Cronistoria dei terremoti che hanno colpito Acquaro

CRONISTORIA DEI TERREMOTI CHE HANNO COLPITO ACQUARO
DI DOMENICO GIOFRE'

Il territorio acquarese è stato coinvolto, in passato, da gravissimi terremoti. Le informazioni relative agli eventi sismici più remoti sono inesistenti in quanto, allora, non era in uso annotarne i danni e, oltretutto, le notizie non avevano quasi alcuna diffusione. Si possiedono dei dati ad iniziare da quando i sovrani inviarono dei loro rappresentanti con l'intento di scrivere accurate relazioni sulle conseguenze prodotte dal sisma in modo da prevedere gli interventi necessari al ripristino della situazione antecedente all'evento. Prima di elencare alcuni degli eventi più disastrosi che hanno interessato il nostro paese è bene soffermarsi sulle cause che li hanno generati facendo, innanzitutto, una distinzione dei terremoti che lo hanno colpito in maniera diretta, per effetto dell'attività di faglie presenti nella zona dell'alto Mesima (per esempio il terremoto del 1783), e quelli che lo hanno interessato di riflesso, cioè quei sismi il cui epicentro, pur distando centinaia di kilometri, ha prodotto effetti gravi (per esempio il terremoto del 1908). I primi sono scaturiti da una attività tettonica, presente proprio al di sotto del nostro territorio, che si manifesta con la presenza di due faglie parallele. Una di esse è la proiezione superficiale di una struttura tettonica profonda, sismicamente attiva, e corre da Dinami fino a Pizzoni, passando per Acquaro ed altri paesi come Dasà, Gerocarne e Soriano. I secondi sono stati conseguenza di eventi tellurici scatenatisi a distanza ed il cui ipocentro era abbastanza profondo da permettere la propagazione delle onde sismiche nello strato più solido dove le velocità di diffusione sono molto elevate (5,5 km/sec per le onde primarie, 3,5 km/sec per le onde secondarie).

Il primo evento di cui si hanno notizie è quello avvenuto alle ore 6:00 della notte tra il 5 ed il 6 novembre 1659. Gli effetti più gravi che produsse, durante i 20 secondi per cui si protrasse, si ebbero nella zona compresa tra la piana dell'Angitola e la valle del Mesima, inclusi i paesi adagiati sul versante ovest delle Serre. Della loro valutazione fu, all'epoca, incaricato il reggente Donato Antonio De Marinis che, inviato dal viceré di Napoli, giunse in Calabria. Egli riportò in una accurata relazione ciò che riscontrò durante le sue visite sui luoghi interessati. Oltre a crolli e danni alle abitazioni, il terremoto distrusse o danneggiò diverse costruzioni del patrimonio artistico e religioso locale: l'abbazia della SS. Trinità di Mileto, il convento di S. Domenico a Soriano e la Certosa di Serra San Bruno. Ad Acquaro, secondo quanto scritto dal De Marinis, gravi danni subirono le abitazioni e gli edifici religiosi, tra cui la chiesa di San Nicola di Bari ed il convento dei Padri Agostiniani, posti in località Semiatori.

A questo, se si esclude quello del 1743, seguì un lungo e violentissimo periodo sismico iniziato alle 19:00 del 5 febbraio 1783, continuato il 6 e 7 febbraio ed il 1 marzo e conclusosi il 28 marzo dello stesso anno. Esso coinvolse l'intera Calabria meridionale a causa del progressivo spostamento dell'epicentro che migrò da Polistena fino a Soriano. Gli effetti cumulativi provocarono la distruzione di intere borgate, quasi 200, e la morte di 30000 persone di cui 430 nel territorio dell'alto Mesima. Oltre alla distruzione di buona parte del paese, secondo quanto riportato nell'"Istoria de' tremuoti avvenuti nella provincia della Calabria ulteriore e nella città di Messina nell'anno 1783" di Giovanni Vivenzio, ad Acquaro ci furono 10 vittime su 1109 abitanti: 2 maschi, 4 donne, 2 bambini e 2 monaci (dei 23 Riformati); a Limpidi 15 vittime su 531 abitanti: 1 maschio, 4 donne e 10 bambini; a Semiatori 18 vittime su 183 abitanti: 6 maschi, 7 donne e 5 bambini (Fig. 1).

