Il fenomeno dell'emigrazione: Europa e Nord Italia (Dal 1950 ad oggi)

IL MERIDIONE ED IL MIRACOLO ECONOMICO: LUCI E OMBRE
DI GIOVANNI TALOMO


INTRODUZIONE 1
LA CALABRIA ED I CALABRESI NEL MONDO:
UN ANTICO RETAGGIO DA ELIMINARE

Così scriveva lo scrittore Corrado Alvaro nel 1930 all'apertura di una conferenza al Lyceum di Firenze: "Mi fu sempre difficile spiegare che cos'è la mia regione. La parola Calabria dice alla maggioranza cose assai vaghe, paese e gente difficile". Le parole dello scrittore calabrese coglievano una caratteristica della Calabria, una terra che ha avuto, ed ha, una seria difficoltà ad essere raccontata, conosciuta ed apprezzata.

A diffondere certe idee sugli abitanti della terra di Calabria si iniziò davvero molto presto. Si cominciò sin dal tempo della dominazione romana quando i Bruzi, gli antichi abitanti della Calabria, erano alleati di Annibale e per difendere la propria autonomia combatterono contro Roma. Per questo i Romani li chiamarono "fures, latrones, homines mali", vale a dire furfanti, uomini malvagi.

Il calabrese nel corso del tempo è stato raffigurato come montanaro taciturno, chiuso, rozzo, selvaggio, uomo fiero, tenace, sempre pronto agli scoppi d'ira ed alle ribellioni.
Questa immagine si rafforzò ancora di più ad inizio Ottocento quando i francesi invasero la Calabria e furono combattuti, frenati nello slancio militare e costretti alla difensiva. Loro, soldati ed ufficiali dell'invincibile Napoleone, presero così a definirci briganti ed a invitare gli europei a non andare oltre Napoli. Uno di loro scrisse infatti:" L'Europa finisce a Napoli. La Calabria, la Sicilia e tutto il resto appartiene all'Africa".

I viaggiatori che avessero avuto intenzione di raggiungere la Sicilia erano consigliati di raggiungere l'isola per via mare, sfidando i pirati tunisini ritenuti più mansueti ed accomodanti dei famigerati banditi calabresi. Sarà stata forse una singolare coincidenza ma quando un secolo dopo si pose mano per la costruzione dell'Autostrada del Sole il primo tratto realizzato si fermò a Salerno. E solo dopo parecchi anni si portò a compimento (?) l'ultimo tratto che da Salerno conduceva a Reggio Calabria. E' sempre, dunque, stato - è lo è ancora - difficile per noi calabresi descrivere e raccontare a chi calabrese non è, alcuni dei nostri avvenimenti, delle nostre cose positive.

Concludo riportando una breve citazione di un'altro scrittore, Cesare Pavese, che negli anni trenta confinato dal regime fascista visse in Calabria e così si esprimeva a proposito dei calabresi:" la gente di questi paesi è di un tatto ed una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui, una volta, la civiltà era greca".


INTRODUZIONE 2

A partire dalla fine degli anni '50, si innescò in Italia una fase di rapida trasformazione delle strutture economiche e sociali. Fu un processo che in dieci anni trasformò la penisola da paese in prevalenza agricolo - sostanzialmente sottosviluppato - in un moderno paese industrializzato.

Questa grande espansione economica fu determinata da una serie di fattori simultanei. In primo luogo, fu dovuta allo sfruttamento delle opportunità che venivano dalla congiuntura internazionale dovuta soprattutto all'attuazione del Piano per la ripresa europea (European recovery program), il cosiddetto "Piano Marshall" fu uno dei piani di aiuti economico-finanziari statunitensi per la ricostruzione dell'Europa dopo la Seconda guerra mondiale.

Stato
1948/49
[$ milioni]
1949/50
[$ milioni]
1950/51
[$ milioni]
Totale
[$ milioni]
Belgio e Lussemburgo
195
222
360
777
Francia
1,085
691
520
2,296
Germania
510
438
500
1,448
Italia
594
405
205
1,204
Svizzera
250
250

La disponibilità di nuove fonti di energia (la scoperta del metano e degli idrocarburi in Val Padana) e la trasformazione dell'industria dell'acciaio furono gli altri fattori decisivi. Il sistema produttivo italiano ne risultò quindi fortemente rivitalizzato ed ammodernato.

