Emigrazione acquarese

INTRODUZIONE

Sebbene tutte quante le Regioni d'Italia abbiano avuto nel passato ingenti flussi migratori, ad oggi, le quattro comunità regionali all'estero più numerose sono costituite da cittadini siciliani, pugliesi, campani e calabresi a seguito della cosiddetta "diaspora italiana". Acquaro ed i suoi abitanti furono chiaramente coinvolti in tale fenomeno.
La portata dell'emigrazione, distribuendosi su un periodo lungo oltre un secolo, non è riconducibile ad un dato certo ed attendibile degli emigrati all'estero e dei loro discendenti. Esaminare l'andamento dell'emigrazione acquarese si rivela dunque un processo abbastanza complicato.
Innanzi tutto è necessario tracciare un'opportuna distinzione dei flussi in base al tipo e all'obiettivo dell'emigrazione, alla durata della stessa e secondo alcune delle principali caratteristiche demografiche e socio-economiche. In effetti, quello acquarese, come del resto quello italiano, si caratterizza come un fenomeno migratorio complesso e multiforme, imponente non solo per la quantità di persone coinvolte, ma anche per la sua estensione geografica e le sue implicazioni. Un esodo, in sintesi, che è la somma di tanti esodi individuali, è dunque di una straordinaria complessità, poiché cambiano i paesi di destinazione degli emigranti, e perché diverso è il loro grado di cultura: l'analfabetismo del proletariato contadino di fine secolo non è più tale nel secondo dopoguerra; vi sono pure varianti nella configurazione sociale dei migranti, benché nella stragrande maggioranza questa continui ad essere composta da contadini e da lavoratori. Come in generale per l'Italia, per la Calabria l'esplosione del fenomeno migratorio fu prevalentemente la risposta alla grave crisi agraria della fine del secolo XIX. Fu la classe agricola ad essere colpita in larghissima misura, interessando solo marginalmente altre fasce della classe lavoratrice, tipo l'artigianato minore. Acquaro insieme alla Calabria tutta, la cui sopravvivenza economica era basata fondamentalmente sull'agricoltura, pagò un alto tributo del grande esodo di fine ottocento – primo ventennio del novecento.


PERIODI

Inoltre è importante distinguere tra nuove e vecchie migrazioni, così come tra nuovi migranti e discendenti di varie generazioni che compongono l'universo degli acquaresi all'estero.
Nel periodo, compreso tra la fine del XIX secolo ed il decennio successivo al secondo dopoguerra, le destinazioni privilegiate erano quelle oltreoceano favorite dalle tante "colonie paesane" costituitesi e rimasero stabili fino alle restrizioni americane e a quelle imposte dal fascismo. America ed Australia hanno rappresentato mete in cui rendere concrete le speranze di migliorare la propria vita fino ad allora fondata su stenti e sofferenze.
Tali speranze erano più forti della paura di dovere affrontare un lungo viaggio verso un mondo assolutamente "ignoto" e della conseguente nostalgia per i cari più intimi, rimasti a casa, e per le strade del paese insieme ai suoi rumori e le sue genti.
Partirono in prevalenza gli agricoltori, in genere piccoli e piccolissimi proprietari, piccoli fittuari e coloni cui né la poca terra né le temporanee prestazioni di tipo bracciantile avevano concesso margini di speranza; in misura minore, ma pur sempre rilevante, specie tra i due secoli, erano espatriati i braccianti e gli artigiani. Una quota modesta interessava le categorie delle domestiche, delle nutrici e dei muratori.
Nel periodo, racchiudibile negli ultimi cinquanta anni, il flusso migratorio acquarese si è spostato verso il Nord Italia in seguito all'esplosione economica ed industriale avvenuta in contrasto con quanto accaduto qui al Sud dove invece c'è stato un proliferare di organizzazioni criminali che ne hanno abortito lo sviluppo. Ed ancora verso il Nord Europa con in testa Svizzera e Germania.