Fig. 1 - Numero dei morti - "Istoria de' tremuoti avvenuti..." di Giovanni Vivenzio (1783)

In soccorso ai sopravvissuti, che, nel frattempo, rimasti privi delle loro abitazioni, cercarono riparo nelle campagne circostanti, venne il re di Napoli Ferdinando IV di Borbone. Egli, oltre che fornire cure, cibo e abitazioni in legno, avviò una serie di procedure per favorire la rapida ripresa della vita e delle attività. Con un dispaccio del 4 giugno 1784 istituì l'organo governativo della Cassa Sacra che aveva il compito di espropriare e vendere alcuni beni ecclesiastici per ricavare il denaro che sarebbe servito per la ricostruzione delle opere pubbliche e la realizzazione di tutto ciò che potesse produrre beneficio alla popolazione. Tale provvedimento, ideato sulla convinzione che la calamità fosse un'occasione per rilanciare un territorio che da anni viveva in condizioni disperate, era, in qualche modo, rivoluzionario. Ma questa opportunità non venne colta. L'uso del denaro ricavatone finì per essere influenzato dai baroni che avevano tutto l'interesse a difendere i propri egoistici interessi ed a mantenere un sistema agricolo feudale. Non si determinò un miglioramento dell'assetto terriero, rimasto monopolistico, né, quindi, delle condizioni di povertà in cui versava la popolazione. Ad Acquaro, le opere pubbliche per cui si poteva attingere ai fondi messi a disposizione dalla Cassa Sacra, erano il ponte e la fontana. Le cifre richieste per il loro ripristino furono rispettivamente 1312 ducati e 46 grani e 373 ducati e 27 grani (Fig. 2).

Fig. 2 - Spese per le opere pubbliche - "Istoria de' tremuoti avvenuti..." di Giovanni Vivenzio (1783)

Con un ulteriore dispaccio, datato 19 febbraio 1785, il re diede l'ordine di ricostruire il più rapidamente possibile i luoghi di culto per permettere la ripresa dell'attività ecclesiastica. In ossequianza a tali disposizioni, ad Acquaro fu prevista la sistemazione della chiesa matrice per cui, secondo la perizia riportata nella mappa dell'ingegnere direttore D. Ludovico de Sauget, erano necessari 1300 ducati. Il vicario generale delle Calabrie, rivedendo la cifra, concesse 433 ducati e 33 grani (Fig. 3). A Semiatori, dove fu anche danneggiato il convento dei Minori Riformati, c'era da rimettere a posto la chiesa di San Giuseppe. Dei 449 ducati previsti, ne furono dati 149 e 66 grani. Per la parrocchia di Limpidi vennero concessi 171 ducati. Ben poco rispetto ai 513 di cui necessitava. In compenso venne fornito del materiale da impiegare nei lavori di ricostruzione.

Fig. 3 - Spese per le parrocchie - "Istoria de' tremuoti avvenuti..." di Giovanni Vivenzio (1783)

Seguirono altri dispacci con un alleggerimento delle imposte e la proroga del loro pagamento. Sempre secondo quanto riportato nell'opera del Vivenzio, come anche per Limpidi, Dasà e Arena, si decise di ricostruire il paese nello stesso sito (Fig. 4).

