Venerdì, 06 Aprile 2012 11:03

La Santa Pasqua

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Siamo arrivati ad un'altra Pasqua.

Pasqua che rappresenta la celebrazione della risurrezione di Gesu' Cristo dopo morto crocifiggiato e' la festa piu' importante del cristianesimo. E' stata a volte chiamata la festa muovibile perche' non cade sulla stessa data ogni anno come di solito accade nella maggioranza di altri festeggiamenti. Invece le chiese cristiane dell'europa e del west festeggiano la Pasqua la prima domenica in seguito alla luna piena dopo l'equinozio invernale del 21 marzo. Percio', Pasqua viene osservata tra il 22 marzo ed il 25 di aprile ogni anno.

La chiesa cristiana Ortodossa usa il calendario Giuliano per calcolare l'occorrenza e festeggiare la Pasqua. Di solito gli Ortodossi festeggiano la Pasqua una o due settimane dopo la Pasqua festeggiata da altre chiese cristiane che usano il calendario Gregoriano.

Buona Pasqua da Pietro Carnovale. Melbourne Australia.

 

È stata consegnata ormai 15 giorni fa agli archivi l'edizione 2012 del "Comunitarium", la manifestazione che da 12 anni rappresenta il clou dei festeggiamenti per San Leoluca, concretizzando l'incontro tra la comunità vibonese e quella di uno dei 50 centri della provincia, quest'anno Acquaro. Un evento partecipato, durata per tutta la giornata del primo marzo, a partire dalla santa messa mattutina celebrata dal vescovo Luigi Renzo, con la compresenza di numerosi parroci della diocesi. Nel pomeriggio, poi, in un duomo stracolmo (da Acquaro sono partiti 2 autobus e tante automobili di privati cittadini, anche dalle frazioni Piani e Limpidi), scambio di doni e di reciproci apprezzamenti da parte delle autorità dei 2 centri che, soprattutto nel "momento del parlarsi e del conoscersi", hanno avuto modo di approfondire il senso del "Comunitarium" e le specificità delle due realtà, con il richiamo a diversi aneddoti riguardanti i legami esistenti tra i vari relatori – i parroci don Peppino Fiorillo e don Saro Lamari, i sindaci D'agostino e Barilaro, il vice presidente della provincia di Vibo Giuseppe Barbuto ed alcuni cittadini e rappresentanti istituzionali presenti in platea - e tra essi e ciascuno dei centri interessati. Ed allora, via allo scambio di elogi ed attestati di stima reciproci, che hanno dato alla manifestazione un po' di "miele" in più. Il "Comunitarium", ovvero la possibilità di dare visibilità ad ognuno dei 50 centri della provincia, "scrigni preziosi da scoprire", tra cui è «necessario fare rete, incontrarsi – ha detto monsignor Fiorillo - e comunicare, recuperando l'eredità degli antichi greci che avevano un loro dio dell'incontro». Fare rete per cercare di risolvere gli innumerevoli problemi che affliggono i centri del vibonese e del meridione. Problemi, alcuni atavici, che sono emersi nella serata. In primis lo spopolamento e l'emigrazione, tirati in ballo in diversi interventi, soprattutto in quello di don Saro, parroco di Acquaro «un paese che ha perso tanti figli a causa, oggi come ieri, della mancanza di lavoro che ha fatto si che tanti residenti si spargessero per il mondo». E poi la preside del centro montano, Caterina Barilaro, la quale ha parlato di «dolore al cuore nel vedere, anno dopo anno, le classi diventare sempre meno numerose», invitando la politica ad «impegnarsi affondo per dare una speranza alla nostra Calabria». Il tutto, mentre l'assessore Barbuto, che questo territorio lo amministra e rappresenta, consigliava ai suoi figli di non tornare dalle città dove vivono per studiare. Eh, beh! Problemi come la viabilità, la cui precarietà è stata scherzosamente evidenziata allo stesso assessore dal parroco di Limpidi don Pietro Carnovale. Sa di cosa don Pietro stava parlando chi vive da queste parti, dove vi sono diverse arterie in cui la percorribilità è ristretta a metà carreggiata per via di smottamenti o cedimenti, verificatisi anche da oltre 3 anni. Sono emersi, si, questi e altri problemi. E poi. Poi, a fine serata tutti a casa. Bella manifestazione, però, la sensazione, e ci permettiamo di suggerirlo a don Fiorillo, è che tra i vari momenti di cui si compone ne manchi uno basilare: quello dell'"agire". Perché altrimenti, ci spiace doverlo constatare, al di là della rilevanza religiosa, l'evento rischia di configurarsi come una semplice passerella. E non lo merita.

