Mercoledì, 20 Febbraio 2013 13:36

Quando la politica si affida solo ai proclami

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È la formula magica che ci è capitato di ascoltare più frequentemente in questi giorni di campagna elettorale, da tutti i pulpiti da cui vi è stata una "predica": «Il bene del territorio». Bene, ovvero cosa giusta, corretta, ineccepibile dal punto di vista morale, per un territorio, quello della Calabria, della provincia di Vibo e dell'Alto Mesima, periferia di quest’ultima, più nel dettaglio, che ne avrebbe veramente bisogno ma che non si vede. Altrimenti non si spiegherebbe lo stato di abbandono in cui il territorio, quello dell’Alto Mesima in particolare, versa da anni, accelerato in maniera smisurata negli ultimi tempi da una non più velata tendenza, volontariamente portata a compimento, all’estinzione dei centri che vi fanno parte. Perché sconvenienti, antieconomici, indegni dall’investirvi risorse e utili soltanto al momento del voto, da dare, però con l’occhio rivolto al «bene del territorio». E poco importa se, passata l’euforia preelettorale, il bene, per questo territorio, si traduce inevitabilmente in un’azione volta esclusivamente a "stancare" la gente che vi vive, ed a spingerla a "scappare" per altri lidi, certamente più allettanti politicamente ed economicamente che non dei piccoli paesini insignificanti, dove pure la gente paga le tasse, per vedersi, ogni giorno di più, ridurre i servizi. Meno scuole, meno ospedali, meno uffici, tutti spostati in luoghi più centrali ed opportuni dal punto di vista economico. Perché da queste parti il compito dei cittadini è solo quello di pagare le tasse ed andare a votare quando è il momento. Non hanno diritto alla salute, all’istruzione, a strade degne di questo nome, ad occasioni di lavoro e di sviluppo. A meno di avere santi in paradiso. Non hanno diritto ad avere diritto, perché sono antieconomici e perché, comunque, quando è il momento alle urne ci andranno. Questo è l’importante. E poco importa se i figli di questo territorio, di questa Calabria che tutti vantano di conoscere meglio degli altri, siano costretti, ancora nel 2013, a seguire le orme che furono dei loro padri e dei loro nonni, facendo le valige ed andando a cercar fortuna, in Australia, magari, o in Canada. Tutto uguale a cinquant’anni fa, tranne la valigia che non è più di cartone. Solo che siamo nel 2013 e, di «bene del territorio» in tutti questi anni, come "u pilu" di "Cetto", ne è stato propinato a fiumi. A vagonate. Solo a parole, però. E lo dicono i fatti. Sicuramente non condividiamo l’antipolitica fine a se stessa. è inopportuna, non produce effetti. Però, se questa negli ultimi tempi è imperante e travalica i più alti livelli mai raggiunti, non basta semplicemente criticarla da tutti i pulpiti. Occorrerebbe chiedersi perché essa è imperante. Occorrerebbe chiedersi: «Io amo davvero il territorio?» e, se si «se, come me, l’hanno amato quelli che mi hanno preceduto e, al momento del voto, lo hanno detto ad altri cittadini che hanno preceduto gli attuali, perché è tutto fermo a 50 anni fa?». Fatevi queste domande e datevi voi stessi la risposta.

Valerio Colaci

Calabria Ora del 12 febbraio 2012

 
Lunedì, 18 Febbraio 2013 11:20

Il museo del dialetto di Dasà

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Metti la nostra bella terra piena di cultura antica. Metti un paesino dell'entroterra Vibonese dal nome piccolo, piccolo: Dasà, dal greco "dasòs" che sta ad indicare luogo di boschi, posto alberato. Metti l'emigrazione che pian, piano ha portato via molti dei suoi figli, riducendo gli abitanti a circa 1500 anime. Metti una serata tra amici, una chiacchierata nella bella piazza del paese, la nostalgia del passato e del suo vivere povero, ma genuino; i cari ricordi di un tempo che fu e la voglia insistente di far rivivere in qulche modo quei tempi come a voler mettere non un sigillo polveroso, bensì una lente d'ingrandimento proiettata al futuro, per non dimenticare...