Il maggior impulso a questa espansione venne proprio da quei settori che avevano raggiunto un livello di sviluppo tecnologico e una diversificazione produttiva tali da consentire loro di reggere l'ingresso dell'Italia nel Mercato Comune (l'embrione dell' Unione Europea). Il settore industriale, nel solo triennio 1957-1960, registrò un incremento medio della produzione del 31,4%. Assai rilevante fu l'aumento produttivo nei settori in cui prevalevano i grandi gruppi (Fiat, Innocenti, Alfa Romeo, Pirelli, Montedison, Eni): autovetture 89%; meccanica di precisione 83%; fibre tessili artificiali 66,8% .

Ma, va osservato che il «miracolo economico» non avrebbe avuto luogo senza il basso costo del lavoro. Gli alti livelli di disoccupazione negli anni '50 furono la condizione perché la domanda di lavoro eccedesse abbondantemente l'offerta, con le prevedibili conseguenze in termini di andamento dei salari. A partire dalla fine degli anni '50, infatti, la situazione occupazionale mutò drasticamente: la crescita divenne notevole soprattutto nei settori dell'industria e del terziario. Il tutto avvenne, però, a scapito del settore agricolo.


"LA STORIA SIAMO NOI": IL MERIDIONE ED IL MIRACOLO ECONOMICO

Il risultato di questo processo di espansione economica fu l'imponente movimento migratorio iniziato nella metà degli anni '50 e proseguito negli anni '60 e '70. È stato calcolato che nel periodo tra il 1955 e il 1971, quasi 9.150.000 unità siano state coinvolte in migrazioni interregionali; nel quadriennio 1960-1963, il flusso migratorio dal Sud al Nord raggiunse il totale di ottocentomila unità all'anno. Gli anni '60 furono, dunque, teatro di un rimescolamento formidabile della popolazione italiana. I motivi strutturali che indussero prevalentemente la popolazione rurale ad abbandonare il loro luogo d'origine furono molteplici e tutti avevano a che fare con l'assetto fondiario del Sud, con la scarsa fertilità delle terre e con la polverizzazione della proprietà fondiaria, causata dalla riforma agraria del dopo guerra che aveva espropriato i latifondisti e che aveva suddiviso la proprietà terriera in lotti troppo piccoli. Ai fattori strutturali si accompagnarono quei fattori tipici di attrazione che derivano dai modelli di vita dell'ambiente urbano, con la conseguenza che a decidere di emigrare furono prevalentemente i giovani meridionali della terza generazione del secolo ‘900. Il flusso migratorio fu intercettato soprattutto dal Nord del paese, in quanto, per la prima volta in quegli anni del miracolo economico, la domanda di lavoro superò l'offerta nelle Regioni del triangolo industriale.

L'apice di questo fenomeno, si verificava negli anni '55-'63; le mete furono le città del Centro-Nord Italia, soprattutto Milano e Torino. La popolazione di Torino tra il 1951 e il 1961 raddoppiò, aumentando di una percentuale del 46%, mentre quella di Milano sempre dal 1951 al 1961 aumentò del 24,1%. Ma è tutto il territorio nazionale a mutare fisionomia, da un paese essenzialmente rurale ed agricolo l'Italia si trasforma in una estensione di grandi sobborghi urbani ed industriali dove il cemento è il nuovo comune denominatore.

Altre mete di destinazione furono le città del Centro-Nord Europa; infatti, dopo la crescita industriale che coinvolse anche il resto degli Stati europei, Svizzera, Belgio, Germania e Francia divennero meta di molti nostri connazionali.

Questo flusso di gente divenne così imponente che lo Stato, viste le ingenti e urgenti necessità, stabilì la creazione di un' apposita linea ferroviaria, chiamata il "Treno del sole", che attraversava l'Italia da Nord a Sud, in modo tale da favorire e permettere nel migliore dei modi il dispiegarsi di questi spostamenti.
Gli uomini trovarono lavoro come operai nelle numerose fabbriche che nascevano in gran numero in quegli anni, oppure nei cantieri edili; le donne al contrario erano occupate in lavori a domicilio, nel campo della maglieria, del filato e della sartoria, oppure anch'esse nelle fabbriche. Molti di questi manovali e operai acquisirono in quegli anni un'esperienza tale da permetter loro di diventare in seguito imprenditori nei vari settori in cui avevano fatto esperienza lavorativa.