Fig. 4 - Paesi ricostruiti nello stesso sito - "Istoria de' tremuoti avvenuti..." di Giovanni Vivenzio (1783)

Il 13 ottobre del 1791, a 8 anni di distanza dal precedente evento, un altro terremoto violento colpì la Calabria centrale. Acquaro, come gli altri paesi della provincia vibonese, epicentro del nuovo sisma, era ancora parzialmente disastrato ed in piena fase di ricostruzione. Non ci furono quindi danni rilevanti se non un intralcio ai lavori di riparazione e ricostruzione degli edifici. Fortunatamente, in paese non ci furono dei morti. Ciò dipese tanto dalla situazione abitativa. Molti, infatti, vivevano nelle baracche di legno costruite dopo la disastrosa sequenza sismica del 1783.

Il venerdì 8 settembre del 1905, alle 2:43, dal mare a nord di Vibo Valentia, si scatenò un nuovo ed intenso evento sismico che produsse effetti devastanti sui paesi compresi tra la costa tirrenica vibonese ed il massiccio del Monte Poro. Parghelia, Briatico, Piscopio, Sant'Onofrio e molte località limitrofe furono completamente rase al suolo. La scossa, durata 40 secondi, fu preceduta da un forte boato ed accompagnata da un rumore sordo. A questo proposito, scriveva il Baratta nel 1906: "Un rombo cupo, assai intenso, spaventevole precedette di poco l'inizio del movimento sismico e continuò con energia crescente e con vari rinforzi, per tutta la durata del medesimo. Fu paragonato, a detta di tutti, al rumore di un pesante treno che entra in una galleria ferroviaria". Il terremoto colpì una terra molto povera, la cui condizione, in quegli anni, si rispecchiava nella scadente edilizia e nella completa assenza di infrastrutture. I suoi effetti, che raggiunsero livelli devastanti, furono acuiti proprio dalle precarie condizioni degli edifici che, per mezzo di modalità costruttive inadeguate, vennero realizzati con materiali di scarsa qualità. Si usarono pietrame, legno, fango e tutto ciò di cui si necessitava, servendosi di quello che la natura del luogo offriva. Il re Vittorio Emanuele III, in visita a Sant'Onofrio, nel constatare la fragilità delle costruzioni, disse: "Erano casupole che non potevano resistere a tanto urto". Molti dei 326 paesi colpiti furono quasi completamente distrutti. I morti, nell'ambito del territorio coinvolto, furono 557 e i senzatetto 300000. Tanti furono anche i feriti che vennero soccorsi dai punti medici di primo intervento, allestiti dalla Croce Rossa Italiana nei vicini Piscopio e Stefanaconi. L'impatto su Acquaro, Limpidi e i paesi circostanti non fu catastrofico come per i paesi prossimi alla costa (Fig. 5 - Fig. 6). Ma non mancarono danni agli edifici: molte case, come anche la chiesa matrice, subirono gravissime lesioni.

Fig. 5 - Limpidi - Case lesionate dal sisma del 1905
(Foto gentilmente concessa da Ubaldo Dorè)
Fig. 6 - Limpidi - Foto panoramica del 1906
(Foto gentilmente concessa da Ubaldo Dorè)

