Lettera di Salvatore Genco

Questa è la storia del signor Salvatore Genco, 83 anni, originario di Limpidi e residente da 60 in Argentina, a Buenos Aires. Con lui siamo venuti in contatto grazie al gentile impegno del signor Ubaldo Dorè, che ringraziamo.  Il signor Genco, ha vissuto la sua difficile infanzia a Limpidi durante il regime fascista, arrivando, da giovane, ad arruolarsi per combatterlo al fianco degli alleati, in una guerra che ha portato distruzione e morte e che, secondo quanto scrive, è tra le cause della seconda fase dell'emigrazione, quella, appunto, del secondo dopoguerra. Un'esperienza di vita che l'ha profondamente segnato, determinando quello che sarebbe diventato il suo profondo ideale, non solo politico, ma di vita.

Sintesi della lettera di Salvatore Genco:

BUENOS AIRES 21 LUGLIO 2008

«CARISSIMI SINDACO, AMMINISTRAZIONE, CITTADINI, GIOVANI ACQUARESI. PER TUTTI VOI ESPRIMO UN AFFETTUOSO FRATERNO ABBRACCIO PERCHÈ, NONOSTANTE LA MIA LONTANANZA, AMO PROFONDAMENTE IL MIO POPOLO, IL PAESE, LA NOSTRA CULTURA, LE NOSTRE ABITUDINI, I NOSTRI USI E COSTUMI E SENTO UN AMORE ANCORA PIU' FORTE PER LA MIA TRISTE E MORIBONDA LIMPIDI.

ESPRIMO CON TUTTA LA MIA VOLONTÀ E CONVINZIONE, L'ADESIONE ALLA VOSTRA MANIFESTAZIONE IN ONORE DEGLI EMIGRATI ACQUARESI E DO A VOI UN GRANDE RINGRAZIAMENTO PER LA SENSIBILITÀ VERSO TUTTI GLI ITALIANI EMIGRATI PER IL MONDO.

AL VOSTRO INVITO RISPONDO CON TUTTO IL CUORE E VI RACCONTO, IN MANIERA SINTETICA, ALCUNI PASSAGGI DELLA MIA VITA IN ITALIA ED IN ARGENTINA, PASSAGGI CHE HANNO IL SAPORE AMARO DI TRISTEZZA E SOFFERENZE D'OGNI GENERE».

Figlio di Giuseppe Genco e Francesca Natale, salvatore nasce nel 1925 in una famiglia composta da altri 5 fratelli.

«NEL 1933 -scrive- QUANDO AVEVO 8 ANNI, È MORTA TRAGICAMENTE MIA MADRE. MIO PADRE SI TROVAVA IN ARGENTINA E NON AVEVAMO NESSUNA NOTIZIA DI DOVE RISIEDESSE. SEI FIGLI, MINORENNI, SIAMO RIMASTI ORFANI NELL'ASSOLUTA POVERTÀ».

Nella disperazione più acuta, Salvatore ed i suoi fratelli si danno da fare:

«ZAPPANDO LA TERRA, IN AFFITTO E MEZZADRIA, E RACCOGLIENDO LE OLIVE A BENEFICIO DEI PADRONI DEI FONDI, RICEVENDO SOLO UNA MANCIATA DI CIBO E TRASCORRENDO LA MAGGIOR PARTE DEI GIORNI SENZA NEMMENO UN TOZZO DI PANE, MALVESTITI, SCALZI, ANCHE COL GELO E CON LA NEVE».

«SIAMO VISSUTI -continua- GRAZIE ALLA MISERICORDIA DELLA NATURALEZZA».

Passarono alcuni anni e, nel '39, scoppiò la seconda guerra mondiale, quella che Salvatore e, purtroppo, non solo lui, definisce come «LA TRAGEDIA PIÙ GRANDE PER L'UMANITÀ».

A questo punto della lettera, Salvatore spiega come, a 14 anni, nella disperazione della guerra, grazie alla corrispondenza col cugino Salvatore Ferraro, emigrato in Australia, comincia a venire a conoscenza dell'esistenza dell'ideologia comunista e, probabilmente memore della sua triste personale esperienza, comincia a convincersi che la realizzazione di questa ideologia rappresenti la possibilità per una società migliore e più equa.

Parla dell'orrore della guerra civile in Spagna, del bombardamento di Guernica e della sottomissione del popolo spagnolo al regime del dittatore Franco. Tutti elementi che hanno continuato a minare la sua sensibilità spingendolo verso quella che sarà -dice- «IL CAMMINO DI TUTTA LA MIA VITA».