Il cospicuo movimento migratorio non poteva non creare ampi e diversi sconvolgimenti a livello sociale. Infatti molti problemi si crearono per gran parte della gente immigrata dal Sud. Innanzitutto una situazione di disagio causato dalle diverse condizioni climatiche, dai problemi riguardanti la lingua, perché erano abituati a parlare solamente il dialetto, e dalla difficoltà a trovare un'abitazione. Questo ha causato inefficienze non solo sul luogo di lavoro di operai o manovali, ma anche per i figli di queste famiglie che dovettero affrontare la situazione quando iniziarono la nuova scuola al fianco dei bambini del luogo. Inoltre per loro era anche difficile adattarsi alla vita di città, estremamente diversa da quella a cui erano abituati. Tutte queste difficoltà spesso ebbero delle ripercussioni negative sul loro inasprimento nel posto di lavoro e determinarono una certa insofferenza in questa gente nei confronti della società, che veniva additata come la causa dei loro problemi.


OGGI 1: RIPARTE LA MIGRAZIONE INTERNA DAL SUD

Nel Mezzogiorno, sono tornate di moda le valige di cartone? A dirla con i numeri dei principali centri di statistica italiana e sulla base del rapporto Svimez 2006, sull'economia meridionale nel 2005, sembrerebbe proprio di si.

Tant'è che – se è vero e non c'è alcuna ragione per dubitarne vista l'autorevolezza delle fonti e la possibilità di verificarlo anche "de visu" – ciò che rilevano i principali protagonisti della ricerca del nostro Paese, nel corso degli ultimi 9 anni (1997-2004) sono stati oltre 630mila (addirittura quasi 100mila, quelli che hanno staccato il biglietto di viaggio nel solo 2005, mentre stando alle prime stime sarebbero stati ben 130mila quelli che lo hanno fatto nel corso dei primi nove mesi del 2006) i giovani meridionali che hanno lasciato la propria terra nel tentativo di trovare un "posto al sole" nell'Italia più ricca e più "fertile" di lavoro: quella centro-nord. Vanno nelle regioni del nord-ovest (32,1 per cento), nel nord-est (27,4 per cento) e nel centro (26,5 per cento). Mentre soltanto il 14 per cento di quanti emigrano, lo fanno rimanendo comunque fermi all'interno del perimetro dell'Italia meridionale. Del resto, non potrebbe essere che così, visto che - per quanto non uniforme in termini di sviluppo - il Mezzogiorno, in ogni caso, presenta dappertutto, anche se con maggiore o minore intensità, gli stessi problemi. Numeri che, senza ombra di dubbio alcuno, fanno pensare ad una vera e propria emigrazione di massa che ricorda, dal punto di vista quantitativo, quella degli anni '50 e '60, quando l'unica e sola opportunità di occupazione per i ragazzi del Sud era quella di trasferirsi al Nord. A muoversi, oggi come negli anni '50, i giovani tra i 20 ed i 35 anni, delusi dalla lunga ed inutile attesa di un posto di lavoro, ma soprattutto dal cattivo funzionamento del mercato del lavoro nel Sud, sempre più condizionato ed ingessato dagli errori nelle scelte delle politiche regionali, in materia di occupazione e preoccupati di dover prima o poi, per sopravvivere, rifugiarsi nel "sommerso", con tutti i rischi, i limiti e le inadeguatezze che contraddistinguono il mondo del lavoro "nero".

Se ne ricava, quindi, che il nuovo fenomeno dell'emigrazione va letto ed analizzato sulla base di una duplice chiave interpretativa.

La prima rappresentata dal fatto che, i "fujenti", vogliono assicurarsi uno stipendio, senza dover dipendere eternamente dai genitori e la seconda dal loro "no" convinto ad una classe dirigente che non stimano, ritenendola, da un lato, vittima e, dall'altro, essa stessa portatrice e mallevadrice di interessi "confliggenti", spesso con quelli generali. Sicché, se ne vanno alla ricerca di una società meno politicizzata e più aperta, dove i meriti siano garantiti e difesi dall'attacco spietato del clientelismo; più trasparente negli obiettivi e meno corrotta nelle scelte; più sicura e meno violenta; dove il riconoscimento di un proprio diritto, sia evento di ordinaria quotidianità e non una "gentile concessione" del "principe" di turno.