I soccorsi, considerati i mezzi dell'epoca, la penuria di vie di collegamento, l'inefficienza delle amministrazioni locali, la disorganizzazione e la scarsa preoccupazione del governo centrale, furono lenti ed insufficienti. Luigi Barzini, inviato del “Corriere della sera", dopo aver visitato i luoghi colpiti dal sisma, scrisse: "Qui intorno si muore di fame e di sete: i soccorsi, per quanto alacremente portati, non bastano; manca il pane ai sani, la carne ai feriti, manca l'acqua, manca il ricovero ai morenti. Intorno ai paesi una lugubre folla dolente si accascia; vi sono ventimila persone che perdono tutto,che non hanno neppure i recipienti per andare alle fonti per attingervi; sono silenziose moltitudini che non possono staccarsi dalle rovine delle loro case, dove i cari morirono e che, stordite, aspettano senza forza quegli aiuti che non arrivano mai". Non è inverosimile pensare, quindi, che ad Acquaro, distante dal mare e dalla ferrovia, tardarono ad arrivare generi di prima necessità come pasta, riso e coperte. In tutto il territorio colpito, coloro che rimasero senza abitazione vennero sistemati, nell'immediatezza, in tende. Scrisse Oddino Morgari sull'"Avanti": "Le tende sono di due tipi: quelle militari, di tela bruna a due pioventi, fornite dalla truppa; e quelle raffazzonate dai cittadini con lenzuola e coperte di cento tinte, piene di buchi, piatte anteriormente e a un dipresso cubiche". In seguito, nei paesi che furono praticamente distrutti, per ordine dello steso re, fu disposto che per i meno abbienti venissero costruite delle baracche di legno, stabilendo, allo stesso tempo, che non fosse dato gratuitamente il legname a chi poteva disporre di denaro per acquistarlo. Questa decisione fu presa in conseguenza del fatto che alcuni, seppure benestanti, provarono ad appropriarsene. Ma alcuni non si limitarono solo a questo. Il Barzini, sempre sulle pagine del "Corriere della Sera" denunciò altri loro ignobili atteggiamenti: "Reggio inviò un soccorso di indumenti e furono le meno bisognose famiglie che s'impossessarono del più e del meglio. Vi sono possidenti che avrebbero mezzi di farsi venire pane a loro spese da Reggio e che invece prendono le razioni destinate ai poveri, lasciandone privi degli affamati che come ho visto io stesso non hanno nemmeno forza di protestare e si seggono in terra piangendo, il volto nascosto fra le mani, le spalle scosse dai singhiozzi". Nel nostro paese, probabilmente, non fu necessario costruire delle baracche ma non è da escludere che qualcuna sia stata eretta o, quantomeno, prevista. Notevoli furono anche gli effetti sull'ambiente: si registrò dappertutto un incremento della portata e della temperatura dei fiumi e l'intorpidimento delle loro acque. L'Amello fu, con molta probabilità, interessato da questo fenomeno se si considerano le testimonianze relative ad alcuni fiumi vicini come il Malanda e il Torno, che lambiscono Dinami, ed il Metramo, che attraversa Galatro. Scriveva il Rizzo, nel 1907, a proposito del fiume Metramo che, come l'Amello, nasce e scorre nelle montagne delle Serre calabresi: “Ora la portata di queste sorgenti, dopo il terremoto, si trovò considerevolmente aumentata e crebbe anche la temperatura da 34 a 37 gradi". In seguito furono adottati alcuni provvedimenti speciali, tra cui l'esonero totale delle imposte fondiarie fino alla fine del 1906. Ma si è trattato di iniziative finalizzate a produrre degli effetti solo nel breve termine. Ancora una volta non si è saputo approfittare della catastrofe per avviare un processo di rinascita della regione. Prevalsero gli interessi delle classi dirigenti locali, aiutate dall'indifferenza del governo centrale ed, in particolare, degli stessi politici meridionali. Prima che si avviassero i lavori di ricostruzione, si provvide alla conta dei danni, necessaria per definire i finanziamenti da elargire ai vari paesi. Per questo compito fu incaricato, nel circondario di Vibo Valentia, il professor Giuseppe Teti, ordinario di Geografia alla Reale Università di Napoli. La ricostruzione, una volta iniziata, procedette lentamente a causa delle scarse risorse economiche che, tra l'altro, complice la mancanza di controllo, vennero in parte dilapidate a favore di coloro che, privi di scrupoli e di rispetto verso chi rimase senza niente, se ne approfittarono per arricchirsi. Tutto questo costrinse molti, trovatisi in condizioni ancora più misere dopo il terremoto, a dover emigrare, in particolare verso gli Stati Uniti e l'Argentina. Scrisse Cesare Nava per conto del Comitato milanese di soccorso: “Il ricordo più forte e più doloroso che io porto nell'anima, dalla mia visita laggiù, non mi è dato dalla desolazione causata dal terremoto in quelle belle contrade; ma dal contrasto tra la esuberante ricchezza della natura e la miseria del lavoratore; […] in una regione ricca d'acqua e di sole, è costretto onde potersi sfamare, di emigrare nella lontana America". Alcuni, tra coloro che emigrarono, messi da parte un po' di soldi, ritornarono al proprio paese per acquistare e coltivare delle terre.