Nasce così l'idea del "Museo del dialetto di Dasà".

La caparbietà di un gruppo di amici e la fattiva collaborazione di quasi tutto il paese che generosamente ha donato i vecchi cimeli di famiglia facendoli rivivere, piuttosto che tenerli nascosti in cantine e bassi (catuaji) polverosi. Il prestito di alcuni, ancora attaccati ai vecchi ricordi e restii a separarsene, hanno dato vita ad un piccolo mondo antico che rivive silenzioso all'interno del centro abitato.

Vi entri e ti si apre davanti la realtà contadina del passato coi suoi attrezzi di lavoro efficienti perchè usati con passione e soprattutto per necessità di sopravvivenza.

Ritrovi testimonianze silenziose che ti portano a riflettere sull'ingegno dell'uomo che da sempre ha usato la sua intelligenza e la forza del suo corpo per andare avanti.

Nell'era del cemento armato e delle costruzioni antisismiche ti senti piccolo, piccolo, davanti ai rudimentali mattoni di argilla, plasmati a mano dal fango e misti a paglia (briasti) ad uno, ad uno e fatti seccare al sole per costruire le antiche dimore.

T'incanti davanti alla maestria di chi ha costruito ed usato gli imponenti torchi e le antiche macine del mulino, ma anche davanti ai semplici, ma indispensabili arnesi, piccoli, piccoli, che polverosi, e dimenticati, giacciono sul banchetto del calzolaio (scarparu), che ti sembra di rivedere nella sua botteguccia nel "catuajiu" (basso) saturo dell'acre odore di mastice, con la porta aperta sulla strada a far due chiacchiere col passante di turno.

Nelle ciotole e i mortai del farmacista (u speziale) che usava i prodotti della natura e le erbe officinali contro i malanni comuni, mentre le nonne toglievano il malocchio ai nipoti con "formule magiche" e preghiere segrete...

Or ti par d'udire un borbottio sommesso che viene da un'altra stanza. Odore di fumo acre che sale su per il camino acceso. Rivedi vecchie pentole e pignate messe al fuoco, acceso con fascine di frasche di ulivo e di "bruvera" (erica selvatica) trasportate dalle donne, sulla testa, e messe sotto, nel "catuajiu" al riparo della pioggia, vicino alla catasta di "zzucchi" (ceppi grossi), pronti all'uso.

Ecco la casa del contadino, dell'uomo umile che ha, avendo una casa e un pezzo di terra, il suo immane tesoro.

Casa povera fatta di "briasti" e tetto di tegole, ma riparo e rifugio dopo un duro giorno di lavoro. E' la sera, infatti che sembra vivere, la stanca e silenziosa dimora che aspetta impaziente il ritorno dei suoi abitanti dal lavoro nei campi.

Dopo cena al tenue bagliore di "una lumera" (lume ad olio) finalmente un po' di riposo a riscaldarsi davanti "o vrasciari" (braciere) dove la moglie ha raccolto le ultime braci del fuoco "du focularu" (camino) usato per cucinare.
Una pulita e un'ingrassata alle scarpe da lavoro.Una breve chiacchierata con la moglie, fumando una sigaretta fatta con la cartina e il tabacco, mentre lei lavora ai ferri o tesse al telaio la grezza trama della ginestra o il più prezioso lino.

A terra, sul rozzo pavimento i bimbi che giocano cu "u piruaci" (trottola di legno) fatto per loro dal nonno e la bambina che pettina i capelli fatti di ginestra, su una bambola di pezza cucitale dalla nonna o dalla mamma.
Si va a letto presto nelle lunghe e fredde sere d'inverno dove non basta certo una tegola riscaldata al fuoco a scaldare i piedi stanchi...

