Riflessioni (42)

Giovedì, 02 Aprile 2020 17:27

Siamo umani?

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Siamo umani?

Quel giorno, con l'inquietudine che cominciava ad aleggiare, ci dissero di chiuderci in casa e non uscire.
Ci chiesero di andare piano, rallentare la corsa,
respirare lentamente…
fare tutto senza fretta.
Ci chiesero di nasconderci dietro finestre chiuse, lontano da altri occhi.
Ci vietarono i gesti amichevoli di baci ed abbracci… pure una semplice stretta di mano.
Lontani da tutti.
Ci chiesero di uscire solo per necessità primarie, null'altro.
Ci consigliarono guanti e mascherine sulla bocca.
Diventammo nuove maschere in un mondo di fantasmi.

Diventammo umani?

Diventammo cuochi provetti; attenti lettori e scribacchini.
Diventammo giardinieri e contadini di terrazzi e balconi; baby-sitter a tutte le ore.
E diventammo idraulici ed imbianchini; navigatori incalliti della rete, scopritori di mondi nascosti ai piú.

Diventammo umani?

Notizie/ tormentone si accalcavano nelle nostre menti, e termini mai uditi prima, rimbombavano in ogni dove.
Edotti scienziati e dottori stilavano bollettini, ed annunciavano nuove scoperte.
Noi, distratti, disorientati, increduli, impauriti e… pure noncuranti, insofferenti, indifferenti e strafottenti… continuavamo a vivere… pur lentamente.

Un po' piú stretti, piú reclusi, piú solitari, piú riposati, piú annoiati, piú arrabbiati da limitate libertá e mancati svaghi…
Eppure,

diventammo umani?

Aldilà di vetrate nascoste, tirate su in un battibaleno, una moltitudine sofferente anelava aria da respirare. Sognava di rivedere il cielo e i propri cari.
Sognava la vita.

E noi, diventammo umani?

Uomini e donne di ogni etá, con armi strane e tute quasi spaziali, armeggiavano inquieti, vessati da burocrazia e lacune; disguidi e pericoli… lottavano senza orario e senza sosta per salvare piú vite...
e morivano anche loro.
In campo, in battaglia… senza scudi nè spade da sguainare.
Morivano in silenzio, al di là del vetro, al di là del mondo che chiedeva conto…
Ed in silenzio, piangevano famiglie intere, orfani increduli, catapultati in un gioco crudele.

Noi diventammo umani?

Le bare uscivano di soppiatto, dai sotterranei deserti, senza cortei e piagnistei di prefiche né requiem di preti stanchi.
Andavano lenti, i carri militari, senza fronzoli, bande, messe e vistose corone di fiori colorati… senza lacrime.
Altrove, piangevano i parenti e chiusi nei templi, pregavano i preti.
Lontani.

E diventammo umani?

Anche il Papa invocò l'Altissimo di avere pietà del suo popolo ingrato.
Lo invocò solo, in una piazza vuota, sferzata dalla pioggia.
Piangeva il cielo sul nostro deserto e noi stavamo rintanati come animali impauriti in attesa di un segno.

Diventammo umani?

I preti pregavano a porte chiuse, e in streaming mandavano benedizioni ed elevavano acclarate suppliche a tutti i Santi possibili.
Nessuno si sposava, nessuno veniva battezzato, nè comunicato.
Nessuno riceveva l'estrema unzione.
Era cambiata la vita e pure la morte.

Ma diventammo umani?

Restii alle regole, stanchi, depressi ed annoiati, urlavamo dai balconi ed imprecavamo alle restrizioni.
Invocavamo la nostra libertà!

Intanto, un minuscolo, invisibile essere, moltiplicato a dismisura, ci teneva in pugno e ci attanagliava con le sue spire…
Ci rubava l'aria e ci soffocava.

Ma noi, diventammo umani?

Dalle nostre case comode, coi nostri messaggi e video, pensavamo anche ai miseri, ai disoccupati, ai derelitti…
Eravamo tutti novelli missionari in una terra piangente.

Eravamo forse umani?

Non lo so.
Non ho ancora trovato la risposta.