A poco tempo di distanza, lunedì 28 dicembre 1908, avvenne il più disastroso terremoto che abbia mai coinvolto l'intera regione calabrese negli ultimi secoli, uno dei più tremendi della storia italiana. La sua potente manifestazione è riscontrabile nelle annotazioni dell'osservatorio geofisico di Firenze. Fu riportato che: "stamani alle 5.21, negli strumenti dell'Osservatorio, é incominciata un'impressionante, straordinaria registrazione. Le ampiezze dei tracciati sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri: misurano oltre 40 centimetri". La devastazione che causò questo evento non fu solo conseguenza del violento sussulto della terra ma, in special modo, del successivo maremoto che si abbatté su Reggio Calabria, Messina e le zone costiere di tutto lo stretto. Questo provocò, infatti, più vittime di quanto ne abbia fatte il terremoto stesso. Distrusse tutto ciò che sommerse tanto che il comandante del torpediniere "Spica" dovette giungere fino alla Marina di Nicotera prima di riuscire a trasmettere un dispaccio telegrafico al Ministero della Marina in cui dava notizia dell'evento. Ad Acquaro, Limpidi e paesi circostanti il sisma si manifestò in maniera più intensa rispetto a quello del 1905, sebbene la magnitudo locale sia stata la stessa (5,58). In effetti, se, per entrambi gli eventi, si va a leggere la magnitudo momento, che rappresenta una migliore stima della reale grandezza di un terremoto, essendo direttamente legata alle dimensioni e alla dislocazione della sorgente sismica, si nota una differenza tra i due valori (7,06 nel 1905 - 7,24 nel 1908). Ciò si poté osservare anche facendo una valutazione dei danni causati, anche se, nel 1908, si aggiunsero a quelli prodotti dal sisma del 1905. Furono molti gli edifici crollati e lesionati. Alcuni, compromessi nella loro stabilità, dovettero essere demoliti. Tante furono le famiglie che rimasero senza una dimora e, per questo, si procedette con la realizzazione di baracche di legno che vennero poste lungo l'attuale corso Umberto I, laddove ora sono presenti le case popolari (Fig. 7). Anche a Limpidi fu necessario questo intervento. Qui gli alloggi temporanei furono eretti all'ingresso del paese (Fig. 8).

Fig. 7 - Acquaro - Le baracche
(Da una cartolina dei primi anni '40)
Fig. 8 - Limpidi - A sinistra si vedono le baracche
(Foto gentilmente concessa da Ubaldo Dorè)

Il susseguirsi di questi eventi naturali, favorito anche dall'incapacità e dall'avidità dei politici, ha indubbiamente influenzato negativamente l'evoluzione economica di tutta la regione e, quindi, anche di Acquaro. Si innescò, di conseguenza, un processo emigratorio che vide molti imbarcarsi sulle navi che portavano in America. In tal modo, il problema divenne anche sociale per via della massiccia perdita di risorse umane, precludendo qualsiasi possibilità di crescita. Circa l'81% degli acquaresi che emigrarono nel continente nuovo si mosse nel solo decennio 1905-1914. Il flusso si interruppe con lo scoppio della 1° Guerra Mondiale per poi riprendere nel 1920 (Tab. 1).

EVENTO ANNO PERCENTUALE
Terremoto 8 Settembre 1905 1905 15,14
1906 5,05
1907 14,18
Terremoto 28 Dicembre 1908 1908 0,72
1909 10,34
1910 8,17
1911 6,97
1912 2,64
1913 11,78
1914 6,49
Inizio 1a guerra mondiale 1915 0
  81,48

Tab. 1 - Percentuali annuali sul totale degli emigrati dal 1902 al 1924.

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