I primi ad addormentarsi sono sicuramente i bambini, poi gli uomini stanchi che pensano già al lavoro del mattino, organizzando e rassegnando i pensieri di quella vita monotona e dura. L'ultima ad andare a dormire è quasi sempre la donna, regina della casa, che finisce di preparare il pranzo del domani se anche lei andrà in campagna col marito. Rassetta le poche cose, rammenda, lavora a maglia creando calze e maglioni utili alla famiglia, oppure, se abbastanza agiata e brava, tesse al telaio per se ed anche per altri su commissione.
Un'occhiata ai piccoli bozzoli del baco da seta, se li alleva, perchè danno un altro piccolo extra molto gradito...

Eccolo lì, il maestoso "tilaru" (telaio) che spesso s'impadroniva di un'intera stanza, perchè ingombrante, ma venerato e riverito perchè amico fedele che portava calore e qualche soldo in più che non guastava mai.

Par di sentirlo ancora cigolare sotto i piedi sapienti delle nonne che tra una girata di "nimula" (arcolaio), una passata di canna e un rosario, creavano orditi (cimuse) e trame (trama) di coperte, tappeti, tovaglie, lenzuola ecc.
Dopo qualche ora la stanchezza accumulata con la schiena ricurva per tutto il giorno, anche in campagna, si faceva sentire ed era ormai giunta l'ora del riposo. Un'ultima occhiata ai figli, una bevuta dalla "gozza" (recipiente per l'acqua, piccola giara di creta) una "'ncapizzata" (sistemata) al letto sotto la "travarca" (spalliera), per non scoprire i piedi, si spegneva la "lumera" e finalmente si poteva riposare.

Una giornata era finita nell'attesa di un nuovo giorno fatto delle solite cose, dei soliti lavori, della monotonia spezzata solo dalle feste grandi o patronali e da qualche lieto evento ogni tanto, come matrimoni, fidanzamenti e battesimi. Tutto nella semplicità del tempo e con la gioia di ritrovarsi con amici e parenti per consolidare rapporti spezzati dal duro lavoro.

Il viaggio nel passato del Museo del Dialetto di Dasà, finisce e te ne ritorni carico di nuove emozioni a seconda di come l'avevi intrapreso. Ti resterà emozione, commozione, ricordo, curiosità, delusione...chissà, magari rimpianto di quel tempo che fu e non tornerà più.

Esci da quelle stanze e mentre par tutto finito e il passato rimane chiuso tra quelle mura, t'accorgi che invece qualcosa ancor ti parla e vive.

Lo ritrovi nella "vecchiarejia assettata cu a seggetta o postiajiu da porta" (vecchierella seduta con una sediolina bassa vicino al gradino della porta); nei bambini che giocano a "mmucciatejia" (nascondino) nei "vichi" (vicoli); guardando i "mignani o barcuni" (balconi) fioriti e sventolanti di "panni 'mpisi" (bucato steso) e di "pipi arrestati" (peperoncini rossi infilati a resta ed appesi ad essiccare).

Lo ritrovi tra mura dall'intonaco scorticato dal quale fanno ancora capolino i "briasti" affacciati sul nuovo che avanza ed abbellisce le brutture del passato.

"O hjuma duva si lavavanu i panni" (lavatoio) abbellito come moderna cartolina turistica che invita ad entrare nella storia e nella civiltà del passato e del presente...in una donna che ancora s'ostina a portare "na cista supa a testa cu a curuna" (una cesta sulla testa con "la corona" fatta di cenci per non farsi male). Negli anziani seduti "a chiazza o friscu a chiacchiarijiare" (in piazza al fresco a chiacchierare).

