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Emigrazione Acquarese |
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Introduzione
La portata dell’emigrazione, distribuendosi su un periodo lungo oltre un secolo, non è riconducibile ad un dato certo ed attendibile degli emigrati all’estero e dei loro discendenti. Esaminare l’andamento dell’emigrazione acquarese si rivela dunque un processo abbastanza complicato. Innanzi tutto è necessario tracciare un’opportuna distinzione dei flussi in base al tipo e all’obiettivo dell’emigrazione, alla durata della stessa e secondo alcune delle principali caratteristiche demografiche e socio-economiche. In effetti, quello acquarese, come del resto quello italiano, si caratterizza come un fenomeno migratorio complesso e multiforme, imponente non solo per la quantità di persone coinvolte, ma anche per la sua estensione geografica e le sue implicazioni. Un esodo, in sintesi, che è la somma di tanti esodi individuali, è dunque di una straordinaria complessità, poiché cambiano i paesi di destinazione degli emigranti, e perché diverso è il loro grado di cultura: l’analfabetismo del proletariato contadino di fine secolo non è più tale nel secondo dopoguerra; vi sono pure varianti nella configurazione sociale dei migranti, benché nella stragrande maggioranza questa continui ad essere composta da contadini e da lavoratori. Come in generale per l’Italia, per la Calabria l’esplosione del fenomeno migratorio fu prevalentemente la risposta alla grave crisi agraria della fine del secolo XIX. Fu la classe agricola ad essere colpita in larghissima misura, interessando solo marginalmente altre fasce della classe lavoratrice, tipo l’artigianato minore. Acquaro insieme alla Calabria tutta, la cui sopravvivenza economica era basata fondamentalmente sull’agricoltura, pagò un alto tributo del grande esodo di fine ottocento – primo ventennio del novecento.
Periodi
Inoltre è
importante distinguere tra nuove e vecchie migrazioni, così come tra nuovi
migranti e discendenti di varie generazioni che compongono l’universo degli acquaresi all’estero. Nel periodo, compreso tra la fine del XIX secolo ed il decennio successivo al secondo dopoguerra, le destinazioni privilegiate erano quelle oltreoceano favorite dalle tante “colonie paesane” costituitesi e rimasero stabili fino alle restrizioni americane e a quelle imposte dal fascismo. America ed Australia hanno rappresentato mete in cui rendere concrete le speranze di migliorare la propria vita fino ad allora fondata su stenti e sofferenze. Tali speranze erano più forti della paura di dovere affrontare un lungo viaggio verso un mondo assolutamente “ignoto” e della conseguente nostalgia per i cari più intimi, rimasti a casa, e per le strade del paese insieme ai suoi rumori e le sue genti. Partirono in prevalenza gli agricoltori, in genere piccoli e piccolissimi proprietari, piccoli fittuari e coloni cui né la poca terra né le temporanee prestazioni di tipo bracciantile avevano concesso margini di speranza; in misura minore, ma pur sempre rilevante, specie tra i due secoli, erano espatriati i braccianti e gli artigiani. Una quota modesta interessava le categorie delle domestiche, delle nutrici e dei muratori. Nel periodo, racchiudibile negli ultimi cinquanta anni, il flusso migratorio acquarese si è spostato verso il Nord Italia in seguito all’esplosione economica ed industriale avvenuta in contrasto con quanto accaduto qui al Sud dove invece c’è stato un proliferare di organizzazioni criminali che ne hanno abortito lo sviluppo. Ed ancora verso il Nord Europa con in testa Svizzera e Germania.
Europa L’Europa è il continente che ospita il maggior numero di cittadini acquaresi residenti all’estero. La comunità più grande si trova in Germania, seguita da quella in Svizzera ed in Francia. L’emigrazione verso la Germania negli anni Cinquanta ha avuto un carattere temporaneo e rotatorio. La quantità di acquaresi residenti stabilmente in Germania, fin dai primi anni sessanta, risultava bassa rispetto al volume degli espatri, mentre si registravano costanti e rilevanti flussi di ritorni in paese. Gli acquaresi in Germania sono in progressiva, anche se marginale, diminuzione. La distribuzione territoriale vede la comunità acquarese stabilita in prevalenza nella parte settentrionale del paese. Il secondo paese europeo ad ospitare il maggior numero di acquaresi è la Svizzera. I paesani ivi sistematisi sono stati coinvolti nella seconda ondata di espatri verso questo Paese avvenuta negli anni successivi al 1970 ed anche con il loro contributo, nel giro di pochi anni, la comunità italiana e soprattutto calabrese e’ divenuta la comunità di immigrati più numerosa presente in questo territorio.