 

Ricade nel comune di Arena, è di proprietà della confraternita del "Rosario"di Dasà, i cui abitanti ne sono particolarmente legati, ma la sua pertinenza interessa quattro comuni: Arena, Dasà, Acquaro e Dinami. E' il parco mandamentale delle rimembranze di località San Lorenzo, costituito a seguito della Prima guerra mondiale per onorare i caduti dei citati comuni e da tempo, a dispetto del nome, giacente in condizioni di pietoso abbandono e degrado. Un vero e proprio peccato, anche perché al suo interno sono custoditi quattro cannoni residuati della Grande guerra. O ciò che ne rimane. Ma partiamo dal principio. Il nome deriva da un monaco, tale Lorenzo, appunto, poi divenuto santo, che fu il primo abate del convento basiliano che vi si trovava in tempi antichi, sino al 1783, anno in cui, com'è noto, un devastante terremoto portò morte e distruzione non solo da queste parti. In seguito a questo, venne istituita la Cassa sacra, organo governativo con lo scopo di amministrare i beni ecclesiastici confiscati e venderli per finanziare la ricostruzione. San Lorenzo, allora, passò nelle mani dei privati, ed in particolare della famiglia Corrado, successivamente trasferitasi in Abruzzo. Di questa era componente un personaggio illustre, un certo Gaetano, primo di 5 fratelli, professore di medicina legale all'università di Napoli il quale, per la sua fama, nel 1903 ricevette dall'allora sindaco Nicola Bruni, la cittadinanza onoraria. Un riconoscimento che Gaetano dimostrò di apprezzare e che, anni dopo, volle ricambiare. Si arriva, così, al 1922, anno in cui il ministero della pubblica istruzione emanò delle direttive affinché nei vari comuni venissero istituiti monumenti e parchi per onorare i caduti della Grande guerra. L'occasione per ringraziare il paese d'origine era arrivata. Gaetano, infatti, col consenso dei fratelli, decise che in quella proprietà che fu del padre a San Lorenzo, dovesse sorgere un parco mandamentale delle rimembranze, per onorare i caduti di Dasà, Acquaro, Arena e Dinami. Tramite le sue conoscenze nelle stanze del potere fu in grado di farsi mandare quattro grandi cannoni, uno per ogni centro, trofei bellici di costruzione Bohler, conquistati agli austriaci nella guerra appena conclusa, i quali cannoni vennero portati, trainati da grandi buoi, a San Lorenzo. Tutto era pronto per la grande inaugurazione che, alla presenza di autorità, scolaresche e cittadini dei centri interessati, ed in un'atmosfera che immaginiamo essere stata di grande commozione, si svolse il 13 giugno del 1926. Durante la stessa, sui fusti di quattro immensi pini preesistenti vennero apposte delle lapidi riportanti i caduti per ogni centro e la dicitura: «ai figli di - rispettivamente di, Arena, Acquaro, Dasà, Dinami - nati nella fede d'Italia, morti nel trionfo loro e delle armi nostre nella grande guerra di redenzione». Su un quinto pino, invece, un'altra lapide ricordava i benefattori cui si doveva l'iniziativa e tutti i caduti della Prima guerra mondiale, con particolare ricordo di quelli di Paglietta d'Abruzzo, città d'adozione, di tutto l'Abruzzo, della Calabria e degli studenti dell'università di Napoli: «Ai 600 mila caduti di ogni parte d'Italia, che spargendo e mescolando anche materialmente il loro sangue rinsaldarono l'unità della patria e la resero più grande e gloriosa. Grazie a voi figli d'Italia». Un grande gesto, quello del Corrado, col quale lo stesso voleva fosse perpetrata l'imperitura rimembranza dei tanti figli caduti con l'ideale di un paese libero. Italia unita, patria, sangue dei figli versato. Parole che inducono a riflettere ed a dare ai luoghi la considerazione ed il rispetto che meritano. Sarà stato così? 1/continua...