"O juacu du ruaju" (antico gioco a squadre usando un formaggio intero)

Ma soprattutto lo ritrovi nella "Ncrinata all'Arcu" (rappresentazione sacra del martedi dopo Pasqua che ricorda l'incontro tra Gesù Risorto e la madre insieme a S.Giovanni)

Ecco, proprio quello che il Museo del Dialetto, voleva farti ricordare durante quella visita.
Non solo il passato ormai remoto dei suoi avi, ma anche e soprattutto il suo dialetto ormai sbiadito da intrusioni emigranti da vari posti d'Italia e dall'estero.

Come un filo di quell'antico telaio che ha tessuto una lunga e larga trama in giro per il mondo, ma che aspetta sempre, solitario e silenzioso la visita di un figlio che ritorna al natio nido o quello dei suoi antenati per ricostruire una nuova tela più fresca e forse meno ruvida nella ragnatela dei ricordi tramandati...
Perchè non rimanga solo posto di fantasmi stanchi coi loro nomi in disuso, ma fonte di una nuova e zampillante sorgente per quel che è, e che verrà.

Scritto da Chiapparo Anna Maria (2012)

(Tutti i diritti riservati. Vietato riprodurre anche parzialmente senza citarne la fonte o l'autrice)

Le immagini ed alcune notizie sono prese dai siti web

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http://www.comunedasa.it/

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http://museodeldialettodasa.blogspot.it/

 
Domenica, 17 Febbraio 2013 22:00

Le stagioni del cuore

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Inverno

Cadde la neve

quell'anno.

Un pallido sole

scaldò il cuore

in maschera.

Racconti

di vita lontana.

Immagini sbiadite

dal tempo.

Ricordi lontani

ormai archiviati

sotto coltri di neve.

Rugiada gelata

i pensieri stantii.

Brina nei sogni

appannati.

Eppur non

faceva freddo.

Primavera

Ricordi quel tempo?

Raccoglievamo viole,

volavano farfalle.

Sulle nubi, figure.

Intorno la voce del vento.

Un passo, un salto

e il ruscello borbottava

la sua canzone

d'amore al mare.

Le fronde danzavano

all'oblio del vento.

Noi vicini eppur lontani

stanchi di tenerci

per mano.

Sbiadì la primavera

e l'estate sciolse

le trecce al sole.

Il cuore smise

di cantare la

nostra canzone.

Estate

Curiosi di cercar

grilli e cicale.

Sfide nel tramonto,

sotto un cielo

trapunto di stelle.

Sogni e desideri

mai avverati

finiti nel caldo

pomeriggio festivo.

Stanchi di parole

adorne di lucciole

sbiadite, spente

nel silenzio

della notte

che albeggiava altrove.

Soli, lontani.

Distanti e mai raggiunti.

Fraintesi e mai capiti.

Era estate, lentamente

correvano le ore.

Autunno

Dolcemente finì l'estate.

Ciclamini spuntavano

curiosi. Non li raccolsi.

Lasciai le corolle

a sfiorire tra

le morte foglie.

Il vento sferzava

il risveglio dalla

calura afosa.

La sua canzone

abbracciava il cuore

le sue carezze

addolcivano la speranza.

Sentivo la voce degli

alberi intorno.

La quiete cullava

l'anima sempre

stanca di parole.

Chiapparo Anna Maria

(Tutti i diritti riservati)