So solamente che l'uomo, abituato a tutto, pretende tutto.
L'uomo impaurito s'aggrappa a tutto e, come può, cerca di lavarsi la coscienza.
Ossessionato dalla morte, invoca un Dio spesso dimenticato, e quasi pretende l'aiuto dei Santi protettori.
Crede d'essere invincibile e di sapere tutto e non si rende conto di quanto sia minuscolo.
La Natura, l'Universo sono immensi e noi siamo particelle d'infinito a spasso nel tempo.
Granelli di polvere lanciati nel vento della vita.
Sballottati dalle intemperie e dalle avversitá, siamo come fragili bolle fluttuanti nel nulla.
Siamo foglie che nel nostro autunno ci staccheremo inesorabilmente dai rami stanchi.
Siamo tutto e nulla e forse, non siamo nemmeno tanto umani.

Semplici esseri viventi in cerca del nostro equilibrio, convinti di poter stravolgere quello degli altri esseri che ci circondano.

(Anna M. Chiapparo)

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Lunedì, 24 Settembre 2018 08:21

Magnifica Occasione

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Giovedi', 20 settembre 2018 ne ho avuto il grande piacere d'incontrare Pasquale Giofre' e la sua neo moglie, Elisa. Pasquale e Elisa si trovano a Melbourne in Luna di Miele.

Siccome il tempo e' poco e loro sono molto impegnati ho arrangiato con Mary e Pino Olivieri quando mi sarebbe possibile incontrarli. Mary mi ha indicato il giorno e l'orario e io sono stato d'accordo. Mary e Pino sono parenti con la famiglia Giofre' e durante il loro soggiorno a Melbourne Pasquale e Elisa stanno a casa loro.

Io ho saputo che i due sposi venivano a Melbourne perche' il mio caro amico Domenico Giofre' che e' fratello di Pasquale mi ha mandato un libro. Il libro e' intitolato:  "Cosi Parlavano i nostri Avi", scritto dal Professore Ferdinando Ierardo.

Sono stato veramente molto felice incontrare questa magnifica, giovane coppia. E' stata una magnifica e unica occasione di poterle incontrare. Mi ha fatto anche piacere che sembra anche loro sembrava erano contenti.

Abbiamo parlato un bel poco, maggiormente di cose a riguardo il nostro piccolo paese, il dialetto e i tempi moderni che molte cose del passato non esistono piu'. Di sicuro ci sono stati tanti cambiamenti con il passare degli anni.

E' stata veramente una magnifica occasione che per conto mio vale un mondo di soddisfazione.  Anni fa ho incontrato anche l'altro fratello di Domenico e di Pasquale, Gianluca. Gianluca e' stato a Melbourne per circa esi mesi e l'ho incontrato parecchie volte.  Siamo stati a pranzo almeno un paio di volte.  Sfortunatamente non ne ho avuto ancora la possibilita' di conoscere Domenico di presenza ma sembra che a Domenico l'ho sempre conosciuto, siamo in contatto da forse 10 anni. Grazie Domenico per la tua amicizia. Grazie per il tuo buon cuore.

Pietro

 
Lunedì, 24 Settembre 2018 06:00

IL NOSTRO DIALETTO

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Recentemente ne ho ricevuto una copia del libro "Cosi' Parlavano i Nostri Avi" scritto e preparato dal Professore Ferdinando Ierardo. Sara' l'unica copia che e' arrivata a Melbourne fino al momento. Per questo voglio tanto ringraziare al mio caro amico, Domenico Giofre' e poi suo fratello, Pasquale che si trova ancora a Melbourne in Luna di Miele assieme alla bellissima moglie, Elisa. Attraverso questa bella coppia ne ho avuta la fortuna d'incontrarli e abbiamo chiacchierato per qualche oretta. Ambedue molto simpatici e sembra erano abbastanza interessati di quello che io dicevo a riguardo al nostro paese del passato e l'uso del dialetto che sembra sta a venire di poco uso. Certo delle parole che usavano una volta non si usano piu'. Con i tempi moderni le cose sono assai cambiate.

Ancora non l'ho letto tanto ma di sicuro lo trovo molto interessante. Cerchero' di leggerlo attentamente e con tanto entusiasmo.

Grazie Domenco, Grazie Pasquale e Elisa e Grazie Professore Ierardo.

Pietro Carnovale

 
Venerdì, 10 Febbraio 2017 16:45

U tripodìajiu arraggiatu

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Ironicamente, ma neanche troppo...


