famiglie. Spesse volte nelle loro conversazioni durante le volte che mi trovavo vicino sentivo menzionare i nomi dei tre figli che vivevano da lei e dalla famiglia tanto lontano. Maria diceva a mia madre " Marantunia, cusa' cuamu sa passanu chiji hijji mie. Ah! Cuamu voria m'i viju!" Naturalmente, Maria sentiva tanto la loro mancanza.

Durante che io ero ancora al paese Caterina "Nuzza" si era sposata con Pasquale DeNardo e pochi anni dopo anche Matilde si era sposata con Bruno DeNardo che era fratello di Pasquale. In conclusione due sorelle sposarono due fratelli. Matilde, la piu' piccola vive da tanti anni a Vibo Valentia. Lei avra' circa 83 anni ma da tempo che non sta completamente bene. Vincenzo sposo' dopo delle sue sorelle. Vincenzo era spesso fuori di Acquaro per parecchi anni ma poi come ricordo io aveva una macchina da noleggio.

Recentemente attraverso facebook ne ho ricevuto una grande sorpresa. Nella pagina di una giovane donna americana, Megan Viola ho visto una foto con cinque persone. La persona seduta nel centro della foto era un uomo anziano che evidentemente sembra soffre di qualche tipo di paralisi. Sopra la foto c'era scritto "Happy 98th Birthday Papa'" Buon 98simo compleanno nonno. Dopo averla vista ho scritto alla nipote chiedendo come si chiamava quest'uomo. Le mi risponde dicendo che era Pat "Pasquale".

Dopo tutto questo tempo ne ho avuto un gran piacere di potere avere visto almeno in fotografia quel giovane che sua madre tanto amava ma la sua lontananza le recava immenso dolore. Io sono rimasto meravigliato. Il suo 98simo compleanno come ho letto sopra della foto era il 14 Marzo. Il luogo dove vive e' Rocklin California.

 
Martedì, 28 Maggio 2013 05:18

GLI OLEIFICI

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Nella foto vecchie ruote che servivano a macinare le ulive per fare l'olio.

Ricordo alla mia epoca che per ben piu' di tre mesi ogni anno durante l'inverno quasi tutta la comunita' del nostro paese era continuamente impegnata con la raccolta delle ulive.

La maggior parte del paese era circondato di uliveti. Cerano delle zone dove i rami delle piante di ulivi secolari si estendevano sopra la strada. Tante volte durante la notte soffiava il vento e causava una grande cascata di ulive. I nostri genitori si preparavano di buon'ora e provvisti di lanterne e scope e col buio andavano portando anche i figli per allontanare con le scope le ulive dal centro della strada verso l'orlo. Questo si faceva in modo che la gente che passava per la strada per andare in campagna non le schiacciasse. Piu' tardi, quando faceva giorno le ulive accanto la strada si raccoglievano mettendoli nei panieri.

A quei tempi non ci stavano tante comodita' o altri mezzi che ci sono adesso. Le ulive si raccoglievano a mano, con le dita, uno per uno. Si riempiva il paniere ed il contenuto si metteva in una cesta (coppareja). Le povere donne poi portavano le ceste sulla testa pieni di ulive all'oleificio accululandoli in un posto (u zzimbuni) fino a che non veniva il proprio turno di macinarle e fare l'olio. Spesse volte le donne dovevano fare piu' d'un viaggio al giorno. Specialmente per le donne erano tempi assai difficili. La donna d'allora aveva tante altre faccende. Doveva cucinare per la famiglia, doveva andare al fiume per lavare i panni, doveva badare ai figli, specialmente se erano ancora piccoli, doveva prepararsi la legna per quando doveva fare il pane in casa. La donna di allora non credo trovava un minuto di svago. Con tutto cio', quella donna cosi' tenace non si lamentava.

Per la macinatura delle ulive per fare l'olio, a quei tempi ci stavano undici oleifici. In Via IV Novembre ce ne stavano due, quello dei Comito (1) e un cento metri andando verso Salandria sulla sinistra c'era quello di Domenicantonio Colaci (2). A circa cento metri dalla chiesa Matrice andando verso Manetta c'era quello di Nicola Crupi (3). In Via Oleifici ne stavano tre. Il primo era prossimamente come si scendeva dalla strada Provinciale che di come ricordo io non era funzionante (4). Circa 200 metri piu' avanti era quello del Dottore Calcaterra (5) e ancora piu' avanti andando per Semiatoli, prima di arrivare ad Annasi ne stava un'altro che era gestito da tre o piu' soci (6). Dall'altro lato del fiume, dopo il ponte, al posto chiamato Serra c'era l'oleificio che era una volta dell'avvocato Calcaterra e dopo del Dottore Pasquale Stramandinoli (7). Ritornando verso il paese in Via Ortenzia, a i Poteja era quello di Cesarelli (8). Naturalmente, prima du Cannale era l'oleificio della famiglia Galati (9). A Santo Nicola, contrada vicinio Limpidi c'era l'oleificio che era di Don Pietro David (10) e non tanto lontano tornando verso Acquaro a Savoca' c'era quello di Domenico Crupi che ad un tempo a merito della famiglia Galati ha fatto anche il sindaco (11). Tranne tre di questi oleifici gli altri erano pienamente funzionanti.

Ricordo quando mia madre faceva il pane in casa. Dopo che il forno era riscaldato, per primo faceva "a pitta", una specie di focaccia. Capitava a volte che quando mia madre faceva il pane e al frantoio si macinavano le ulive e si faceva l'olio, mia madre mandava me o una delle mie sorelle a portare due o piu' pitte al frantoio. Arrivando la che non era tanto lontano, le pitte erano ancora calde. Queste pitte si innaffiavano con quell'olio fresco, di colore verde e direttamente dal tino, si metteva sopra un po' di peperone piccante macinato e sembrava che era davvero un mangiare squisito.

Tempi duri, tempi di vita semplice, tempi abbastanza primitivi, tempi che ci hanno insegnato a vivere.

 
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