Elementi che racconta perché, secondo il suo pensare, hanno a che fare col motivo che ha spinto tanti italiani ad emigrare.

Nel '43, a 18 anni, Salvatore non se la passa ancora bene:

«I MIEI PIEDI -scrive- NON CONOSCEVANO LE SCARPE ED I VESTITI CHE INDOSSAVO ERANO INDECENTI. PROVAVO VERGOGNA ANCHE PERCHÈ SENTIVO DI PIACERE AD ALCUNE RAGAZZE DELLA MIA ETÀ».

Così, Salvatore decide di arruolarsi volontario nell'esercito. La domanda di arruolamento gli viene compilata da don Peppino Gerardo ed il 3 settembre parte:

«PER COMBATTERE AL FIANCO DEGLI ALLEATI PER LA LIBERAZIONE DELL'ITALIA ASSEDIATA DAL NAZIFASCISMO CHE AVEVA BRUTALMENTE ZITTITO, CARCERATO, PERSEGUITATO, FUCILATO IL POPOLO ITALIANO».

Finisce la guerra e, nel '46, sull'onda dell'entusiasmo:

«PER TUTTO L'ANNO -dice la missiva- PER LE STRADE DI LIMPIDI NON ABBIAMO FATTO ALTRO CHE CANTARE BANDIERA ROSSA».

Una passione, quella del signor Genco per la sua ideologia, che gli creerà non poche grane, portandolo anche ad essere più volte arrestato.

«NEL MESE DI AGOSTO DEL 1948 -continua Salvatore- MI SONO CONGEDATO DAL SERVIZIO MILITARE E, QUANDO SONO ARRIVATO A LIMPIDI, HO TROVATO UN'IMPORTANTE SORPRESA, CHE NON MI SAREI MAI ASPETTATO: LA LETTERA DI MIO PADRE CON L'ATTO DI RICHIAMO E IL VIAGGIO PAGATO PER ANDARE IN ARGENTINA.

MI SONO SUBITO IMPEGNATO A DISBRIGARE IL PASSAPORTO, ED IL 2 DICEMBRE DELLO STESSO ANNO, SONO PARTITO.

FINO AL PONTE DI LIMPIDI MI HA ACCOMPAGNATO UNA RAGAZZA CHE MI ERA MOLTO AFFEZIONATA. ARRIVATIVI, MI SALUTÒ CON LE LACRIME AGLI OCCHI E MI DISSE: SALVATORE TI ASPETTO?  PAROLE CHE NON HO MAI DIMENTICATO.

SONO ARRIVATO A PIEDI FINO A DINAMI, POI, FINO A ROSARNO IN AUTOBUS, DOVE MI ACCOMPAGNARONO I MIEI CUGINI E LE MIE SORELLE.

PARTII IL 4  DICEMBRE DEL 1948 DA NAPOLI CON LA NAVE SANTA CROCE. DA UN LATO PROVAVO ALLEGRIA. DALL'ALTRO, UNA FORTE ANGOSCIA MI STRINGEVA LA GOLA.

A TRE ORE DALL'ARRIVO AL PORTO DI BUENOS AIRES, DOPO 27 GIORNI DI NAVIGAZIONE, LA NAVE SI È ARENATA E, DOPO 3 ORE DI ANGOSCIA E DI PAURA, L'ACQUA È RISALITA ED ABBIAMO POTUTO SBARCARE.

ERA IL 31 DICEMBRE.

AVEVO TANTO DESIDERATO ANDARE IN ARGENTINA, DOVE LA SITUAZIONE ECONOMICA E SOCIALE ERA FLORIDA. C'ERA ABBONDANZA DI ALIMENTI, BENESSERE E LAVORO, MA C'ERANO, E CI SONO ANCORA, GRANDI SACCHE DI POVERTÀ DOVE LA GENTE VIVE IN CAPANNE DI CARTONE.  COMUNQUE, TRA IL TENORE MEDIO DI VITA DI LIMPIDI E QUELLO DI BUENOS AIRES C'ERA UNA DIFFERENZA ABISSALE.

IL 15 FEBBRAIO DEL 1949, AD UN MESE E MEZZO DAL MIO ARRIVO, TROVAI LAVORO IN UNA FABBRICA METALLURGICA.