C'era na vota, 'nta nu focularu,
nu tripodiajiu nigru e arruggiatu
ca na matina si rivijjiau tutt'arraggiatu.

“Non cià hfazzu cchiù
Na suppùartu sta cundanna!
Prima m'arrustanu, puà mi rifriscano
cu nu catu d'acqua 'njelata,
pùa mi jettanu a na ripata.
Si mi va bbona mi dassano
'nta cinnari cunzumata.
Ma u sapiti chi vi dicu?
Tri gambi 'l'ajiu e minda vajiu!”

A hfiancu c'era nu pignatiajiu
chi gujjiìa chianu chianu
e mìanzu addormentato,
'nci domandau:

“E duva tinda vai, 
puru ca i gambi l'hai?”

“No sacciu e no tu dicu!
Pemmò su trùappu arraggiatu.
Ti pare giustu, 
c'hajiu u suppùartu a chistu? 
Ijiu sta assettatu cùamu
nu baruni 'mpistunatu
ed io su tuttu 'mbunnatu!”

“Chi vorrissi dira?”

Rispundiu u puzzunìattu,
quasi 'nto gujjire.

“Puru io su nigru e ammaccatu.
Mi votanu, mi giranu 
e mi mettanu i latu.”

“Ma chi vai dicìandu?
A vui vi pijjianu, vi votanu, 
vi giranu, vi lavanu puliti puliti
e vi posanu sistemati.
Ammìa mi jettanu 
cùamu mi trùavu trùavu
ammìanzu a surici e hfolijini
hfilati e sapiti chi vi dicu?
Vùajjiu cchiù rispìattu!
Sugnu io chi ti tìagnu, puzzunìattu!”

“Ohhh...e chi ti vinna?
Stamatina cummìa ta pijjiasti?
Cerca u stai ccittu e mutu,
ca si sulu nu tripùadi arruggiatu,
mancu u m'ìari nu rrè 'ncurunatu!”

U tripodiajiu si ccittìu 
quietu e penzerusu...

“Quasi, quasi, 'nci hfazzu
nu partusu e u divacu, accussì
c'abbascìanu l'ali a stu 'mbriacu.”

Tutti si ccittiru muti muti e
mentre a hfiamma s'arrìdia 
zzumpìandu, u pignatiajiu
jìa penzandu...

“E chi mi vinna a mmia cu sti dui!
Vorrìa u dùarmu e no pùazzu hfare,
vorrìa u gridu e no pùazzu parrare.
Sti dui scìami su cumbinti, ca sulu iji
hannu i chi hfare.
Avìanu raggiuni a ggìanti antichi: 
i guai da pignata, i sapa 
a cucchiara chi manijia.
Sulu ijia, cummara mia,
u sapa cùamu mi sìantu.
M'inchìanu sempa 
di ciciari e suriaca
e rujjiu pe tutta a jornata!”

Si rivijjiau u zzuccu
mianzu cunzumatu e nu gridu minau
pe tuttu u vicinatu:

“O povaru io a chi mani capitai!
Su tuttu vruscìatu!”

Anna M. Chiapparo

(Tutti i diritti riservati)

 
Giovedì, 18 Dicembre 2014 08:02

ACQUARO ED IL FUTURO

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Venerdì, 04 Ottobre 2013 21:44

Una vergogna a colori

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Ennesimo scempio, ennesima disgrazia, ennesime polemiche, ennesimi martiri...

Martiri moderni, senza palma in mano.

Non stringono nulla in quelle mani se non un pizzico di speranza, di sogni invisibili che spesso naufragano nell'indifferenza di noi tutti, nella nostra rabbia, nei nostri aiuti stanchi, nel tempo che scorre rassegnato, nella furia del mare capriccioso che sembra voler accogliere tra le sue onde quei relitti umani bistrattati da tutti.

Abbiamo negli occhi le solite scene.

Simili a macchie di petrolio che s'allargano nel mare, le carrette ondeggiano inquiete sotto il peso scomposto che sono costrette a portare. Vacillano incerte come zattere alla deriva pronte a sfasciarsi su scogli minacciosi.

Miracolosamente alcune arrivano a riva, ma quante non toccheranno mai terra?

Quanti mai visti arrivare, giacciono nel mare?

E non c'è più il nero della pelle bruciata dal sole.