Oltreoceano Altre mete storiche dell’emigrazione acquarese sono rappresentate dagli Stati Uniti, dall’Australia e dall’Argentina.
Fra il 1880 e il
1915, prese l’avvio l’esodo migratorio susseguente agli squilibri creatisi dopo
l’unità d’Italia, verso gli Stati Uniti per lo più attraverso il
porto-simbolo di Ellis Island. La popolazione acquarese unitamente a tutto il
Meridione, devastata dal terremoto del 1908 e dalla guerra non ebbe altra
alternativa che migrare in massa. Gli Stati Uniti presentavano per gli emigrati
maggiori opportunità occupazionali; ma, ben presto, dato l’enorme e sempre più
crescente flusso migratorio verso questo Paese, intervennero politiche
particolarmente restrittive per limitare l’ingresso di nuovi migranti. E in
effetti, sia per le restrizioni americane che di quelle imposte dall’emergente
regime fascista, tra il 1920 e il 1945 il fenomeno migratorio subisce una
“battuta d’arresto”. Già all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale,
riprese l’esodo. Ma l’emigrazione si concentrò soprattutto verso Australia
fino agli anni Settanta.
Difficoltà di adattamento
Si mostrava sempre un velo di tristezza, sia per la nostalgia del paese che per il mancato inserimento culturale nel paese d’arrivo, soprattutto dal punto di vista linguistico. Infatti pochi emigrati impararono, nella prima generazione, la lingua del paese che li ha ospitati, e non comunicavano che con un gruppo più o meno ristretto di loro compaesani e compatrioti “condannati” al medesimo destino. Gli emigrati, cioè, non riuscivano a farsi capire né nella lingua italiana, né tanto meno nella lingua del paese ospitante, in quanto erano in grado di parlare soltanto il proprio dialetto, che a volte era molto stretto, e sapevano scrivere poco o niente, mostrando un forte rifiuto psicologico per il paese d’accoglienza, anche perché l’emigrazione soprattutto quella europea era intesa in modo più temporaneo.
Ultimi anni Il numero di acquaresi che lasciano il paese per cercare maggiori opportunità di lavoro all'estero si è con gli anni ridotto. L'emigrazione ha visto ridurre i flussi di espatrio sia per la politiche restrittive poste in essere dai paesi di immigrazione nei confronti dei nuovi ingressi, sia perché il divario economico che separava l'Italia dalle altre nazioni si è andato colmando; a questo si deve aggiungere un mutato atteggiamento dei lavoratori italiani riguardo all'esperienza migratoria. La disoccupazione, che ha fatto espatriare milioni di italiani, esiste ancora, ma oggi spinge ad espatriare molto meno che nel passato, partecipando a nuovi processi che differenziano in modo sostanziale il fenomeno migratorio attuale da quello storico.
Ciò non toglie che le partenze continuano per tutto il decennio successivo ed iniziano a riguardare giovani istruiti, anche laureati, che non trovano nel territorio acquarese e calabrese possibilità di lavoro adeguate alla loro preparazione e qualificazione. Le Università calabresi, nate nei primi anni ’70 con l’intenzione di stabilire un’alleanza tra sapere ed industria per lo sviluppo della regione, sono alla base del crescente fenomeno di emigrazione colta della Calabria degli anni ‘90. Si sosteneva, in altri termini, che l’università sarebbe stata una potente “forza urbanizzatrice”, istituita per creare in loco forza lavoro qualificata a sostenere i ritmi della nuova fase d’industrializzazione che si preparava. E’ noto come sono andate le cose. I livelli d’istruzione delle giovani generazioni calabresi sono notevolmente cresciute, mentre non e’ innescato alcun processo d’industrializzazione durevole. Oggi, la sproporzione tra il numero di laureati e la richiesta di competenze specialistiche è diventata enorme; in molti casi, già nel corso degli studi, è chiaro che la realizzazione professionale può avvenire soltanto fuori dalla Calabria. Tale convinzione è insita anche nelle menti dei giovani acquaresi. Questa, insieme alla percezione di un crescente vuoto culturale e sociale indurrà a lasciare questo paese. |
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