«Qui ha mangiato il brigante Musolino»

L'osteria Lopresti e il biglietto lasciato prima dell'omicidio di Stefano Zoccali.

Calabria Ora del 27 Aprile 2008

La storia è fatta da eventi grandi e piccoli, solo che, nei libri, ci finiscono prevalentemente i primi. I secondi sopravvivono al tempo soprattutto grazie al ricordo tramandato di generazione in generazione.

E' così anche per un aneddoto che lega Acquaro ad un leggendario bandito, terrore della povera gente del Sud e, allo stesso tempo, simbolo del riscatto della stessa, delusa dal meridionalismo violato: Giuseppe Musolino, autore di atroci delitti ma accusato ingiustamente del ferimento di un uomo, Vincenzo Zoccali, accusa che gli valse la condanna a 21 anni, per colpa di alcuni testimoni falsi (tra cui il fratello di Vincenzo, Stefano). «'Ndebbiru lligrizza chiddu jornu, quandu li giurati cundannatu m'hannu, ma si pi sciorta addu paisi tornu, chidd'occhi chi ridiru ciangirannu», cantò il bandito giurando vendetta quando, nel 1898, gli fu letto il verdetto. Evaso dal carcere di Gerace qualche tempo dopo, Musolino iniziò ad attuare il suo regolamento di conti contro i fratelli Zoccali, nel frattempo trasferitisi a Gerocarne, e gli altri che lo avevano accusato, uccidendo tutti coloro che si opponevano ai suoi piani, compresi molti uomini delle forze dell'ordine. In una piccola pagina di questo suo diario di viaggio che molti conoscono rientra l'aneddoto di Acquaro. Era il 5 agosto del 1899 quando Musolino, armato di tutto punto (ma camuffato da cacciatore per non destar sospetti), in viaggio da Reggio per raggiungere gli Zoccali, arrivò nella piazza del piccolo centro delle Serre dove, vedendo l'insegna di un'osteria, affamato, si fermò a mangiare. Era una vecchia cantina di proprietà di Nicola Lopresti, carabiniere in congedo fregiato, nel 1887, da una medaglia e da un'onorificenza reale firmata dall'allora ministro, segretario di stato, Francesco Crispi, per aver salvato la vita ad una donna di Bagnara, travolta dalle macerie della sua casa, titolo di cui andava fiero e che, perciò, teneva affisso, insieme ad una sua foto in alta uniforme, vicino alla porta del locale. Musolino entrò, si accomodò accanto ad altri avventori e chiese da mangiare alla moglie di Lopresti, in quel momento assente. Saziato, pagò e ringraziò, ma poi la sua attenzione venne catturata da quel quadretto. La prima sensazione del bandito, forse, fu di timore. Ma, consapevole di dover compiere la sua missione senza temere nessuno accantonò la paura per lasciare il posto al senso di sfida. Con una scusa tornò indietro e, stando attento a non farsi vedere, mise sotto il suo piatto un pezzo di carta, risalutò e partì. Immaginate lo stupore della donna quando, intenta a sparecchiare, trovò quel biglietto su cui lesse «Qui ha mangiato Giuseppe Musolino». Impietrita raccontò tutto al marito, nel frattempo rientrato, il quale, assalito dal senso del dovere, iniziò a correre a piedi verso Arena per consegnare il biglietto ai carabinieri e metterli in allarme. L'attivazione degli uomini della Benemerita fu immediata e fu setacciato palmo a palmo tutto il territorio circostante. Quel biglietto era la prova che Musolino era là, a due passi da loro, che avrebbero potuto fermare la lucida furia omicida del bandito. La speranza, però, cadde sotto i colpi dell'evidenza. Due giorni dopo, il corpo di Stefano Zoccali, venne trovato esanime nelle campagne intorno a Gerocarne. La vendetta si era consumata.

Valerio Colaci

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