Soriano si mobilita contro la criminalità

La vicinanza di Libera ai familiari delle vittime.

Calabria Ora del 7 Febbraio 2013

«La nostra presenza qui testimonia la vicinanza ai familiari delle vittime innocenti, affinché sia mantenuta viva la memoria». Così, Matteo Luzza, esponente di "Libera" e familiare di una vittima innocente, ha introdotto l'incontro di ieri a Soriano, "Cento passi verso il 21 marzo", moderato dallo stesso e voluto da "Libera", dal movimento "Mai più vittime mai più mafie" e dall'amministrazione Bartone, come preludio alla giornata della memoria e dell'impegno del prossimo 21 marzo a Tropea.

Protagoniste, le storie drammaticamente reali raccontate dai familiari di vittime «perite - ha sottolineato Luzza - non perché fossero loro nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma i loro carnefici». Un incontro, alla presenza delle forze dell'ordine, rivolto principalmente ai giovani delle scuole sorianesi, definiti dal sindaco Francesco Bartone «il futuro del mondo, per cambiare il quale ognuno deve fare la sua parte, per non permettere di farci sopraffare dai criminali che non hanno il coraggio di confrontarsi civilmente », esortati da don Peppino Fiorillo «ad impegnarsi con tutte le forze a cambiare un mondo reso difficile e triste, perché solo così si può uscire fuori dal sonno della ragione che produce mostri, egoismo e criminalità» e da Merilia Ciconte, membro del movimento antimafia sorianese che, proposto e ottenuto che la prossima giornata si svolga a Soriano, ha stimolato i giovani a «farsi i principali promotori della cultura della legalità, cui ognuno deve impegnarsi per quello che è il suo ruolo, per combattere la mentalità mafiosa e l'indifferenza, che è complicità, perché - ha detto citando un passo de "Gli indifferenti" di Gramsci - l'indifferenza è abulia, parassitismo, vigliaccheria. Perciò odio gli indifferenti». Matteo Luzza ha, poi, spiegato le ragioni della giornata della memoria e dell'impegno «che, dal '95 è cresciuta tanto e si svolge il 21 marzo che per noi rappresenta il giorno della vita, perché le idee delle vittime innocenti possono camminare sulle nostre gambe, dandoci forza per raccontare e farli vivere».
E, crudi e struggenti, sono stati i racconti dei familiari. Da Giovanni Gabriele, padre del piccolo Dodò, l'undicenne crotonese ucciso mentre giocava in un campetto di calcio, a Barbara Vinci, figlia di Bruno, ucciso durante una rapina in una gioielleria, fatto che la donna è riuscita a raccontare solo dopo anni grazie a "Libera" e a Matteo Luzza, fratello di Pino Russo, «ucciso per un amore osteggiato dal cognato dalla ragazza amata da mio fratello», passando per Martino Ceravolo, padre di Filippo, il giovane ucciso per errore lo scorso 25 ottobre, ed il padre e la sorella di Antonio Giurlanda, ucciso 5 anni fa, per il quale hanno urlato la loro rabbia e chiesto giustizia. E, schietta e reale, è stata la testimonianza di Rocco Mangiardi, l'imprenditore che ha detto no al pizzo imposto dai clan lametini «perché se avessi pagato avrei dovuto licenziare qualcuno e, poi, non avrei risolto il problema, per cui ora vivo sotto scorta, con quella serenità, mia e della mia famiglia, che non avrei se non avessi denunciato».
Alle domande dei giovani nel successivo dibattito ha risposto il vice coordinatore nazionale di "Libera" don Marcello Cozzi, che ha parlato di «una storia dell'antimafia che andrebbe riscritta, nonostante si sia fatto tanto», sottolineando la vicinanza dell'associazione ai genitori di Filippo, ed agli altri familiari e definendo la memoria «impegno a tallonare chi ha ucciso Filippo e gli altri» ed i mafiosi «persone piccole e vigliacche».
Le conclusioni, prima del concerto dei ragazzi della scuola media, al prefetto Michele di Bari che ha additato «l'assenza di consapevolezza di ciò che è legale e ciò che non lo è», ribadendo la necessità «di rinnovare la coscienza civica, per cui è linfa la scuola» e di riscrivere «l'antimafia dalle fondamenta, sforzandosi ad accompagnare le istituzioni. Questa giornata - la sua chiosa - ha messo un tassello importante a ciò nella nostra coscienza».

Valerio Colaci

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