Lunedì, 18 Febbraio 2013 12:20

Il museo del dialetto di Dasà

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Metti la nostra bella terra piena di cultura antica. Metti un paesino dell'entroterra Vibonese dal nome piccolo, piccolo: Dasà, dal greco "dasòs" che sta ad indicare luogo di boschi, posto alberato. Metti l'emigrazione che pian, piano ha portato via molti dei suoi figli, riducendo gli abitanti a circa 1500 anime. Metti una serata tra amici, una chiacchierata nella bella piazza del paese, la nostalgia del passato e del suo vivere povero, ma genuino; i cari ricordi di un tempo che fu e la voglia insistente di far rivivere in qulche modo quei tempi come a voler mettere non un sigillo polveroso, bensì una lente d'ingrandimento proiettata al futuro, per non dimenticare...

Nasce così l'idea del "Museo del dialetto di Dasà".

La caparbietà di un gruppo di amici e la fattiva collaborazione di quasi tutto il paese che generosamente ha donato i vecchi cimeli di famiglia facendoli rivivere, piuttosto che tenerli nascosti in cantine e bassi (catuaji) polverosi. Il prestito di alcuni, ancora attaccati ai vecchi ricordi e restii a separarsene, hanno dato vita ad un piccolo mondo antico che rivive silenzioso all'interno del centro abitato.

Vi entri e ti si apre davanti la realtà contadina del passato coi suoi attrezzi di lavoro efficienti perchè usati con passione e soprattutto per necessità di sopravvivenza.

Ritrovi testimonianze silenziose che ti portano a riflettere sull'ingegno dell'uomo che da sempre ha usato la sua intelligenza e la forza del suo corpo per andare avanti.

Nell'era del cemento armato e delle costruzioni antisismiche ti senti piccolo, piccolo, davanti ai rudimentali mattoni di argilla, plasmati a mano dal fango e misti a paglia (briasti) ad uno, ad uno e fatti seccare al sole per costruire le antiche dimore.

T'incanti davanti alla maestria di chi ha costruito ed usato gli imponenti torchi e le antiche macine del mulino, ma anche davanti ai semplici, ma indispensabili arnesi, piccoli, piccoli, che polverosi, e dimenticati, giacciono sul banchetto del calzolaio (scarparu), che ti sembra di rivedere nella sua botteguccia nel "catuajiu" (basso) saturo dell'acre odore di mastice, con la porta aperta sulla strada a far due chiacchiere col passante di turno.

Nelle ciotole e i mortai del farmacista (u speziale) che usava i prodotti della natura e le erbe officinali contro i malanni comuni, mentre le nonne toglievano il malocchio ai nipoti con "formule magiche" e preghiere segrete...

Or ti par d'udire un borbottio sommesso che viene da un'altra stanza. Odore di fumo acre che sale su per il camino acceso. Rivedi vecchie pentole e pignate messe al fuoco, acceso con fascine di frasche di ulivo e di "bruvera" (erica selvatica) trasportate dalle donne, sulla testa, e messe sotto, nel "catuajiu" al riparo della pioggia, vicino alla catasta di "zzucchi" (ceppi grossi), pronti all'uso.

Ecco la casa del contadino, dell'uomo umile che ha, avendo una casa e un pezzo di terra, il suo immane tesoro.

Casa antica di briasti con "catuajiu"

Casa povera fatta di "briasti" e tetto di tegole, ma riparo e rifugio dopo un duro giorno di lavoro. E' la sera, infatti che sembra vivere, la stanca e silenziosa dimora che aspetta impaziente il ritorno dei suoi abitanti dal lavoro nei campi.

Dopo cena al tenue bagliore di "una lumera" (lume ad olio) finalmente un po' di riposo a riscaldarsi davanti "o vrasciari" (braciere) dove la moglie ha raccolto le ultime braci del fuoco "du focularu" (camino) usato per cucinare.
Una pulita e un'ingrassata alle scarpe da lavoro.Una breve chiacchierata con la moglie, fumando una sigaretta fatta con la cartina e il tabacco, mentre lei lavora ai ferri o tesse al telaio la grezza trama della ginestra o il pi

Letto 4586 volte Ultima modifica il Martedì, 19 Febbraio 2013 19:10

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