La lenta eutanasia di un intero territorio

Molti emigrati hanno ancora la residenza nei paesi d'origine e così la realtà è ancora più cruda.

Gazzetta del Sud dell'8 Gennaio 2016

Parlano i numeri dell'Istat, e raccontano di un territorio che, demograficamente, cammina nel verso dei gamberi. Parlano, ma se ciò che dicono lo esprimono da decenni vuol dire o che lo fanno in una lingua non compresa da chi dovrebbe intervenire con politiche di contrasto, o, molto più semplicemente, che negli anni non la si è voluta comprendere questa lingua. Altrimenti non si spiegherebbe come, in una provincia con 50 comuni, solo due, Jonadi e Ricadi, crescano. Negli altri casi la crescita è congiunturale o per aver ospitato immigrati. Non si spiega, poi, una zona marina tra le più apprezzate per bellezza, tanto da venire definita "Costa degli Dei", da dove la gente scappi via. Neanche il turismo, in queste aree, è riuscito a offrire condizioni per uno sviluppo che consenta di guardare con fiducia al futuro. Non si spiega, inoltre, perché una montagna dalle mille potenzialità sia abbandonata a sé stessa, a differenza di quanto avviene, ad esempio, nella vicina provincia di Cosenza dove l'altopiano della Sila ha saputo trovare nel parco un'occasione per ridisegnare la propria identità.
E non è bene rallegrarsi più di tanto laddove, nella migliore delle ipotesi, il dato demografico è pressoché costante nei decenni: ciò non è equivalente a crescita e non è sintomo di un territorio che vive bene sé stesso.
Il resto, poi, è una tragedia, consumatasi qua e là dappertutto ma, più marcatamente, all'ombra dei boschi delle Serre, dove è da tempo in atto un perverso meccanismo che sembra quasi creato per far desertificare una lontana e antieconomica periferia, il brutto anatroccolo che non è mai stato agevolato a diventare cigno: lo spopolamento (causato da assenza di lavoro, scarsa vivibilità sociale, difficoltà ad aprire una famiglia, cappa criminale che opprime e quant'altro) determina il taglio dei servizi, da cui deriva una ulteriore riduzione di abitanti (che migrano verso dove se ne può fruire), indi ancora di servizi, di conseguenza di abitanti. Solo attraverso questo perfido circolo vizioso si può provare a dare una parziale spiegazione al fenomeno di centri la cui popolazione si è oltre che dimezzata o ridotta a un terzo. E se è vero che si tratta di dati ufficiali e attendibili, gli stessi vanno valutati in eccesso, poiché i residenti reali sono di meno: molti, infatti, sono coloro che, pur mantenendo la residenza, sono stabilmente fuori per studio o lavoro. E così interi quartieri, un tempo pullulanti, sono quasi interamente disabitati, tanto nelle periferie quanto in centro, dove le case abitate lo sono da uno, massimo due anziani. E a ogni funerale, o quasi, se ne chiude una. Non stupisce, allora, che nelle scuole si fatichi a formare le classi e, per ovviare, si ricorra a quelle miste (con bambini di età differente e percorso scolastico comune).
Ma per quanto, se non si agisce, potrà andare avanti? Sarebbe bene, quindi, che amministratori e politici ascoltassero ciò che dicono questi dati e si attivassero, a tutti i livelli, nell'individuare misure mirate, e vere, contro una desertificazione umana che pare altrimenti inarrestabile.

Valerio Colaci

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