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del 24/02/2012

 

"Luogo della memoria è una unità significativa, d'ordine materiale o ideale, che la volontà degli uomini o il lavorio del tempo ha reso un elemento simbolico di una qualche comunità (…) Il luogo della memoria ha come scopo fornire al visitatore, al passante, il quadro autentico e concreto di un fatto storico. Rende visibile ciò che non lo è: la storia (…) e unisce in un unico campo due discipline: la storia appunto e la geografia". Questa è la definizione che dà dei luoghi della memoria lo storico francese Pierre Nora. Il luogo della memoria rende visibile la storia, la perpetua e ne tramanda le pagine, anche tragiche, tra le generazioni, affinché sappiano e, dove possibile, evitino gli stessi errori. Era forse questa l'idea che aveva Gaetano Corrado, cittadino onorario di Dasà che si adoperò per la realizzazione, nel paese natio del padre Giuseppe, di un parco della rimembranze mandamentale, a ricordo delle vittime della prima guerra mondiale dei centri di Arena, Acquaro, Dasà e Dinami, in un terreno appartenente alla propria famiglia e, successivamente, donato dai suoi eredi alla confraternita del "Rosario" di Dasà, con l'obbligo di mantenerlo aperto al pubblico. Nel parco Corrado fece arrivare 4 cannoni austriaci della Grande guerra e fece apporre delle lapidi commemorative sui tronchi di cinque grandi pini marittimi. Ci sono ancora i cannoni e ci sono pure gli alberi. Ma lo stato in cui versano è la chiara dimostrazione che il potere rievocativo della memoria non ha svolto bene il suo compito e che la storia, quella che avrebbe dovuto essere resa visibile, è stata, in realtà, cancellata e dimenticata. Per quanto riguarda i cannoni, infatti, della loro originaria possenza rimane poco o niente, essendo ridotti in uno stato di pressoché totale ferraglia arrugginita. La ruggine, infatti, la fa da padrona consumando poco a poco il ferro che, pure, deve aver resistito a tante battaglie, trovandosi costretto ad arrendersi all'ultima che ha dovuto combattere, quella contro l'incuria del tempo. Per non parlare, poi, delle ruote in legno su cui venivano spostati i cannoni, praticamente inesistenti, così come alcune delle parti che in origine componevano i residuati. Quanto ai pini, inoltre, che fanno bella mostra di se su quel terreno da più di un secolo, dominando possenti la vallata e rappresentando un rifugio contro la canicola estiva, anch'essi non se la passano tanto bene. Le lapidi non esistono più ed anche gli alberi riescono a stento a resistere al passare del tempo. Alcuni, infatti, negli anni sono caduti ed uno è attualmente a serio rischio, visto che il terreno sottostante risulta eroso e le radici sono allo scoperto. Quelli rimanenti, invece, qualche anno fa li si è riusciti a salvare in exstremis da un incendio che ha arso solo qualche ramo. Questa è la situazione attuale del parco. Una circostanza che molti cittadini, che hanno promosso anche una petizione per il ripristino del parco sul web, considerano sacrilega e bisognosa di urgente intervento. In gioco non c'è solo un sito, tra l'altro raro da trovare altrove, ma la memoria ed il ricordo di quanti caddero per dare ai posteri un paese libero e unito. In gioco c'è la storia, su cui non si può rimanere insensibili. 2/continua

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Del 25/02/2012

 