EUROPA

L'Europa è il continente che ospita il maggior numero di cittadini acquaresi residenti all'estero. La comunità più grande si trova in Germania, seguita da quella in Svizzera ed in Francia.
L'emigrazione verso la Germania negli anni Cinquanta ha avuto un carattere temporaneo e rotatorio. La quantità di acquaresi residenti stabilmente in Germania, fin dai primi anni sessanta, risultava bassa rispetto al volume degli espatri, mentre si registravano costanti e rilevanti flussi di ritorni in paese.
Gli acquaresi in Germania sono in progressiva, anche se marginale, diminuzione.
La distribuzione territoriale vede la comunità acquarese stabilita in prevalenza nella parte settentrionale del paese.
Il secondo paese europeo ad ospitare il maggior numero di acquaresi è la Svizzera. I paesani ivi sistematisi sono stati coinvolti nella seconda ondata di espatri verso questo Paese avvenuta negli anni successivi al 1970 ed anche con il loro contributo, nel giro di pochi anni, la comunità italiana e soprattutto calabrese e' divenuta la comunità di immigrati più numerosa presente in questo territorio.


OLTREOCEANO

Altre mete storiche dell'emigrazione acquarese sono rappresentate dagli Stati Uniti, dall'Australia e dall'Argentina.
Fra il 1880 e il 1915, prese l'avvio l'esodo migratorio susseguente agli squilibri creatisi dopo l'unità d'Italia, verso gli Stati Uniti per lo più attraverso il porto-simbolo di Ellis Island. La popolazione acquarese unitamente a tutto il Meridione, devastata dal terremoto del 1908 e dalla guerra non ebbe altra alternativa che migrare in massa. Gli Stati Uniti presentavano per gli emigrati maggiori opportunità occupazionali; ma, ben presto, dato l'enorme e sempre più crescente flusso migratorio verso questo Paese, intervennero politiche particolarmente restrittive per limitare l'ingresso di nuovi migranti. E in effetti, sia per le restrizioni americane che di quelle imposte dall'emergente regime fascista, tra il 1920 e il 1945 il fenomeno migratorio subisce una "battuta d'arresto". Già all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale, riprese l'esodo. Ma l'emigrazione si concentrò soprattutto verso Australia fino agli anni Settanta. L'Argentina ha accolto molti nostri compaesani soprattutto della frazione Limpidi. Qui, nella Provincia di Buenos Aires, a partire dal 1870 un provvedimento assegnava gratuitamente terreni a giovani coppie di agricoltori, a condizione che vi costruissero una casa e che li coltivassero. Ma fu la legge varata nel 1876 dal Governo argentino sulla colonizzazione e l'immigrazione che spinse molti a muoversi per tentare la fortuna in Argentina. La legge prevedeva che i territori nazionali venissero divisi in lotti di quarantamila ettari per insediamenti urbani e suburbani, offrendo sia la possibilità di assegnazioni di terreno gratuite, sia pagabili ratealmente a prezzi molto contenuti. Per gli acquirenti gli unici obblighi erano quelli della residenza e della coltivazione delle terre. Queste condizioni erano più che accettabili per i braccianti agricoli che erano allora in cerca di lavoro. Negli ultimi anni, conseguentemente alla grave situazione economica del Paese sudamericano, c'è stata un'inversione di rotta. Infatti, seppure in modeste quantità, c'è stato il rientro in Italia da parte di alcuni.


DIFFICOLTÀ DI ADATTAMENTO

Gli emigrati non riuscirono che eccezionalmente a integrarsi nel nuovo contesto. Così molti si chiusero in una sorta di subcultura e vissero secondo criteri conseguenti: ne risentirono i loro giudizi e il loro modo di vita ne soffriva. Il paese dove approdavano non era la loro patria e quello che avevano lasciato cessava di esserlo, fuorché nel ricordo. La loro visione si sdoppiava. Erano combattuti tra la vita di prima e quella di dopo: la rottura e la nostalgia.
Si mostrava sempre un velo di tristezza, sia per la nostalgia del paese che per il mancato inserimento culturale nel paese d'arrivo, soprattutto dal punto di vista linguistico. Infatti pochi emigrati impararono, nella prima generazione, la lingua del paese che li ha ospitati, e non comunicavano che con un gruppo più o meno ristretto di loro compaesani e compatrioti "condannati" al medesimo destino. Gli emigrati, cioè, non riuscivano a farsi capire né nella lingua italiana, né tanto meno nella lingua del paese ospitante, in quanto erano in grado di parlare soltanto il proprio dialetto, che a volte era molto stretto, e sapevano scrivere poco o niente, mostrando un forte rifiuto psicologico per il paese d'accoglienza, anche perché l'emigrazione soprattutto quella europea era intesa in modo più temporaneo.


