Il canto dell'anima (Poesie 1995/2004)

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Rocco Rottura
Rocco Rottura nasce ad Acquaro (VV) il 9 Agosto 1948. Conseguito il diploma di geometra entra subito nel mondo della scuola. Insegna infatti, per circa un decennio a Coggiola, in provincia di Biella, Educazione Tecnica. Dal 1984, rientrato nel paese natio, prosegue l'esperienza scolastica presso l'Istituto Comprensivo "G. D'Antona" di Acquaro. Si apre una parentesi politico-amministrativa, che lo vede Sindaco dal 1985 al 1990.
Nel 2006 partecipa ad un concorso nazionale di poesia ed è stato selezionato fra i migliori autori. Nel 2007 ha diverse proposte di varie Case Editrici per la pubblicazione di alcune sue poesie su antologie italiane.
Oggi vive ad Acquaro, con la moglie e le sue due bambine.

Dedica  Dedica

A mia moglie, che non ho mai smesso di pensare. Con te, nella rugiada del mattino, il cuore scopre il dolce sorriso della vita. Alle mie bellissime figlie Maria Caterina e Maria Josè. Il vostro sorriso ondeggia nel cielo, deciso ad andare verso il sole, la cui luce, brillando nei vostri occhi, rende ancora più bello il vostro viso di luna. Una goccia del vostro profumo basta a riempire la mia esistenza e un poco del vostro amore basta a colmare la mia vita. Ai miei Genitori e a mia Sorella. Infinitamente e profondamente con il cuore e con l'anima e per sempre.

Prefazione  Prefazione

Il mio primo pensiero, davanti al titolo delle nuove poesie di Rocco Rottura (Il canto dell'anima), è andato a quell'ammonimento di Eraclito, anch'egli figlio del Mediterraneo: non puoi raggiungere i confini dell'anima, tanto essa è profonda e immensa. ciò significa che ogni anima può cantare di se stessa solo quando la vita vissuta, con i suoi misteriosi sentieri individuali, le ha permesso di sviluppare tra le sue ricche potenzialità.
Ora, che cosa canta l'anima di Rocco Rottura? Direi che canta quanto un uomo saggio e lucido della sua età, e della sua esperienza, può cantare. Narra quindi la sapienza che si acquista con gli anni, e in questo suo canto della vita dona una voce alla folla anonima che, leggendolo, se ne appropria. La sua poesia risulta avvincente nella misura in cui il lettore è maturo per ritrovarsi in essa come si ritrova sullo specchio della propria immagine, per vibrare con essa, per esclamare: "Ecco ciò che io avrei voluto dire, se ne fossi stato capace".
Il pregio maggiore della sua poesia è aver colto, e rivelato su corde dolci e vibranti, la vita dell'uomo contemporaneo, nel momento in cui prende coscienza del grande solco che il tempo viene scavando nello spirito tra le fuggevoli schegge di beni carpiti al volo per un momento e il suo anelare inquieto verso vette sempre più pure e assolute.
In particolare, egli si mette in ascolto delle bellezze profuse sulle sue terre (il giocare delle foglie del vento e del mare, lo scorrere delle acque del fiume, l'annosa durezza del suolo e dei secolari alberi che lo abitano, le albe e i tramonti del sole, i messaggi di stanchezza delle messi dorate), scava entro il mondo umano per coglierne gli affetti, i sogni, il sudore versato, i tratti del viso, l'innocenza, la voglia di silenzio, l'inquietudine del mistero. Mentre cerca, però, si interroga sul loro senso. E la coscienza del loro inesorabile scorrere e svanire nel tempo lo lascia disincantato e in solitudine stupefatta, con una montante nostalgia vicina al pianto, perché senza sbocchi apparenti.
Da qui il suo rifugiarsi nel silenzio, nel mistero e nella notte; il suo rivivere le nuove albe naturali (risveglio del mattino) e umane (gaia innocenza della bimba), perfino gli amori vissuti (donna del suo cuore) come pallide luci tremolanti, promesse di un'ora che non raggiungono il bersaglio e tornano solo come ombre struggenti di sogno. Sembra di avvertire l'eco del biblico Qoèlet: "Vanità delle vanità... tutto è vanità".
Eppure, a legger bene, questo canto della saggezza umana, questa vivida consapevolezza di un viaggio d'esistenza quasi al tramonto, questo avviarsi rassegnato e dolente lungo il viale del mistero senza ritorno, potrebbe sbocciare a sorpresa verso nuovi cieli e nuove terre. Come il grano ormai maturo, che ripiantato in terra conosce nuove primavere, la poesia di Rocco Rottura contiene inesplosa (lo si nota da qualche bisbiglio di preghiera, da qualche nostalgia di eterno entro il mistero) la promessa di nuovi canti. E questa volta, l'unico canto nuovo possibile è il canto del soprannaturale, dell'anima che si affaccia sulle fresche radure della grazia e del ridiventare bambini, nello spirito, della risurrezione della carne e della comunione dei santi, della vittoria sulla morte e sul tempo, del confluire delle bellezze terrene nelle bellezze oltremondane.
Se ciò dovesse accadere, allora avremmo presto un terzo volume (di cui Foglie al vento e Il canto dell'anima sono gravidi senza saperlo), dove l'anima di Rocco Rottura si librerebbe su ali di aquila, e nulla andrebbe perduto di quanto è già stato, perché tutta l'esistenza precedente verrebbe colta e trasfigurata, quasi preparazione necessaria, simbolo, icona, riverbero di una bellezza assoluta, questa sì capace di saziare il cuore umano. Glielo auguriamo con tutto il cuore d'amico.

