Centrale idroelettrica, idea bocciata

Il Comune nega l’autorizzazione a tutela dell’ambiente e della salute pubblica.

L’Ora della Calabria del 5 Aprile 2014

Correva l’anno 2000 e, all’avvio dei lavori, ad Acquaro, per la realizzazione di alcune vasche di raccolta a monte del fiume “Amello”, a scopo di sfruttarne le acque e produrre energia elettrica, si scatenò l’inferno, attraverso una protesta che coinvolse tutta, o quasi, la cittadinanza.

Invero non fu mai chiaro cosa esattamente si stesse per realizzare (centrale idroelettrica, diga, invasi), né se vi fossero, e quali fossero, i vantaggi per il comune, ma il paventato rischio che quelle vasche potessero cedere, in caso di terremoto o alluvione, determinò la dura reazione della popolazione che, per giorni, occupò l’ingresso del municipio, sostandovi anche di notte, impedendo il funzionamento degli uffici e minacciando anche il regolare svolgimento delle operazioni elettorali per le imminenti regionali di quell’anno. La vicenda, che a distanza di anni più di qualcuno sostiene sia stata strumentalizzata, in un clima che era divenuto da “caccia alle streghe” e “dagli all’untore”, produsse ben tre interpellanze parlamentari (Carratelli, Scalia, Bevilacqua), alcune manifestazioni a Vibo, dove ci si recò addirittura in autobus (con tanto di striscioni con slogan del tipo “Mai più un Vajont bis”) ed un morto, un anziano proprietario colto da infarto al momento dell’esproprio del proprio terreno. Alla fine, dopo lo svolgimento anche di un procedimento in tribunale, ciò che doveva essere realizzato non si fece, a quanto pare per un cavillo, e tutti vissero felici e contenti. Oggi, a distanza di 14 anni, la storia si ripete, con una nuova società del settore, la “Solarium” di Vibo, che (in data 5 maggio 2008) ha presentato domanda al Comune per ottenere l’autorizzazione a realizzare un impianto, e relative opere connesse, per la produzione di energia da fonte idroelettrica. Per lo stesso, dalla potenza di 0,73 Megawatt, il dipartimento attività produttive della Regione lo scorso 19 marzo ha indetto una conferenza di servizi, comunicandolo al Comune. Stavolta, però, la questione è stata arrestata sul nascere, poiché l’amministrazione ha espresso il proprio dissenso sull’opera, demandando al responsabile dell’area tecnica il compito di fare lo stesso in seno alla suddetta conferenza dei servizi, motivando il tutto, in base al dettato della legge 141/1990, con «un potenziale rischio legato a fenomeni di piena, di stabilità del pendio, di eventuale svuotamento rapido delle vasche, il tutto aggravato dalle caratteristiche di comune terremotato di prima categoria e più volte colpito da gravi alluvioni», senza contare che «la realizzazione dell’impianto di cui trattasi determinerebbe, inoltre, l’alterazione della biocenosi (ossia, popolazioni di specie diverse che vivono nello stesso ambiente, ndr) e degli ecosistemi, con eventuale danno ambientale ed alla salute pubblica», come, tra l’altro, emerso «inconfutabilmente da due relazioni tecniche, una del ministero dell’Ambiente e l’altra di Legambiente». Questo è il primo passo, ora rimane da vedere se ve ne siano ulteriori da compiere.

Valerio Colaci

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