 
Lunedì, 11 Febbraio 2013 16:20

Ci stanno rubando pure il futuro

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Oggi più che mai, il futuro incerto dei nostri figli, mi fa paura.Tutto va a rotoli.Viviamo accanto a gente falsa che non ci pensa due volte a pugnalarti anche alle spalle. Circondati da pregiudizi, da bigottismo, da ignoranza, da superbia, da fiacchezza culturale, da predicatori che dall'alto del pulpito, senza sapere come in realtà vive il popolo, promettono mari e monti a destra ed a manca.Esaltati, ingoiati dalle spire del potere che si credono invincibili ed intoccabili, massacrano a parole e purtroppo, anche con fatti travestiti da leggi assurde, le vittime che soccombono inesorabilmente sotto il peso dell'inerzia che pian, piano s'insinua e travolge.Ogni tanto uno scatto d'orgoglio, ma come fuoco di paglia, subito spento dal lento massacro che ci crocifigge. Eppure non scorreva nelle nostre vene quel sangue che ha lottato e pure vinto, per gli ideali che mettevano al cuore le ali? Non era nostra la voce che chiedeva pane per i figli affamati? Non erano nostre la dignità e la fierezza che ci distinguevano? Non erano nostri, gli avi che lottarono a mani nude contro gli invasori? Non erano loro, che fondarono le basi del nostro futuro?Dov' è finito tutto? Il coraggio di mettersi in gioco.Di armarsi e partire come meglio si poteva? Che fine hai fatto Italia? E' assurdo morire di progresso.Soccombere di ricchezza. Patire di giustizia. Lottare senza ideali... Vivere senza speranza significa assuefarsi ad una lenta agonia. Ingoiare un micidiale veleno che lentamente e silenziosamente intacca tutto il nostro essere e ci cambia, ci trasforma in mostri.In zombi viventi che arrancano senza meta, allo sbaraglio di un mare in tempesta... Il mare della violenza per una partita di pallone. L'insulto ad un uomo di colore solo a titolo spregiativo, solo per farsi notare perchè fa moda far parlar di sè. Seguire come tante pecorelle il predicatore di turno e bere tutto ciò che dice e senza accorgergene, seguirlo come i topi seguirono il pifferaio magico. Che fine fecero tutti i topi ipnotizzati dalla soave musica? Mi fa paura uno Stato che si dichiara in bancarotta e ci stringe cappi al collo ed intanto "da in prestito" miliardi ad una singola banca per risollevarla, mentre molte famiglie incapaci di pagare il mutuo, finiscono per strada. Mi fa paura vedere giovani, ma anche madri di famiglia, andare incontro ad un evaso, osannandolo come un dio moderno a cui tutto dovrebbe essere concesso ed intanto abbassare la testa davanti ai soprusi che subiamo ogni giorno, dichiarandoci inermi. Tartassati non più da bombe nemiche che cadono dal cielo, ma da milioni di "piccoli pallini" micidiali, che s'infiltrano nella nostra vita e ci tarlano l'anima inevitabilmente.Inutile dare nomi a "questi pallini". Sarebbe anche impossibile... Ci hanno logorato e continueranno a farlo perchè hanno tutti i mezzi che noi stessi gli concediamo: le scadenze, il dovere, l'obbligo...dobbiamo filare come soldatini.E loro? Fanno ciò che vogliono.Ci vendono fumo a caro prezzo Cominciamo ad esigere anche noi! Cominciamo a chiedere conto più spesso.Pretendiamo trasparenza, in qualsiasi cosa facciano, mensilmente.Chiediamo anche noi ricevute e fatture a chi ci governa! Pretendiamo soprattutto rispetto e un rimborso di dignità!

(Anna Chiapparo)