A vedere come è ridotto il parco delle rimembranze di "San Lorenzo", i cannoni della Prima guerra mondiale, i secolari e maestosi pini su cui erano apposte le targhe commemorative dei caduti di Arena, Acquaro, Dasà e Dinami, Gaetano Corrado, il benefattore che concesse il terreno e s'impegnò per la realizzazione del parco, e gli stessi caduti cui è dedicato, si staranno rivoltando dalla tomba. Pochi ed inconsistenti gli interventi che, negli anni, si sono realizzati a tutela del sito. Altrimenti non si spiegherebbe l'incredibile degrado in cui versa. In questo stato di cose, nei giorni scorsi si è aperta sul noto social network Facebook, un'inutile diatriba tra gli abitanti di Dasà, alla cui confraternita del Rosario appartiene la proprietà dell'area, e quelli di Arena, nel cui comune la stessa ricade, in ordine all'appartenenza dei cannoni. Inutile diatriba, perché, che appartengano ad Arena, a Dasà o, come attesterebbero alcuni documenti dell'epoca, a tutti e quattro i comuni citati, il reale problema è che l'area versa in condizioni pietose e necessita di un tempestivo recupero. Al riguardo, Gabriele Corrado, sindaco di Dasà, pur amareggiato per lo stato in cui versa il parco, ha chiaramente parlato di impossibilità per le casse dell'ente ad intraprendere qualsiasi azione. D'altronde, siamo in piena recessione. Tuttavia è da evidenziare un'importante iniziativa intrapresa da Corrado e volta alla tutela di "San Lorenzo" dove, tra l'altro, si troverebbero, nascosti da sterpaglie, i ruderi di un antico convento Basiliano che potrebbero essere riportati alla luce. Nel gennaio del 2011 e, precedentemente, nel novembre 2010 infatti, il primo cittadino scrisse all'allora premier Silvio Berlusconi ed al presidente Giorgio Napolitano. Il primo non si fece vivo. Questa, in sintesi la lettera di Corrado al secondo: "Signor presidente, il paese che mi onoro di rappresentare, diede un grande apporto in termini di vite umane nella Grande guerra. Alla fine del conflitto, il mio paese ed altri tre limitrofi, ebbero in dono dallo stato, in segno di riconoscenza, quattro cannoni, col compito di custodirli in onore e gloria dei caduti. Questi sono stati posti nel parco delle rimembranze "San Lorenzo", realizzato a memoria delle future generazioni. Ora il sito presenta i deterioramenti del tempo, ed anche i cannoni stentano a mostrare il ricordo di quel dono costato molti morti. Al fine di fermare tale degrado, ho pensato di rivolgermi a lei quale supremo rappresentante dell'unità del Paese, affinché questo ente possa essere gratificato di un contributo da destinare al ripristino del sito e dei suoi reperti, per consentire ai miei concittadini di perpetuare il ricordo dei nostri caduti". Una lettera accorata, che non ha lasciato insensibile il presidente Napolitano, il quale si è attivato, presso i vari enti per informazioni sul caso. Tra gli altri, la Prefettura di Vibo che, a sua volta, ha informato della vicenda l'assessore regionale alla Cultura Mario Caligiuri, il quale, assicurando "l'impegno istituzionale della Regione a valorizzare il patrimonio culturale" ha attivato i dirigenti per i beni culturali dell'ente. Risultato? è tutto fermo, ed i cannoni ed i pini e, soprattutto, ciò che rappresentano, continuano a marcire nell'indifferenza generale. L'appello, a questo punto, va all'assessore Caligiuri affinché, con i fatti, si adoperi per salvaguardare e recuperare il parco di "San Lorenzo" come luogo della memoria. Quella memoria che rende viva la storia. Quella memoria che nessuna crisi, o recessione, possono permettersi di oscurare. Perché, senza di essa, non ci potrà essere alcun futuro. Fine

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Del 26/02/2012

 
Lunedì, 19 Dicembre 2011 11:32

La vita

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"Un ragazzino e suo padre passeggiavano tra le montagne…

All'improvviso il ragazzino inciampò, cadde e, facendosi male, urlò: "AAAhhhhhhhhhhh!!!"
Con suo gran stupore il bimbo sentì una voce venire dalle montagne che ripeteva:
"AAAhhhhhhhhhhh!!!"

Con curiosità, egli chiese: "Chi sei tu?"
E ricevette la risposta: "Chi sei tu?"
Dopo il ragazzino urlò: "Io ti sento! Chi sei?"
E la voce rispose: "Io ti sento! Chi sei?"

Infuriato da quella risposta egli urlò: "Codardo"
E ricevette la risposta: "Codardo!"

Allora il bimbo guardò suo padre e gli chiese: "Papà, che succede?"
Il padre gli sorrise e rispose:"Figlio mio, ora stai attento:"

E dopo l'uomo gridò: "Tu sei un campione!"
La voce rispose: "Tu sei un campione!"

Il figlio era sorpreso ma non capiva.
Allora il padre gli spiegò: "La gente chiama questo fenomeno ECO ma in realtà è VITA.
La Vita, come un'eco, ti restituisce quello che tu dici o fai.
La vita non è altro che il riflesso delle nostre azioni.

Se tu desideri più amore nel mondo, devi creare più amore prima nel tuo cuore e poi intorno a te...

Se vuoi che la gente ti rispetti, devi tu rispettare gli altri per primo....

Questo principio va applicato in ogni cosa, in ogni aspetto della vita; la Vita ti restituisce ciò che tu hai dato ad essa....

