Martino Ceravolo, il dolore di un padre impresso sulla pelle

«Ci vuole coraggio per affrontare la vita».

Calabria Ora del 10 Marzo 2013

«Ci vuole coraggio per affrontare la vita con il sorriso ogni giorno. Farò questo per Filippo».

È la frase che un padre, Martino Ceravolo, si è fatto tatuare indelebilmente sul braccio, a perenne ricordo di un dolore, quello per la morte del proprio figlio che difficilmente potrà essere archiviato per lasciare spazio alla serenità che si aveva in precedenza. Ma, se un padre giura al figlio che cercherà di alzarsi ogni mattina col sorriso per lui, vuol dire che adesso Filippo rappresenta la sua principale forza per andare avanti e lottare, fino alla morte e dalla parte della legalità «affinché i suoi carnefici siano assicurati alla giustizia e per impedire con tutte le mie forze che quello che è successo al mio Filippo possa accadere ad altri innocenti».
Quattro mesi, sono passati da poco da quella tragica serata di fine ottobre e da allora Martino, e con lui il resto della famiglia, non si dà pace e vive nella speranza che quegli uomini, grazie al lavoro che le forze dell'ordine conducono, paghino il dovuto con la legge e «quel cancro, che è la mafia - dichiara con evidente rabbia - che distrugge la nostra società, sia finalmente debellato. Perché mio figlio era un innocente e non si può morire a diciannove anni in questo modo, mentre i suoi carnefici sono ancora in libertà». Mesi, quelli trascorsi, passati con evidente difficoltà, cercando di placare il dolore nelle lacrime, versate a fiumi, e cercando di riprendere, anche lavorativamente, la vita quotidiana, «perché Filippo avrebbe voluto così».
La propria rabbia, Martino, prova a sfogarla anche dalla sua pagina Facebook, da dove non passa giorno in cui non ricorda la sua creatura e quella maledetta sera del 25 ottobre, invitando tutti a non dimenticare ed inveendo contro chi glielo ha portato via, augurandosi per loro la galera a vita e l'isolamento carcerario. Una rabbia che ha sfogato anche con noi, affermando che riesce «a capire il lavoro che gli inquirenti stanno svolgendo e le difficoltà investigative, ma sono passati quattro mesi, troppo tempo per un padre che ha perso un figlio in maniera barbara. Tutto questo non è accettabile ». E fa un appello agli artefici del suo dolore, gli assassini, invitandoli a «pensare che Filippo poteva essere uno dei loro cari ed a costituirsi se hanno una coscienza. La smettano di nascondersi come i topi - insiste - perché io non ho paura di loro e, con l'aiuto della legge, li affronterò e li combatterò. Si pentano e paghino per ciò che hanno commesso, altrimenti ricordino che c'è sempre la giustizia divina e, quando sarà il momento, non basteranno neppure le fiamme dell'inferno a far espiare i loro peccati».
Parole comprensibili, da parte di un uomo distrutto che immagina il momento della cattura, allorquando «voglio vedere se avranno il coraggio di guardarmi negli occhi per capire solo minimamente il dolore che hanno provocato ad una famiglia intera. Una famiglia a cui è stata tolta quella forza che gli veniva dalla pienezza di vita di Filippo che avete strappato».
Poi, un appello Martino Ceravolo lo rivolge anche a chi può aver visto o sapere qualcosa, affinché «si rivolgano alle forze dell'ordine e parlino, perché altrimenti la loro coscienza risulterà macchiata come, se non più, di quella delle bestie che hanno ucciso un innocente».
È la rabbia, comprensibile, di un padre che non si rassegna e che, confidando nelle forze dell'ordine, sogna che, quanto prima, il suo Filippo possa avere giustizia…

Valerio Colaci

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