Ciò che, però, differenzia l'emigrazione "anni duemila" da quella dell'immediato dopoguerra è la qualità di quanti intraprendono quello che una volta era definito come "il cammino della speranza".
A muoversi, infatti, non sono più i derelitti, i "senza arte né parte", i manovali o quelli privi di qualsiasi specializzazione e, proprio per questo, senza prospettive, ma sono i lavoratori qualificati, i diplomati ed i laureati. Giovani, quindi, che hanno acquisito una specificità, hanno studiato e, pertanto, possono mettere in gioco professionalità e preparazione. Per conseguenza, sarebbero potenzialmente in grado di aspirare alla conquista di un ruolo di prestigio nel contesto della società contemporanea. Un'aspirazione decisamente difficile da soddisfare nell'Italia del tacco, dove certe prospettive - almeno per il momento - sono praticamente nulle. Tutto questo, se, da un lato, rappresenta un grosso vantaggio per il Sud che vede, così, ridursi in misura consistente il proprio tasso disoccupazionale; dall'altro, nasconde due rischi enormi e, a ben vedere, decisamente più preoccupanti del vantaggio che ne deriva.

Il primo rappresentato dal fatto che interagendo con la notevole diminuzione della natalità (appena un terzo di quella degli anni '90) sta producendo una grossa contrazione del numero dei residenti nel Mezzogiorno, al punto che l'incidenza dei residenti nel Sud sul totale della popolazione italiana che nel '90 toccava il 36,2 per cento, oggi si è ridimensionata al 35,5.

Il secondo, ancor più pesante se letto in prospettiva futura, è che continua - anzi, si accentua - la fuga dei cervelli dal Mezzogiorno verso l'Italia settentrionale. Cosa che, nel mentre arricchisce quest'ultima, impoverisce ulteriormente il Sud di potenzialità e professionalità, che potrebbero, se ben utilizzate, dare un contributo notevole allo sviluppo del meridione. Ed il peggio è che siamo di fronte ad una situazione che, in verità, non dà segni di volersi arrestare. Tant'è che, secondo i dati del progetto Sud-Nord-Sud, gestito dall'agenzia tecnica per le politiche attive di Italia Lavoro, altre diverse migliaia di giovani meridionali si stanno preparando a seguire lo stesso percorso.

Il bilancio demografico di Acquaro: nel 2007 la popolazione è diminuita di 60 unità che si sono spostate nel Nord Italia. Il bilancio Nascite-Morti è in "perdita": Acquaro tende a scomparire.

Nella città di Vibo è interessante evidenziare la concentrazione di flussi provenienti dalle zone interne al territorio provinciale che decidono di ubicare la propria dimora nel Comune di Ionadi.


OGGI 2: DUE NUOVE CATEGORIE DI EMIGRATI: L'AMMALATO ED IL LAUREATO

Vi è un nuovo fenomeno di migrazione ormai ben consolidato ed identificato con il cosiddetto "viaggio della speranza". Sempre più persone, indistintamente uomini e donne, residenti nel Sud della Penisola, ricorrono alle prestazioni sanitarie di regioni del Centro e Nord Italia (46% per trapianto di fegato, 30% problemi cardio-vascolari, etc.). Per quanto riguarda la nostra Regione i numeri affermano che circa 67mila calabresi assicurano la propria salute fuori dei confini regionali.

Le mete più ricercate sono Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Veneto e Toscana. E' qui, non a caso , che si trovano i centri d'eccellenza sanitaria più riconosciuti: il San Raffaele e l'Istituto Europeo di Oncologia ( Milano), Il Bambin Gesù (Roma), il Rizzoli (Bologna), etc.

Se nel 2003 si sono registrati circa un milione di ricoveri in mobilità (in maggioranza dal Sud), c'è la riprova che la situazione della sanità meridionale è allo sbando, in un lento ed inesorabile calvario.

A tre anni dalla laurea la disoccupazione. E se il lavoro c'è, è atipico e per pochi: privilegiati, benestanti e raccomandati. In questi casi si resta, negli altri si va. Da Sud a Nord: altra città, altra casa, altra vita. Si diventa emigranti, con una laurea in valigia e la speranza di farne buon uso.
Per i neolaureati meridionali mancano alternative; le partenze negli ultimi anni sono triplicate; mentre chi resta si affida a conoscenze e raccomandazioni per cercare lavoro.

Le cause? Diverse e complesse, ma in primo piano ci sono la scarsa mobilità sociale, la mancata ripresa economica e il sistema scolastico.