 
Lunedì, 11 Febbraio 2013 16:15

Campagna elettorale

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Grillo chiama "tsunami" il suo tour ( molto di cattivo gusto) e spara in quarta su tutto con sentore di fanatismo. Berlusconi vuole diventare ministro dell'economia e ci "ritoglierà" l'IMU che sotto, sotto aveva programmato demandandola al tecnico Monti che purtroppo lo ha deluso. Monti era quello capitato per caso nel posto sbagliato, ma poi si è rimboccato le maniche e per amor di patria, ci ha salvati, tanto che, ora chiede il conto pretendendo di salire al governo a tutti gli effetti. Fini spiega: "Correggere l'Imu è possibile, dire 'aboliamola' è propaganda". Maroni vuole lasciare il 75% delle tasse in Lombardia ed intanto spende i soldi che aveva promesso ai terremotati, per la campagna elettorale.La Bindi dice hanno solo fatto un prestito alla MPS e che se non lo restituirà in tre anni, lo Stato avrà una banca in più.Sì certo, un'altra banca fallita sul nostro groppone e i nostri soldi sotto chissà quale sole. La Mussolini s'arrabbia se parlano male di suo nonno. Vendola vuole portare speranza, piuttosto che una buona amministrazione. Casini ha fatto la sua ardua scelta. La Meloni ci restituirà l'IMU in BOT, ma solo quella sulla prima casa. Tremonti ha già preparato il modulo da compilare e da scaricare. Pannella sta pensando a quale ennesimo sciopero fare. Scilipoti dice che i calabresi siamo persone perbene. Ingroia si lamenta che nessuno vuole confrontarsi con lui.Di Pietro lotterà contro la casta, ma intanto fa a pugni anche lui per entrarci.Renzi vuole tutti rottamare. Bersani non sta mica "a pettinar bambole" mentre sui nostri cieli aleggia l'ombra minacciosa degli f35 che non si sa ancora chi li ha voluti...chissà se ho dimenticato qualcuno.Comunque sia, siamo messi proprio bene.Ai posteri l'ardua sentenza.

(Anna M. Chiapparo)

 
Sabato, 19 Gennaio 2013 10:20

Storia

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Un po' di storia del nostro Acqauro menzionando anche Semiatori.

 

Carissimi politici italiani

che avete in mano le redini delle nostre sorti, fatevi un esame di coscienza per questo Natale e autosospendetevi a tempo indeterminato per amore del Paese e del popolo che osannate tanto e che dite di avere a cuore.

Il popolo ha capito che forse è meglio stare senza di voi, almeno finchè non farete dei gesti concreti e finalmente credibili ai nostri umani occhi, visto che voi siete degli dei intoccabili sull'Olimpo romano.

Certo, voi non avete tempo per guardare la Tv e i Tg.Voi sapete solo sedervi nei vari salotti davanti alle telecamere e promettere mari e monti, poi, dei tg quotidiani che vi mostrano la realtà della vecchietta che cerca scarti nella spazzatura, del padre di famiglia in cassa integrazione che non sa come pagare le bollette e fare un regalino ai figli, della massaia che non sa come far quadrare i conti e s'inventa la giornata per tirare la carretta, degli studenti spenti dai vostri discorsi logorroici, dei pensionati senza speranza che arrancano come derelitti stanchi e demoralizzati dallo sfruttamento dello Stato...cosa v'importa?

Il vostro unico impegno è accumulare voti.

Siete assillati dai voti.Ve li sognate anche di notte e fate a pugni per raccoglierne il più possibile.

Parlate di primarie, di spread, di elezioni anticipate, di percentuali varie, di date, di debito pubblico, di economia, ma sapete almeno di cosa parlate o meglio, sparlate?

Siete così presi da voi stessi che siete diventati come delle marionette imbizzarrite che si dibattono sulla Penisola da Nord a Sud e viceversa.Ma per cosa?

Per sanare i conti? Per turare il buco enorme del debito pubblico? E come? Coi nostri sacrifici che non basteranno mai comunque, visto che siete voi stessi un pozzo senza fondo?

Molti di voi sono ormai malati di politica e non riescono a guardare aldilà del loro naso.Sono entrati in un circolo vizioso più grande di loro e sono stati assorbiti dalle sue spire stritolanti. Non sarebbe grave se la cosa rimanesse ristretta a questo, ma il guaio è che nelle spire portate dentro tutto il sistema politico e sociale della nostra povera Patria spolpata da chi riesce meglio.

Il Paese non è diviso in destra e sinistra, ma è diviso in affamati e in predicatori.

Ci sono gli affamati di giustizia, di legalità, di rispetto, di fiducia, di pane...e poi ci siete voi eterni predicatori e venditori di fumo.

Ma non si campa col fumo.