ULTIMI ANNI

Il numero di acquaresi che lasciano il paese per cercare maggiori opportunità di lavoro all'estero si è con gli anni ridotto. L'emigrazione ha visto ridurre i flussi di espatrio sia per la politiche restrittive poste in essere dai paesi di immigrazione nei confronti dei nuovi ingressi, sia perché il divario economico che separava l'Italia dalle altre nazioni si è andato colmando; a questo si deve aggiungere un mutato atteggiamento dei lavoratori italiani riguardo all'esperienza migratoria. La disoccupazione, che ha fatto espatriare milioni di italiani, esiste ancora, ma oggi spinge ad espatriare molto meno che nel passato, partecipando a nuovi processi che differenziano in modo sostanziale il fenomeno migratorio attuale da quello storico.
Dalla metà degli anni '70 fino alla metà dei '90 l'idea diffusa circa i fenomeni migratori dal mezzogiorno è stata quella del rallentamento delle partenze: numerosi giovani, spesso anche quelli disoccupati, hanno preferito rimanere, godendo della solidarietà familiare, che è stata e continua ad essere una vera e propria fonte di beni affettivi e materiali. Comunque le partenze sono continuate ininterrottamente fino a divenire, dopo la metà degli anni '80, consistenti. In questo periodo si assiste ad un particolare incrocio di flussi: generazioni "adulte" tendono a rientrare, altre più giovani invece partono. Le differenze tra le prime e le seconde sono numerose. Chi parte sul finire degli anni '80 è cresciuto ed ha vissuto in pieno la "grande trasformazione" delle regioni meridionali, ha un grado d'istruzione elevato e spesso non trova, nel luogo d'origine, sbocchi coerenti al titolo di studio e/o alla qualificazione professionale di cui è in possesso. Il fenomeno è indicativo dei risultati paradossali delle politiche di sviluppo degli anni '60 e '70. Si credeva nella convergenza tra modernizzazione "economica" e "culturale", invece le due si sono sempre più distanziate e, piuttosto che al "decollo", la forza lavoro locale qualificata ha contribuito ad aumentare i tassi di disoccupazione. I saldi migratori tornano in positivo, gli acquaresi ed i calabresi che rientrano sono più numerosi di quelli che partono. Quest'inversione di tendenza è generata dalla richiesta sempre minore di operai da parte della grande industria settentrionale, in preda ad una riorganizzazione informatica e tecnologica e dall'aumento dei redditi e dei consumi delle famiglie, che permettono di "mantenere" un familiare disoccupato attraverso vere e proprie strategie solidali.
Ciò non toglie che le partenze continuano per tutto il decennio successivo ed iniziano a riguardare giovani istruiti, anche laureati, che non trovano nel territorio acquarese e calabrese possibilità di lavoro adeguate alla loro preparazione e qualificazione. Le Università calabresi, nate nei primi anni '70 con l'intenzione di stabilire un'alleanza tra sapere ed industria per lo sviluppo della regione, sono alla base del crescente fenomeno di emigrazione colta della Calabria degli anni '90. Si sosteneva, in altri termini, che l'università sarebbe stata una potente "forza urbanizzatrice", istituita per creare in loco forza lavoro qualificata a sostenere i ritmi della nuova fase d'industrializzazione che si preparava. E' noto come sono andate le cose: i livelli d'istruzione delle giovani generazioni calabresi sono notevolmente cresciuti, mentre non si è innescato alcun processo d'industrializzazione durevole. Oggi, la sproporzione tra il numero di laureati e la richiesta di competenze specialistiche è diventata enorme; già nel corso degli studi, ai molti è chiaro che la realizzazione professionale può avvenire soltanto fuori dalla Calabria e, a causa della recente crisi economica, non solo. Tale convinzione è insita anche nelle menti dei giovani acquaresi. Questa, insieme alla percezione di un crescente vuoto culturale e sociale sta inducendo tanti a lasciare questo paese.

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