QUI EBBI I MIEI PRIMI PROBLEMI DA SUBITO, IN QUANTO, UN OPERAIO ARGENTINO, DELEGATO SINDACALE IN FABBRICA, COMINCIÒ A CREARMI COMPLICAZIONI DICENDOMI CHE NON DOVEVO PRODURRE PIÙ DEGLI ALTRI OPERAI.

-GLI ITALIANI SIETE DEI MORTI DI FAME- MI DICEVA CON DISPREZZO. UNA SITUAZIONE CHE MI MACERAVA IL CUORE DI RABBIA E CHE HO SOPPORTATO PER PIÙ DI 2 ANNI E MEZZO.

UN GIORNO PERSI LA CALMA E GLI SFERRAI UN PUGNO CON TUTTA LA FORZA POSSIBILE, SPACCANDOGLI IL CIGLIO. FUI ARRESTATO E FECI 25 GIORNI DI CARCERE. PER FORTUNA IL MIO DATORE DI LAVORO PAGÒ LA CAUZIONE E POTEI TORNARE LIBERO. IL LAVORO PERÒ LO PERSI».

A questo punto Salvatore parla anche dell'aspetto sentimentale e di come arrivò a conoscere una ragazza, intenzionato a fidanzarsi ed a mettere su famiglia.

«NEL 1950, AD UN ANNO E 4 MESI DAL MIO ARRIVO IN ARGENTINA, USCII A PASSEGGIARE, DECISO A TROVARMI LA RAGAZZA. ERA DOMENICA DI PASQUA E, DOPO AVER FATTO CIRCA 500 METRI, INCONTRAI 3 RAGAZZE.

TIMOROSO MI AVVICINAI E DISSI LORO: PERMETTETE CHE VI ACCOMPAGNI?

NON MI RISPOSERO E FECI UN PASSO INDIETRO.

LA PIÙ PICCOLA, 18 ANNI, SI GIRÒ VERSO ME E MI DISSE: NON VOLEVI ACCOMPAGNARMI?

SI CHIAMAVA IRMA VARELA, CI PRESENTAMMO, MI PRESENTÒ LE SORELLE E PASSAMMO LA GIORNATA INSIEME. FU L'INIZIO DI UNA STORIA D'AMORE.

CON QUELLA MERAVIGLIOSA RAGAZZA HO VISSUTO CON GRANDE GIOIA E FELICITA 4 ANNI DELLA MIA VITA. POI IRMA MANIFESTÒ L'INTENZIONE DI SPOSARSI, MA IO NON AVEVO UNA CASA DECENTE E NON GUADAGNAVO ABBASTANZA DA AFFITTARNE UNA MIGLIORE.

CI SIAMO AUGURATI BUONA FORTUNA E TRA ABBRACCI, BACI E LACRIME, CI SIAMO DETTI ADDIO.

NEL 1952 MI SEMBRÒ CHE IL VENTO DELLA FORTUNA GIRASSE A MIO FAVORE. TROVAI, INFATTI, UN BUON LAVORO NELLA COMPAGNIA PETROLIFERA SHELL, COME AIUTANTE NEL MAGAZZINO PER LO SPACCIO DI BENZINA ALLE COLONNINE DI TUTTA L'ARGENTINA. LA COMPAGNIA MI PASSAVA LE DIVISE DI LAVORO, UN PASTO GRATUITO AL GIORNO ED ERO PAGATO ABBASTANZA BENE. PER CUI, ALLA FINE DEL 1953 COMPRAI UN LOTTO DI TERRA, CHE PAGAI CON 132 RATE MENSILI DA 241 PESOS, IN UN QUARTIERE MOLTO BELLO, ABITATO PREVALENTEMENTE DA TEDESCHI.

COMPRAI GLI INFISSI E TUTTO IL MATERIALE OCCORRENTE PER LA COSTRUZIONE DELLA CASA. MI ERO ILLUSO CHE AVREI CONCLUSO SUBITO I LAVORI MA, QUANDO TUTTO SEMBRAVA GIRARE PER IL VERSO GIUSTO, IL DESTINO MI VOLTÒ LE SPALLE.

DUE OPERAI CHE LAVORAVONO PURE ALLA SHELL, MI CONVINSERO AD ISCRIVERMI AL PARTITO COMUNISTA ARGENTINO. ACCETTAI E DIVENTAI UN ATTIVISTA DEL PARTITO».

Di nuovo l'ideologia riemerge nella sua vita, sono nuovi problemi.