La nostra Vita non è un insieme di coincidenze,
è lo specchio di noi stessi....!

(Dal web)

 

Un uomo, il suo cavallo ed il suo cane camminavano lungo una strada.
Mentre passavano vicino ad un albero gigantesco, un fulmine li colpì, uccidendoli all'istante.
Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali.
A volte, i morti impiegano qualche tempo per rendersi conto della loro nuova condizione...
Il cammino era molto lungo; dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati e assetati.
A una curva della strada, videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d'oro, al centro della quale s'innalzava una fontana da cui sgorgava dell'acqua cristallina.
Il viandante si rivolse all'uomo che sorvegliava l'entrata.
- "Buongiorno"
- "Buongiorno" rispose il guardiano.
- "Che luogo è mai questo, tanto bello?"
- "E' il cielo"
- "Che bello essere arrivati in cielo, abbiamo tanta sete!"
- "Puoi entrare e bere a volontà".
Il guardiano indicò la fontana.
- "Anche il mio cavallo ed il mio cane hanno sete"
- "Mi dispiace molto", disse il guardiano, "ma qui non è permesso l'entrata agli animali".
L'uomo fu molto deluso: la sua sete era grande, ma non avrebbe mai bevuto da solo.
Ringraziò il guardiano e proseguì. Dopo avere camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costituito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta, fiancheggiato da alberi.
All'ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello; probabilmente era addormentato.
- "Buongiorno" disse il viandante.
L'uomo fece un cenno con il capo.
- "Io, il mio cavallo ed il mio cane abbiamo molta sete".
- "C'è una fonte fra quei massi", disse l'uomo, indicando il luogo, e aggiunse:
- "Potete bere a volontà".
L'uomo, il cavallo ed il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.
Il viandante andò a ringraziare.
- "Tornate quando volete", rispose l'uomo.
- "A proposito, come si chiama questo posto?"
- " CIELO."
- "Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là!"
- "Quello non è il cielo, è l'inferno".
Il viandante rimase perplesso.
- "Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome! Di certo, questa falsa informazione causa grandi confusioni!"
- "Assolutamente no. In realtà, ci fanno un grande favore. Perché là si fermano tutti quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici..." rispose il guardiano.
Non abbandonare mai i tuoi veri amici perchè:
Trovare un Amico è una Grazia,
Avere un Amico è un Regalo,
Conservare un Amico è una Virtù,
Essere Tuo Amico! è un Onore!!!

 
Mercoledì, 07 Dicembre 2011 10:55

La storia del S. Natale

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Non si sa per certo quando nacque Gesù Cristo, e ci si domanda: perché la data fu collocata in concomitanza del solstizio d'inverno?

Cercheremo di spiegarvelo.

Si deve sapere, che fin dai tempi antichi, i popoli che vivevano nell'Europa (Celti, Finnici, Danesi, Lapponi, Unni, Romani etc. etc.), erano influenzati dal mutar delle stagioni, a cui davano, sia pur con espressioni diverse, un unico significato: la lotta del sole, simbolo di luce prosperità e vita, con la notte, simbolo di tenebre disgrazie e morte. Il culmine di questa lotta, era il solstizio d'inverno, ovvero il periodo dell'anno, nel quale la notte prendeva il sopravvento sul giorno; nelle gelide terre del nord Europa. Questo fenomeno naturale, per via della vicinanza al polo, era sentito maggiormente. Ecco che la paura atavica dell'uomo per le tenebre e i suoi abitanti, portarono questi popoli a riti per ingraziarseli. I resti dei banchetti venivano lasciati tutta la notte sui tavoli e il fuoco rimaneva acceso, per dar modo alle anime dei morti di rifocillarsi e scaldarsi. Le porte delle case venivano bagnate da sangue di cavallo sacrificato al sole, per scacciare gli spiriti malvagi che la notte si aggiravano per le vie dei paesi.

Anche la natura ricoperta di neve, sembrava soccombere alla lunga notte invernale e per questo nelle campagne della Francia, Germania, Irlanda, Scozia e nella penisola Scandinava, venivano accesi grandi falò;

sugli alberi venivano messi dolcetti e cibo affinché si risvegliassero;

le case venivano adornate con rami di sempreverdi come biancospino o agrifoglio, si accendevano candele e nel camino c'era sempre un ceppo che ardeva;

ogni popolo aveva le sue usanze e credenze. Fu naturale collocare, la nascita di Colui che avrebbe sconfitto le tenebre, in questo magico periodo.

