I ruderi del convento della Santissima Trinità in abbandono

Tra le sterpaglie è oggi appena visibile anche una cisterna.

Gazzetta del Sud del 29 Dicembre 2014

Viene da chiedersi, guardandosi intorno, quanto più rigogliosa sarebbe stata la Calabria se i terremoti non ne avesse devastato il patrimonio artistico e architettonico.
Quasi dappertutto, infatti, si scorgono importanti ruderi di una qualche chiesa, un monastero, un convento, un castello, testimoni di un tempo di fasti che fu e che gli eventi naturali hanno impietosamente riscritto.
Paradossalmente, però, il terremoto, con la sua forza imprevedibile e distruttiva, ha trasformato quelli che erano monumenti o strutture, in ruderi, appunto, ossia a loro volta monumenti per le generazioni a venire. Questo ove vi siano state persone-amministratori e uomini di cultura illuminati - in grado di comprenderne questa nuova veste e fare di tutto per preservare ciò che era rimasto.
Cosa che, ad esempio, non sembra sia avvenuta ad Acquaro, dove tanti sono i ruderi di strutture sacre lasciati nell’incuria più totale, senza che mai nessuno ne intuisse la loro potenzialità monumentale.
Tra questi colpiscono quelli del convento della Santissima Trinità, dell’ordine dei minori riformati francescani, ciò che rimane dei quali, ubicati dove oggi sorge il cimitero, testimoniano di una struttura grandissima, e per ciò stesso, presumibilmente di una certa importanza per i tempi. Quanto basta per approfondirne gli studi ed intervenire per la tutela.
Iniziato a edificare nella seconda metà del Seicento, il convento visse alterne vicende, tra cui anche una causa civile tra Acquaro e Dasà, che se ne contendevano l’ubicazione. Distrutto dal terremoto del 1783 e riedificato, venne riaperto e soppresso nel 1811. Venne nuovamente attivato negli anni ‘30 dello stesso secolo e continuò ad operare sino all’unificazione d’Italia, allorquando, con la nascita dei comuni, fu soppiantato dal cimitero le cui mura di cinta sono costruite con le pietre di ciò che rimaneva della struttura conventuale. Unico intervento, non certo cautelativo, fatto sui resti dell’importante struttura sacra.
Alcune delle statue di santi che custodiva si trovano nelle chiese di Acquaro e dei centri vicini, mentre nulla si sa dell’eventuale esistenza di opere marmoree e della loro sorte.
Oggi, nascosti tra le sterpaglie, si possono scorgere diverse arcate del muro di cinta (che testimoniano un perimetro di svariate migliaia di metri), l’acquedotto, una cisterna con uno stemma recante la data 1747. Poco, ma quanto basta per venire ancora salvato.
Per recuperare le proprie radici e non dover dire che l’indifferenza umana distrugge più del terremoto.

Valerio Colaci

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