Siamo nel '55, è una Domenica, il 20 di gennaio. Salvatore viene invitato a partecipare a una riunione vertice del partito in un importante quartiere di Buenos Aires, impostata su temi di politica nazionale e internazionale.

«ALLE 11 DEL MATTINO –scrive Genco- LA CASA VENNE ASSALTATA DALLA POLIZIA ARMATA DI TUTTO PUNTO. ENTRATI, I POLIZIOTTI INTIMARONO A TUTTI DI RIMANERE IMMOBILI. GETTARONO A TERRA LIBRI, GIORNALI, QUADERNI E CARTE. CI MISERO IN FILA, NELLO STILE CHE USAVA LA GESTAPO, PRESERO LE NOSTRE GENERALITÀ E CI PORTARONO FUORI CON LE MANI INCROCIATE SOPRA LA TESTA.

ALL'ESTERNO L'ASSETTO ERA DA GUERRA.

POLIZIA, SOLDATI, MEZZI BLINDATI CON MITRAGLIATORE ANTIAEREO. CI FECERO SALIRE SUI CAMION E CI PORTARONO IN CASERMA, DOVE VOLEVANO FARCI FIRMARE UNA DICHIARAZIONE SCRITTA IN CUI AFFERMAVAMO CHE LA RIUNIONE ERA COMUNISTA, VIOLENTA E SOVVERSIVA, VOLTA A ROVESCIARE IL GOVERNO COSTITUZIONALE DEL GENERALE PERON.

DOPO UN GIORNO È UNA NOTTE TRASCORSI NELLE CELLE DEL TRIBUNALE DELLA CORTE SUPREMA, SIAMO STATI TRASFERITI ALLA SEZIONE SPECIALE DELLE SS. QUI, UN AGENTE IN BORGHESE MI INVITA NUOVAMENTE A FIRMARE QUEL FOGLIO. AL MIO RIFIUTO COMINCIÒ A MENARMI.

SCHIAFFI, PUGNI, CALCI. NEI FIANCHI, SULLE SPALLE, NELLA PANCIA.

ITALIANO FIGLIO DI..... -MI DISSE- SEI VENUTO IN ARGENTINA A FARE LA RIVOLUZIONE. FIRMA O TI SPARO IN TESTA.

PER MIA FORTUNA SOPRAGGIUNSE UN SUPERIORE CHE ORDINÒ A QUEL CANE DI SMETTERE».

Era salvo il signor Genco, ma non si risparmiò il carcere, dove rimase per 9 mesi, uscendone solo dopo che, nel settembre del '55, un colpo di stato rovesciò il regime di Peron.

Ma i guai non erano finiti. All'uscita, un'altra brutta sorpresa. Genco aveva perso il lavoro alla Shell ed il cantiere dove stava costruendo la sua casa venne depredato e della costruzione rimasero solo le mura.

A questo punto Genco si ferma e fa un taglio dei successivi 30 anni «PER DESCRIVEREI QUALI -dice- MI OCCORREREBBERO 50 PAGINE».

Il suo attivismo durò altri 20 anni. Poi, temendo per la propria vita, lasciò l'attività politica e sindacale.

Nel 1985 si mise in contatto con la comunità italiana organizzata di Buenos Aires, impegnando l'esperienza politica maturata in tanti anni per i problemi sociali della collettività (diritto di voto degli italiani all'estero, cittadinanza italiana per i figli degli emigrati, assistenza economica e sanitaria per gli italiani indigenti, insegnamento della lingua e cultura italiana, assegno sociale, disbrigo del passaporto in 15 giorni di tempo), venendo più volte eletto consigliere consolare del comitato degli italiani all'estero, nella circoscrizione consolare di Buenos Aires.

«SE VOGLIAMO UN MONDO MIGLIORE -conclude Salvatore- UN MONDO DI GIUSTIZIA SOCIALE, DI LIBERTÀ E DI RISPETTO DEI DIRITTI UMANI, DOBBIAMO IMPEGNARCI, GIORNO PER GIORNO NELLA VITA PUBBLICA E NELLA COSTRUZIONE DELLO STATO DEMOCRATICO.

VI SALUTO AFFETTUOSAMENTE E CON UN FORTE ABBRACCIO. VI AUGURO UN BUON ESITO PER LA MANIFESTAZIONE DI AGOSTO, BUONE FESTE, BUONE VACANZE, VIVA L'ITALIA».

GENCO SALVATORE

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