L'Evangelizzazione di queste terre creò una fusione tra vecchio e nuovo, tale da lasciare tracce di questi popoli, in ogni festività che si celebra in questo periodo dell'anno.

I fuochi che ancora oggi brillano nelle campagne di alcuni paesi la notte di S. Lucia.

I doni che Santa Claus (San Nicola - Babbo Natale) porta ai bambini.

Gli alberi di Natale che fino a pochi anni fa, venivano adornati con dolcetti e candele, ora sono pieni di lucine e palle colorate;

le veglie, i cenoni, le luci ci riportano a quelle atmosfere magiche dei tempi antichi.

Dal Web

 
Sabato, 03 Dicembre 2011 22:06

La leggenda della stella di natale

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Era la vigilia di Natale,

in fondo alla cappella, Lola, una piccola messicana, in lacrime pregava:
"Per favore Dio mio, aiutami! Come protrò dimostrare al bambino Gesù che lo amo? Non ho niente, neanche un fiore da mettere a piedi del suo presepe."
D'un colpo apparve una bellissima luce e Lola vide apparire accanto a lei il suo angelo custode.
"Gesù sa che lo ami, Lola, lui sa quello che fai per gli altri. Raccogli solo qualche fiore sul bordo della strada e portalo qui." disse l'angelo.
"Ma sono delle cattive erbe, quelle che si trovano sul bordo della strada." rispose la bambina.
"Non sono erbe cattive, sono solo piante che l'uomo non ha ancora scoperto quello che Dio desidera farne." disse l'angelo con un sorriso .
Lola uscì e qualche minuto più tardi entrò nella cappella con in braccio un mazzo di verdure che depositò con rispetto davanti al presepe in mezzo ai fiori che gli altri abitanti del villaggio avevano portato. Poco dopo nella cappella si senti un breve sussurro, le erbe cattive portate da Lola si erano trasformate in bellissimi fiori rossi, rosso fuoco.
Da quel giorno le stelle di Natale in Messico sono chiamate "Flores de la Noce Buena", fiori della Santa Notte ♥
Nel 1825 Joel Poinsett, ambasciatore americano in Messico, riportò in America semi di Stelle di Natale e le fece conoscere in tutto il mondo.

 

Qui a Bruxelles la pioggia fa meno male. La prima triste constatazione di chi vede la Calabria dall'esterno, come me durante questa mia esperienza lavorativa nel cuore dell'Europa, è la rassegnazione di chi ormai è abituato a tutto: le ultime devastazioni causate dalle precipitazioni stagionali aprono una ferita profonda in chi vive in Calabria, ancor di più se si pensa ai morti ed ai milioni di euro di danni che ogni anno fa il maltempo da Lagonegro a Villa San Giovanni. Un male stagionale, così come stagionali sono le precipitazioni e le piogge che si abbattono sulla nostra regione.

Cosa ci permette, quindi, di non essere in grado di affrontare l'ordinario? Per quale strana ragione qualsiasi cosa succeda diventa emergenza? E' questa una delle più grosse contraddizioni della nostra terra, che rende a noi calabresi, giovani e non, difficile spiegare a tutto il resto d'Italia, d'Europa, del mondo, spiegare perché nonostante tutti gli aiuti e i sussidi ci troviamo ancora in coda ad ogni graduatoria. Lavorare a Bruxelles vuol dire anche questo: dover spiegare l'inspiegabile, dover trovare una ragione valida e plausibile ad un ponte che crolla sotto il peso dell'acqua, in una terra che ancora grida vendetta per i morti del camping "Le Giare" di Soverato e che come ogni inverno deve affrontare "l'emergenza pioggia". Il bollettino ogni anno parla di paesi inghiottiti dal fango, collegamenti interrotti, morte e devastazione: una regione che si definisca "civile", una politica realmente al servizio del cittadino, dopo la prima volta avrebbe fatto in modo che tutto questo non fosse mai più accaduto. In Calabria purtroppo tutto questo non accade: la pioggia, nella punta d'Italia, da amica degli agricoltori e benefattrice dei campi diventa nemica del territorio, si trasforma in falce nera che tutto avvolge e porta via con sé. Perché, però, nel resto del mondo non succede? Perché paesi come il Belgio, costantemente falciati dalle precipitazioni atmosferiche, non convivono con emergenze di questo tipo? Cosa ci impedisce di affrontare la normalità?