Umberto Muratore


Articolo  Articolo pubblicato su "Calabria Ora" del 25/08/2007

Il canto dell'anima, nuovo libro di Rocco Rottura
In uscita la raccolta di poesie dello studioso di Acquaro edita dalla Sudgrafica

Dopo "Foglie al vento", del 2001, Rocco Rottura offre al pubblico una nuova raccolta in versi dal titolo "Il canto dell'anima", edito dalla Sudgrafica di Davoli Marina, con la prefazione di Don Umberto Muratore, direttore del Centro studi rosminiani di Stresa (VB). L'autore, nato ad Acquaro, di cui è stato sindaco e dove vive con la moglie e due figlie, con questa nuova opera intraprende un viaggio nelle sinuosità dell'anima, cantando di essa ciò che un uomo maturo della sua età riesce ad intonare, perché "l'anima - come dice don Umberto nel suo proemio citando Eraclito - è immensa, e di lei si può cantare solo ciò di cui la vita di ognuno l'ha riempita".
Rottura, nelle sue poesie, cerca d'inseguire e carpire le componenti più importanti e profonde del mondo terreno, prestando attenzione alla voce delle bellezze della sua terra. Ma, durante il suo viaggio nella notte e nel mistero del mondo, interrogandosi sul loro senso e prendendo coscienza del loro dissolversi inesorabile nel temo, rimane in una sorta di disorientata solitudine realista, perché i suoi quesiti, apparentemente, non trovano risposta. La sua è quindi un'esplorazione nell'intimo dell'uomo contemporaneo maturo, dimenantesi tra la sfuggevolezza del passeggero e la consapevolezza del protendere verso culmini più assoluti.
In ogni poesia di Rocco Rottura si svelano, dunque, la tristezza e la nostalgia, inseparabili compagne dell'uomo, mitigate dall'appiglio alle speranze della vita, soprattutto agli affetti più cari che, oasi nel deserto di ogni esistenza, strappano l'uomo alla morte. In tale prospettiva, il suo canto di tristezza, in un'interminabile notte che cinge nel suo grembo la mestizia del giorno passato, rappresenta sempre l'eco del desiderio di un nuovo giorno che si affaccia sul sentiero della vita, spazzando via l'ombra del buio con una nuova alba di fiducia. Un'infelicità, dunque, che pare pronta a rivedersi quando, dal buio della notte, viene partorito un giorno sempre fresco, pronto a sussurrare alle tenebre il risveglio della terra. "Ed allora l'uomo, librandosi su ali d'aquila, s'indirizzerà verso nuovi cieli e nuove terre, con l'anima pronta a nuovi canti". Un augurio che don Umberto Muratore rivolge all'autore, prospettando la prossima pubblicazione di un terzo volume come necessaria evoluzione dei due precedenti.

Valerio Colaci


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