Lopresti non crede... alla Befana

Singolare iniziativa ad Acquaro: «Meglio non andare a votare».

Calabria Ora del 19 Gennaio 2013

Che sia un tipo originale, Nicola Lopresti, è fuori discussione. Lui che spesso, in periodo elettorale, si rende autore di azioni eclatanti ed apparentemente stravaganti, ma con un evidente significato intrinseco, stavolta, ben prima che si parlasse di un partito del non voto, ha commissionato la realizzazione di una spilla - giunta direttamente da Milano - che, a poco più di un mese dalle prossime politiche, ha attaccato in bella evidenza al collo del cappotto con su scritto "Io non voto, non credo più alla befana".

Acquarese, insegnante elementare in pensione, per decenni corrispondente di vari quotidiani e riviste (Gazzetta del sud, il Tempo, Oggi) e di Rai Tre, per i quali ha realizzato vari reportage e fatto denunce, uomo ligio al dovere del voto, che da quando ne ha diritto non ha mai disatteso, occupando anche posizioni attive di assessore comunale e candidato - non risultato - a primo cittadino nel 1985, stavolta ha deciso di dire basta e non si recherà alle urne perché, appunto, non crede più «alla befana che non è mai passata da casa mia e, se lo ha fatto, non mi ha lasciato nemmeno il carbone che mi sarebbe stato utile per riscaldare casa per qualche giorno». E, non credere più alla befana, vuol dire non credere più all'onestà, intellettuale e morale, dei politici, «che a destra e a manca, si sono dimostrati dei veri e propri cialtroni ed hanno pensato solo ai loro biechi interessi ed al loro portafoglio, o a quello di parenti e amici, nascondendosi dietro lo spauracchio della difesa del bene comune di cui, in realtà, si sono sempre altamente disinteressati». Quello a cui politici in genere sono da sempre dediti, secondo Lopresti, «è solo fare promesse da marinaio, puntualmente disattese, come nel caso di dimezzarsi lo stipendio da parlamentari, che anche in tale circostanza rimarrebbe comunque alto, e ridurre il numero degli stessi. Due cose semplici semplici che nel loro intimo chiedono tutti gli italiani e che, con molta probabilità, avrebbe ridimensionato questo disamore imperante nei loro».
Insomma, quello di Nicola Lopresti è un vero e proprio sfogo contro una classe dirigenziale che, secondo lui, ha fallito in toto. D'altronde, se quella che sta per finire malamente è la seconda Repubblica, quella venuta fuori dal lancio delle monetine, quella in cui, con i nuovi volti freschi di politici che si affacciavano sulla scena, molti riponevano le loro speranze. Beh, se questa è la seconda Repubblica che si accinge al crepuscolo peggio di come aveva fatto la prima, come dargli torto e sperare in una terza migliore?

Valerio Colaci

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