Solo voi campate con le vostre storie infinite. Il popolo è stanco dei vostri dibattiti incolori e senza forma. E' stanco dei vostri sprechi alla faccia della povertà in cui ci state portando. E' stanco degli scandali insulsi in cui siete coinvolti. E' stanco di subire la vostra burocrazia e la vostra inettitudine nel tenere le redini del Paese. E' stanco delle vostre poltrone intoccabili e tramandate di generazione in generazione.

Per favore, abbiate rispetto del vostro popolo!

Stiamo subendo un terrorismo psicologico da mattina a sera, ascoltando e leggendo a destra e a manca i vostri nomi che rimbombano ovunque e ci assillano come un 'infinita tortura.

Basta, per favore!

Se volete risultare almeno un poco credibili, piuttosto che vendere fumo, ragalate qualcosa di vostro.Fate dei gesti concreti.

Quale occasione migliore del Natale per fare un regalo?

Piuttosto che rovinarci quel che resta di questa festa scolorita dalle vostre beghe, lasciateci almeno un po' in pace in questi giorni e sparite dalle TV, dai giornali, dal web.

Andate in vacanza!

Abbiamo pagato la vostra salata IMU.Abbiamo fatto il nostro dovere di buoni cittadini.Il mese prossimo pagheremo in belle file, come tanti soldatini ubbidienti, il caro abbonamento alla Tv, per evitare di perderci ancora i vostri cari dibattiti. Cosa volete di più?

Noi facciamo tutto quello che ci chiedete.

Voi perchè non lo fate?

Vi siete presi tutto, vi prenderete tutto...

Come si fa con i condannati, lasciateci almeno un ultimo desiderio. Oscuratevi almeno per Natale! Lasciateci coi nostri cenoni frugali e i nostri regalucci handmade.

Divertitevi alla nostra faccia brindando col migliore champagne.Volate in isole tropicali da sogno, ma per favore lasciateci vivere in pace questo Natale così penoso a cui ci avete costretti. Cosa vi costa? Paghiamo tutto noi!

Ho nostalgia dei bei film di Natale, dei racconti puliti, delle dolci canzoni che ci avete stonato.

Siamo stanchi di vedere dibattiti e talk-shows politici a qualsiasi ora del giorno e della notte.Dei vostri visi tirati e delle vostre rughe nascoste dal fondotinta. Siate veri almeno in questo! Siate orgogliosi delle vostre rughe come i contadini e gli operai dei loro calli!

Ed allora cambiamo musica.

Con quale coraggio vi sedete a tavola a mangiare ostriche e champagne sapendo che intorno a voi ci sono anziani che hanno lavorato una vita e famiglie con bambini, che muiono di freddo e fame? Con quale coraggio andate in giro con la scorta quando sapete che gli operai sono in costante pericolo perchè lavorano in ambienti malsani e pericolosi? Con quale coraggio accompagnate i vostri bambini a scuola con l'autista e la scorta, quando sapete che in Italia la scuola fa acqua da tutte le parti e ci sono famiglie che non sanno come comprare i libri di testo? Con quale coraggio andate a farvi curare gratis nelle migliori cliniche quando a noi chiedete di andare in giro con l'ISEE in mano per elemosinare un minimo diritto pagato sempre da noi? Con quale coraggio date 250 euro di elemosina ad un invalido? Cosa sono per voi 250 euro? Un pieno di benzina per il SUV, una penna, una camicia...? Invalidità presume non atto al vivere quotidiano, ed allora? Come si fa a vivere con così misera somma?

Questa, secondo me, è la più grande mancanza di rispetto per un essere umano!

Con quale coraggio tassate le nostre sudate case frutto di sacrifici immensi che nemmeno immaginate? Dovreste fare un monumento a chi col sudore della fronte è riuscito a costruirne una. Sarebbe meglio gravare tutti sulle vostre spalle?

Con quale coraggio ci raccontate ancora favole quando ci avete tassato e rubato anche i sogni?

Per favore, abbiate rispetto per il vostro popolo stanco e demoralizzato.