Non ci sono bianchi sorrisi di bimbi felici, ne canzoni di mamme bambine che cullano neonati scarni.

La vergogna di oggi è multicolore.

Ha il colore dell'azzurro del cielo, del mare, delle barche anonime che galleggiano stanche.

Ha il colore sgargiante delle associazioni di aiuto. Giallo, rosso, arancione, verde, bianco...

E poi ci sono i colori oro ed argento delle coperte termiche...

il blu, il verde militare, il nero...teli cupi che coprono corpi inermi.

Che celano visi stanchi, giovani, maschili, femminili, bambini...

Celano morte.

Celano grida d'aiuto smorzate dalle onde. Bracciate infinite aggrappate al nulla. Celano corpi intrisi d'acqua.

Sembra un assurdo destino aver vissuto in zone desertiche per una vita e morire d'acqua, nell'acqua.

La vergogna di oggi è multicolore.

Ha il colore della nostra bandiera, di quella dei paesi natii che non li hanno saputi amare, ha il colore delle magliette indossate, di jeans scoloriti, di veli leggeri che svolazzano tre le onde...

Ha il colore della gioventù piena di speranze, di sogni, di mondi nuovi dove vivere liberi e sereni.

Poveri, magari, ma sereni. Soli al mondo, ma finalmente sereni. Vivi.

Ha il colore del sole caldo che non riscalda più, di deserti infiniti, di zoccoli consumati, di camicie a quadri...

Ha il colore della normalità, della vita.

Sono uomini.Sono esseri umani come noi che parlano, ridono, cantano, sognano, sperano, amano, piangono...

Hanno figli, genitori, fratelli, nonni che non rivedranno mai più. Scappano.

Corrono via il più lontano possibile, da un mondo falso, fatto di gentaglia che sa solo sparare, uccidere, calpestare, derubare, violentare. Corrono incontro al futuro, in cerca di un possibile futuro che in realtà si frantuma sui nostri scogli e si arena sulle nostre spiagge.

E non solo con la morte, ma anche vivendo.

Erranti, clandestini, schedati, numerati come un qualsiasi pacco postale, come fardelli ingombranti che s'ammassano in magazzini chiusi a chiave. Custoditi come merce rara o forse avariata in attesa di essere portata al macero.

E' una vergogna a colori, quest'ennesima tragedia. Vergogna colorata d'ipocrisia, di strumentalismo, di pietismo velato, di mimetiche impolverate che operano lontano dalle coste.

E' una vergogna permettere sbarchi clandestini e partire con attrezzate e potenti navi a fare missioni di pace.

La bandiera della pace ha i colori dell'arcobaleno, quella ONU è azzurra, come il cielo e il mare della speranza ...

(Anna M. C.)

 
Sabato, 28 Settembre 2013 16:02

Riflessioni

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Stare da soli con se stessi, chiudendo tutto fuori è un grande esercizio per il corpo e sopratutto per l'anima.

Ritrovi te stesso e capisci che non ha senso rinunciare alle piccole, grandi cose per cui hai lottato, ai tuoi sogni, alle piccole gioie che nascono anche dal nulla...

Vivere. Questo ha un senso e vivere bene con se stessi è una grande battaglia vinta, se capisci che in fondo hai tutto ciò di cui hai bisogno.

(Anna C.)

 
Sabato, 28 Settembre 2013 15:36

Riprendiamoci la nostra vita

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Chi non ricorda, anche per studiato a scuola o per sentito dire, le bottegucce allineate nelle vie dei paesi o dei quartieri delle grandi città, degli artigiani locali? Le insegne, spesso anch'esse fatte a mano in ferro battuto, legno intagliato o semplicemente col marchio verniciato...un semplice cartello con scritto a penna: calzolaio, sarto, orafo...Profumo d'altri tempi, quando ci si soffermava sull'uscio a chiacchierare e fumare una sigaretta spettegolando del più e del meno. L'odore del pane appena sfornato per l'aria, misto a quello dei dolci in bella vista nelle vetrine.Le porte spalancate nelle giornate di sole e i vetri appannati negli inverni più rigidi che invitavano ad entrare nel calduccio accogliente, anche solo a salutare. Tutto sembrava più buono, più genuino, più rispettato, perchè fatto con amore. C'era tempo per tutto ed anche il tempo sembrava scorrere più lentamente scandendo le ore silenzioso. Dal falegname c'era odore di legno piallato e i trucioli disegnavano riccioli incolti sul pavimento usurato. Dal calzolaio, l'odore della pelle delle scarpe si mischiava a quello del mastice. Gli attrezzi ordinati in bella vista o messi casualmente sul banchetto quasi sempre rotondo, sembravano animati, parlavano di vita con le scarpe risuolate per farle durare molto ancora. C'era il fabbro con la sua brace rovente, coi suoi ferri arrugginiti, con l'incudine pesante e il martello noioso che batteva incessante tutto il giorno...le grida festose dei bimbi per strada che rincorrevano un pallone, che giocavano a nascondino. Figli di tutto il quartiere, nipoti di tutti. Una grande famiglia che divideva gioie e dolori...