È quanto sostiene una ricerca della Svimez, (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno), che prende in esame la mobilità territoriale, la condizione professionale e occupazionale dei laureati meridionali a tre anni dalla laurea. Nel lavoro pubblicato sul quaderno "I laureati del Mezzogiorno: una risorsa sottoutilizzata o dispersa" e condotto su dati Istat dai professori Mariano D'Antonio e Margherita Scarlato dell'Università di Roma Tre, si legge infatti che la forbice sociale tra giovani dei ceti alti e bassi nel Mezzogiorno è frutto di un "sistema di istruzione che contribuisce soprattutto ad amplificare la distanza tra aree ricche ed aree povere". Mentre "dovrebbe compensare gli svantaggi di partenza portando allo stesso livello figli di famiglie di diverso reddito e grado di istruzione".

Emigrazioni in crescita. Nel 2004, a tre anni dalla laurea, il 46,4 per cento dei laureati meridionali che hanno studiato al Sud e si sono laureati in corso è disoccupato. Disoccupato anche il 43,3 per cento dei laureati con il massimo dei voti a fronte del 30,8 per cento del Centro-Nord, dove oltre l'80 per cento dei laureati fuori corso da più di tre anni ha comunque trovato un'occupazione.

Si spiegano così gli altri dati che indicano un progressivo incremento delle emigrazioni: nel 1992 i giovani meridionali che emigravano al Nord dopo la laurea erano il 6 per cento; nel 2001 sono diventati il 22 per cento. In valori assoluti, da 1.732 a 9.899 laureati e tra questi più ingegneri ed economisti. Ma la crescita ha riguardato anche i giovani che hanno scelto il Centro-Nord per frequentare l'Università: in percentuale, erano un terzo (pari a 6.618 studenti) nel 1992, sono saliti al 60 per cento (10.539 unità) nove anni dopo. Rimane invece molto bassa la quota di studenti che dal Centro-Nord si sposta al Sud per studiare: nel 2001 sono stati soltanto 779.

"Nel Mezzogiorno il mercato del lavoro è opaco, molto più di quanto lo sia a livello nazionale - nota Margherita Scarlato, docente di Economia dello sviluppo all'Università di Roma Tre - l'accesso non meritocratico al lavoro è più forte. E non è solo un problema di stagnazione economica. Laddove è carente la qualità dell'istruzione scolastica infatti è molto più determinante il ruolo della famiglia. Perciò l'origine sociale e territoriale continua a determinare fortemente l'accesso all'istruzione, il rendimento, e la collocazione nel mondo del lavoro".

La forbice sociale. I dati analizzati mostrano la differenza delle opportunità: fra i laureati meridionali sono soprattutto i figli di dirigenti (22,7 per cento) e di liberi professionisti (23,6 per cento) a laurearsi in corso. Inoltre sono soprattutto i 'figli dì a laurearsi nel Centro-Nord (20,9 per cento) o a trasferirsi dopo aver studiato al Sud (24,2 per cento), favorendo così le migliori possibilità di crescita professionale. "Servono interventi rigorosi di inclusione sociale per evitare che i giovani restino ai margini - ribadisce la professoressa - altrimenti non ci saranno davvero limiti alle emigrazioni. Chi emigra lo fa per necessità, per avere una possibilità di crescita e di lavoro, e nella maggior parte dei casi non è una scelta privata".
Il discorso vale per la Campania, regione con la più forte migrazione di neolaureati: un valore nel 2001 pari al 21,3 per cento del totale dei laureati (erano il 15,2 nel 1998); vale per la Calabria (18,3) e per Puglia e Sicilia (pari entrambe a 17,4 per cento). Minore invece la propensione al trasferimento per i molisani (12,9) e gli abruzzesi (13,2).

E per chi sceglie di restare? Lavoro atipico, spesso frutto della rete di conoscenze. Secondo l'indagine, se si è figli di dirigenti e imprenditori ci si affida ad amici, conoscenti e parenti per la ricerca dell'impiego (tra il 37 e il 41 per cento dei casi), più di quanto facciano altri lavoratori autonomi (22-25 per cento). Ma in questi casi la distanza tra Nord e Sud si accorcia: anche al Nord i figli di dirigenti e imprenditori si rivolgono a canali informali. E anche là i contratti li fanno a progetto.


Nota: Questo testo è stato scritto in occasione della Festa degli Emigrati del 2008.

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