Figli, mariti e padri uccisi perché erano al posto sbagliato nel momento sbagliato

Tavola rotonda con i parenti delle vittime di mafia.

Gazzetta del Sud del 21 Maggio 2013

Parte centrale della due giorni in memoria delle vittime innocenti di 'ndrangheta, che si è tenuta sabato e domenica scorsi, la tavola rotonda sulle iniziative di contrasto alla criminalità organizzata.

A relazionare, insieme ai rappresentanti dell'associazione "Libera" promotori dell'evento in collaborazione con il Comune, il sindaco Gianluca Cuda, l'ex presidente della Commissione parlamentare antimafia Angela Napoli, il giudice di Cassazione in pensione Romano De Grazia e gli imprenditori Rocco Mangiardi e Tiberio Bentivoglio. Accanto a loro i parenti dei caduti in agguati criminali ai quali l'amministrazione comunale ha intitolato 17 vie in località Marzano, Gelseto e via Nova. Tutti hanno raccontato il volto crudo della 'ndrangheta, gli usi, i pericoli per l'economia, l'occupazione e la società civile. Emerse anche proposte per tentare di guarire dalla crudele piaga.
«La legge», ha detto Angela Napoli, alla quale da poco è stata ripristinata la scorta, «non contrasta adeguatamente il fenomeno. È troppo garantista. Certo non possiamo delegare tutto alla normativa o alle forze dell'ordine e alla magistratura, ci vuole il rispetto della legalità in ogni gesto». In quest'ottica si è inquadrato pure l'intervento di De Grazia, promotore della legge "Lazzati", approvata all'unanimità nel 2010, che impone il divieto di propaganda elettorale per le persone sottoposte a misura di prevenzione per reati di mafia. «Un provvedimento - ha sostenuto il giudice - che colpisce il voto di scambio, colmando una grave lacuna legislativa».
In sostanza, se in precedenza era punita soltanto la "vendita" di voti, pur vigendo per i sorvegliati speciali per i reati di mafia il divieto di elettorato attivo e passivo, agli stessi ora è impedito di svolgere attività di propaganda elettorale, diretta e indiretta. Pena la reclusione da l a 5 anni, estesa anche al candidato che si avvale dell'aiuto del sorvegliato speciale. Commoventi e atroci gli interventi dei famigliari delle vittime innocenti della 'ndrangheta, i quali hanno ripercorso quei momenti di inaudito dolore che hanno segnato per sempre le proprie vite.
«Mio figlio», ha detto con gli occhi lucidi il papà di Celestino Fava ucciso a Palizzi (nel reggino) nel 1996 all'età di 27 anni semplicemente perché si trovava nel luogo e nel momento sbagliato, «era uscito con Nino Moio, l'obiettivo dei killer, venuto a casa a chiamarlo per un po' di compagnia. Giunsero in campagna. Celestino attese l'amico in macchina. Dopo un po' udì degli spari e si precipitò a controllare cose fosse successo. Evidentemente conobbe i sicari, che non esitarono un attimo ad ucciderlo. Da allora siamo ancora in attesa di giustizia».
Assassini spietati dunque, che non «guardano in faccia nessuno - ha ripreso Stefania Gurna - neanche un bambino di 3 anni e mezzo, mio figlio, che in pieno giorno è stato ferito nella piazza centrale di Melito Porto Salvo da un gruppo che intendeva uccidere un'altra persona. Questa gente non la vogliamo sul nostro territorio, dobbiamo allontanarla con azioni concrete. La cultura rende liberi, come dice don Ciotti un mafioso ha più paura di un educatore che di 100 carabinieri».
Straziante la testimonianza di un fratello di Giuseppe Russo, trucidato ad Acquaro, nel Vibonese, nel 1994 all'età di 22 anni. «La colpa - ha raccontato il famigliare - è stata quella di essersi innamorato dalla sorella di un boss, che non vedeva di buon occhio il fidanzamento. Decise quindi di farlo ammazzare e contattò per compiere l'omicidio una cosca di Gioia Tauro, in un quadro di favori che tra clan si scambiano. Arrivò un gruppo di sette persone, catturarono e buttarono mio fratello in una fossa, cospargendolo di benzina. Con il corpo in fiamme uno di loro, in segno di iniziazione, sparò diversi colpi. Due mesi dopo, nelle campagne di Dinami, abbiamo ritrovato il corpo in virtù delle rivelazioni di un pentito». Storie tristi, come quella di Francesco Inzitari (giovane imprenditore ammazzato a Taurianova) e Gianluca Congiusta, ucciso per aver preso tra le mani la lettera estorsiva destinata ad Antonio Scarfò, imprenditore e futuro suocero. A riferire è il papà, Mario Congiusta, tra gli organizzatori dell'iniziativa, attivista contro la 'ndrangheta.
Di «isolamento sociale» e «pressione psicologica» hanno parlato gli imprenditori Rocco Mangiardi e Tiberio Bentivoglio, che hanno denunciato i propri estorsori. «Dobbiamo - ha terminato il sindaco Cuda approvare al più presto nuove leggi, che impediscono ai mafiosi di vedere i propri figli e proibisca la produzione di film che esaltano il ruolo dei criminali».

 

Agostino Perri

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