Torniamo ad oggi. Gli scaffali dei mega store americani ci hanno attratti coi loro colori sgargianti e pian, piano ci hanno inglomerati dentro i loro barattoli, pacchi, bottiglie di mille nomi diversi. Ci hanno illusi ed ammaliati fino a farci fare Km per trovare un dato prodotto a prezzo minore. Camminiamo con le liste della spesa su foglietti o memorizzate sul telefono.I più moderni sull'ipad...siamo storditi dalle mille offerte giornaliere e bersagliati a raffica dalle pubblicità. Siamo diventati consumisti incalliti di prodotti anche superflui che non sappiamo nemmeno da dove arrivano. Mangiamo prodotti confezionati chissà dove e da chi. Chissà che viaggi fanno per arrivare a noi! E lasciamo fare, ci scervelliamo a cercare il buono, pur sapendo che in questo mondo ovunque inquinato, ormai poco di buono c'è, oppure ci rassegnamo al prezzo minore, in nome della crisi senza sapere cosa metteremo nel piatto a pranzo. Sicuramente conservanti ed additivi e poco di cosa crediamo essere.

Abbiamo aperto le porte alle cineserie di poco prezzo e man, mano i conti diventano salati sulla nostra pelle, sulla nostra salute.

Abbiamo perso la magia del tempo in cui tutto sapeva di pulito e ci siamo incamminati sul viale spoglio del non ritorno in nome del consumismo. Siamo peggio dei robot.Loro sono macchine, ferraglia, noi cosa siamo diventati?

Ecco, forse fermarci almeno a meditare un po' potrebbe servire a svegliarci dal torpore.Magari sognare il miracolo del Natale che verrà... Penso che non sia mai troppo tardi. Torniamo allora a pensare a quei profumi, a quei ricordi, a quei tempi, non con semplice nostalgia, ma con rabbia! Rabbia per aver perso per sempre qualcosa di bello e semplice che non abbiamo saputo custodire. Cominciamo a spegnere nella nostra mente, i neon fastidiosi delle fredde insegne che ci circondano, le pubblicità spesso inquietanti e perverse che mirano al lavaggio del nostro cervello, al richiamo degli scaffali stracolmi di merce, alla roba firmata che salassa gli stipendi. Rilassiamo la mente staccando la spina alle assordanti discoteche, rifugio dell'io inquieto che ne esce sempre più sconfitto. Puliamo l'aria dai gas tossici che l'avvelenano e cerchiamo i profumi genuini del nostro passato. Torniamo alle bottegucce di paese calde di vita e poesia. Torniamo al fatto a mano col cuore invece che al made in China in serie da piccole mani che lavorano incessanti in nome di un mercato sempre più invadente. Riprendiamoci la nostra vita prima che venga risucchiata da un freddo mega store!

Chiapparo Anna Maria 2012(tutti i diritti riservati)

 
Sabato, 15 Giugno 2013 09:35

Riflessioni

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"L'amicizia è un dono immenso da coltivare ogni giorno nel giardino rigoglioso della vita!"

Questa frase l'ho pubblicata qualche anno fa su un famoso sito on-line di aforismi. Da allora sta facendo il giro del web. La ritrovo in blog, forum e link su Fb. La cosa non può farmi altro che piacere, ma oggi la riscriverei aggiustandola meglio.

"L'amicizia è un dono immenso da coltivare ogni giorno nel giardino rigoglioso della vita, ma spesso siamo pigri giardinieri senza voglia di lavorare il nostro giardino."