(Anna M.Chiapparo 19/12/2012 )

 
Lunedì, 20 Agosto 2012 08:45

Francesco Galati

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Ieri, domenica, 19 agosto mentre in Acquaro si festeggiava San Rocco a Melbourne si spegneva il nostro caro amico e paesano, Francesco Galati. Francesco tra paesani era conosciuto come "Cicciu i Mastru Brunu" e aveva sposato a Nina Carnovale conosciuta come "A figghia i Pascale i Padeia" che a quei tempi la famiglia di Nina abitava a Via 4 Novembre.Francesco era una bravissima persona ed era stimato e rispettato dai paesani e da quelli che lo conoscevano. Francesco era anche un bravissimo musicista che ha imparato la musica sotto la direzione del Professore Giuseppe Ierfone tanti anni fa. Francesco suonava il suo adorato flauto con tanta passione e da professionista. Ha suonato per tanti anni nella Banda Bellini, una nota Banda qui a Melbourne e molto conosciuta dalla comunita' italiana.Francesco lascia la moglie Nina, le figlie Lina, Giulietta e Brunella assieme le loro famiglie.

 
Lunedì, 09 Luglio 2012 20:50

Padre e figlio

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Un bambino ed il suo papà erano seduti sul treno. Il viaggio sarebbe durato un'ora circa. Il padre si siede comodamente e si mette a leggere una rivista per distrarsi.

Ad un certo punto il bambino lo interrompe e domanda: "Cos'è quello, papà?". L'uomo si volta per vedere quello che gli aveva indicato il bambino e risponde: "E' una fattoria." Incomincia di nuovo a leggere quando il bambino gli domanda un'altra volta: "Quando arriveremo, papà?". Il padre gli risponde che manca ancora molto.

Aveva di nuovo cominciato a leggere la sua rivista quando un'altra domanda del bambino lo interrompe e così per tantissime altre volte. Il padre disperato cerca la maniera di distrarre il bambino.

Vede sulla rivista che stava leggendo la figura del mappamondo, la rompe in molti pezzetti e li da al figlio invitandolo a ricostruire la figura del mappamondo. Così si siede felice sul suo sedile convinto che il bambino sarebbe stato occupato per tutto il resto del viaggio.

Aveva appena cominciato a leggere di nuovo la sua rivista quando il bambino esclama: "ho terminato". "Impossibile! Non posso crederci! Come hai potuto ricostruire il mondo in così poco tempo?" Però il mappamondo era stato ricostruito perfettamente. Allora il padre gli domanda di nuovo: "Come hai potuto ricostruire il mondo così rapidamente?"

Il bambino risponde: "Non mi sono fissato sul mondo, dietro al foglio c'era la figura di un uomo, ho ricostruito l'uomo e il mondo si è aggiustato da solo!"

Dal web

 
Domenica, 13 Maggio 2012 17:19

Semplicemente grazie

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Son tredici anni che manchi.

Pensavo di non ricordarti più.

Pensavo che fosse più facile,

ma il tempo non colma e non cancella.

Forse riempie di ciò che si desiderava.

Forse ha cambiato la mia vita.

Forse ha forgiato il mio carattere...

ma tu non ci sei più a vedere e godere

della mia vita.

Viziare i tuoi nipoti, dar consigli...

Non è stata facile la tua vita, lo so,

ma ti ricordi la mia?

Non mi è mancato mai nulla, eppure...

Volavano alti i miei sogni di ragazza,

ma mi hai sempre tarpato le ali.

Mi hai tenuta sotto una campana di vetro,

e il vetro si è incrinato silenziosamente.

Non ricordo smancerie, ma so

quello che provavi e non dicevi.

A volte sono come te.

Altre m'impongo di non esserlo.

Eppure son qui grazie a te.

Vivo grazie a te e sono diventata

anch'io mamma grazie a te.

Che dirti, allora, mamma?

Semplicemente: grazie!

Chiapparo Anna Maria (13 maggio 2012)

 
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