E' questa la difficoltà più grande: trovare un perché. Parli con un ragazzo di Sarajevo e ti dice che, a pochi anni dalla conclusione da una delle guerre più sanguinose degli ultimi anni, loro sono pronti ad entrare in Europa con una economia salda, che gli permetterebbe di posizionarsi ben fuori dall'obiettivo convergenza (gli aiuti destinati alle regioni che hanno bisogno di mettersi al pari con l'Europa, che la Calabria spreca da anni senza ottenere un benché minimo risultato), mentre tu pensi che nei tuoi paesi ai lati del marciapiede spesso c'è la spazzatura, perché dopo anni di "emergenza" ancora non sappiamo che fine far fare ai nostri rifiuti. Pensi che l'ufficio di rappresentanza della sua regione è una piccola stanza con due computer al secondo piano di un palazzo, che organizza ogni tipo di attività senza mai fermarsi un attimo ed allargandosi sempre più alle altre nazioni, mentre quello della Regione Calabria si trova al centro di Schumann, nel cuore della politica europea, ma è desolatamente chiuso ed inattivo da non si sa quanto tempo ormai, nonostante l'affitto sia stato pagato anticipatamente anche per tutto il 2013.

Guardi le strade ampie, i treni che ti collegano in ogni parte della nazione in meno di un'ora, osservi i mezzi del trasporto pubblico passare senza soluzione di continuità e, soprattutto, scopri quasi con sorpresa che qui tutti non solo pagano il biglietto, ma sono abbonati.
Aveva ragione Banfield quando, parlando del Sud Italia, teorizzò il "familismo amorale" e disse che il problema era, soprattutto, culturale: perché di quell'abisso culturale di cui ci siamo nutriti in questi anni è figlia anche la politica che non solo non trova le risposte adeguate, ma che nemmeno dimostra di volerle cercare. Nemmeno il consenso interessa più alla classe dirigente calabrese: per quello ci sono i boss, che stando alle risultanze dei procedimenti giudiziari sono il principale bacino elettorale a cui si rivolgono, come questuanti in cerca di carità, inconsapevoli di essere burattini in mano ad un gioco molto più grande di loro che avvelena le loro terre e i loro figli.

La Calabria da Bruxelles è un pugno in pieno stomaco, un gancio al fianco che toglie il respiro: non basta lodare la buona cucina, il sole, i paesaggi da favola e le bellezze artistiche e naturali di una terra troppo bella per essere vera. Aprire un giornale, vedere quello che accade, è troppo anche per chi ha ancora la speranza di vedere cambiare la propria terra: l'amarezza e la frustrazione vanno di pari passo con la rabbia che ti porta il sentirti impotente, troppo piccolo. Capisci in un solo secondo perché sei andato via e perché, nonostante tu raccolga sempre delle importanti soddisfazioni, il tuo primo pensiero è sempre rivolto a quel lembo di terra racchiuso tra Jonio e Tirreno.

Qualche anno fa, un ristoratore di Cetraro alle prese con dei turisti inglesi mi chiese di aiutarlo in una traduzione immediata: i suoi clienti volevano sapere perché una terra così bella vivesse in quello stato di abbandono. Quando tradussi la loro domanda, mi guardò con uno sguardo carico di amara rassegnazione: "Raccontagli questa storia: di' loro che quando Dio creò la Calabria, si rese conto che tra la bellezza delle coste ed i paesaggi sconfinati delle sue montagne, aveva fatto un lavoro troppo bello, e che per compensare la disparità con tutto il resto d'Italia creò i calabresi". Ho tradotto tutto, ma dopo il risolino amaro della comitiva la rabbia dei miei vent'anni si scagliò contro il proprietario del ristorante: "Ne riparleremo quando, prendendo un treno o un aereo per lasciare casa tua, ci ripenserai", mi disse. Aveva ragione, su tutta la linea: ma spero vivamente che la mia generazione sia in grado di non far ascoltare mai più ai ventenni del domani una frase del genere.


Francesco Rende
(articolo pubblicato su Il Quotidiano della Calabria il 26/11/2011)

http://www.malitalia.it/2011/11/vagliela-a-spiegare-la-calabria-a-bruxelles/

 
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