Quando finisce un'amicizia, la cosa che fa più male, è la constatazione che hai aperto il tuo cuore, la parte più segreta di te, a quella persona. Dobbiamo imparare ad essere sempre più gelosi del nostro essere e una vocina mi sussurra che bisogna pur imparare a diventare un poco più egoisti e pensare a curare meglio noi stessi, piuttosto che gli altri. Spesso riponiamo fiducia a prescindere, ma facilmente, nulla è come appare. Comunque anche questo fa parte del gioco ed aiuta a maturare.

La frase che mi porto dietro da anni, rispecchia tutto questo. L'avevo fatta mia, ma non si finisce mai d'imparare anche se per fortuna aumentano gli anticorpi...

"Conoscere un nome non significa conoscere un uomo. L'uomo sta nascosto in fondo, dentro il suo nome e le sue azioni e quasi sempre vive solo e in segreto."

 
Mercoledì, 20 Febbraio 2013 13:36

Quando la politica si affida solo ai proclami

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È la formula magica che ci è capitato di ascoltare più frequentemente in questi giorni di campagna elettorale, da tutti i pulpiti da cui vi è stata una "predica": «Il bene del territorio». Bene, ovvero cosa giusta, corretta, ineccepibile dal punto di vista morale, per un territorio, quello della Calabria, della provincia di Vibo e dell'Alto Mesima, periferia di quest’ultima, più nel dettaglio, che ne avrebbe veramente bisogno ma che non si vede. Altrimenti non si spiegherebbe lo stato di abbandono in cui il territorio, quello dell’Alto Mesima in particolare, versa da anni, accelerato in maniera smisurata negli ultimi tempi da una non più velata tendenza, volontariamente portata a compimento, all’estinzione dei centri che vi fanno parte. Perché sconvenienti, antieconomici, indegni dall’investirvi risorse e utili soltanto al momento del voto, da dare, però con l’occhio rivolto al «bene del territorio». E poco importa se, passata l’euforia preelettorale, il bene, per questo territorio, si traduce inevitabilmente in un’azione volta esclusivamente a "stancare" la gente che vi vive, ed a spingerla a "scappare" per altri lidi, certamente più allettanti politicamente ed economicamente che non dei piccoli paesini insignificanti, dove pure la gente paga le tasse, per vedersi, ogni giorno di più, ridurre i servizi. Meno scuole, meno ospedali, meno uffici, tutti spostati in luoghi più centrali ed opportuni dal punto di vista economico. Perché da queste parti il compito dei cittadini è solo quello di pagare le tasse ed andare a votare quando è il momento. Non hanno diritto alla salute, all’istruzione, a strade degne di questo nome, ad occasioni di lavoro e di sviluppo. A meno di avere santi in paradiso. Non hanno diritto ad avere diritto, perché sono antieconomici e perché, comunque, quando è il momento alle urne ci andranno. Questo è l’importante. E poco importa se i figli di questo territorio, di questa Calabria che tutti vantano di conoscere meglio degli altri, siano costretti, ancora nel 2013, a seguire le orme che furono dei loro padri e dei loro nonni, facendo le valige ed andando a cercar fortuna, in Australia, magari, o in Canada. Tutto uguale a cinquant’anni fa, tranne la valigia che non è più di cartone. Solo che siamo nel 2013 e, di «bene del territorio» in tutti questi anni, come "u pilu" di "Cetto", ne è stato propinato a fiumi. A vagonate. Solo a parole, però. E lo dicono i fatti. Sicuramente non condividiamo l’antipolitica fine a se stessa. è inopportuna, non produce effetti. Però, se questa negli ultimi tempi è imperante e travalica i più alti livelli mai raggiunti, non basta semplicemente criticarla da tutti i pulpiti. Occorrerebbe chiedersi perché essa è imperante. Occorrerebbe chiedersi: «Io amo davvero il territorio?» e, se si «se, come me, l’hanno amato quelli che mi hanno preceduto e, al momento del voto, lo hanno detto ad altri cittadini che hanno preceduto gli attuali, perché è tutto fermo a 50 anni fa?». Fatevi queste domande e datevi voi stessi la risposta.

Valerio Colaci

Calabria Ora del 12 febbraio 2012

 
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