"Jiàmu a la funtàna" di Ubaldo Dorè

Dedicato ai figli di Limpidi sparsi per il mondo che, in memoria delle dolorose esperienze passate dagli avi, lontani dal clamore e dalla facile notorietà, affrontano e svolgono quotidianamente il loro lavoro con intelligenza e rettitudine.
Dedicato agli amanti della libertà.
(Ubaldo Doré)

«Jiàmu a la funtàna?» («Andiamo alla fontana?») Era questa la domanda che le donne di Limpidi si ponevano tra di loro la sera dopo che, sfinite, si erano ritirate dai campi, dove avevano coadiuvato per tutta la giornata gli uomini nella diuturna fatica contadina, o avevano faticato nelle numerose altre incombenze domestiche (fig. 1).
Com’era loro consuetudine, il rifornimento dell’acqua potabile lo facevano nella serata, non prima però di aver cucinato quella manciata di erbe selvatiche che, mescolate a un pugno di fagioli, costituiva il consueto alimento del nucleo familiare.
Non ritenevano consigliabile andare l’indomani mattina. Infatti, nelle prime ore della giornata era usuale che si trovasse un considerevole numero di persone: se non si era tra i primi ad arrivare, per potere riempire tutti i recipienti rispettando la regola del turno, “la vicènda”, occorreva fare una sosta alquanto prolungata con perdita di tempo molto prezioso.
Questo compito, d’altra parte, era in pratica impossibile svolgerlo poiché c’era tanto altro da fare.
Se quel giorno non c’era la necessità di seguire gli uomini nei campi, “vàsciu”, una volta alzate di buon’ora, dovevano predisporre quel misero cibo che questi si sarebbero dovuti portare appresso e, dopo la loro partenza, senza perdere tempo, incominciare a dare esecuzione agli altri estenuanti lavori.
Ad ogni modo le brocche, “li guòzzi”, dovevano essere già piene e pronte unitamente al pasto.
I contadini, per arrivare a piedi alla contrada in cui era ubicato il terreno da zappare e per ritornare a casa la sera, impiegavano un tempo non certamente breve, due ore o forse più, e anche per questo spesso decidevano di rimanere sul posto.
Lasciavano a casa le donne per il disbrigo delle altre faccende e non facevano ritorno ai loro miseri abituri allo scopo di recuperare così ore preziose alla fatica e contemporaneamente evitare quel massacrante andirivieni.
Questo si rendeva necessario, in modo particolare, quando aveva inizio il ciclo lavorativo per la preparazione del terreno adatto alla semina.
C’è da dire che il privilegio di poter fare ritorno a casa alla fine della giornata era riservato ai “fortunati”, vale a dire a quelli che erano riusciti per tempo ad accaparrarsi, dal proprietario terriero, il fitto di un appezzamento di terra alquanto fertile e anche situato in contrade più o meno vicine al paese.
I “meno fortunati” si dovevano accontentare e sacrificarsi come detto.
Un pagliaio, “nu pagghjàru”, eretto per l’occorrenza, fungeva da dormitorio. Era questo il posto dove gli sventurati erano obbligati, in coabitazione forzosa, a trascorrere la nottata, sdraiati su giacigli di paglia o su guaine di pannocchie di granturco, “di fuschi”, in attesa della nuova giornata di sudore.
Per queste occasioni il cibo approntato dalle donne, che ciascuno portava con se, doveva bastare per diversi giorni. In genere, questo era costituito da olive nere ammollo in acqua, “olìvi alla giàrra”, peperoni già arrostiti o fritti, un goccio di olio, un pochino di sale, raramente un pezzo di carne di maiale salata, “’na toppa di carni salata”, e pane di granturco, “frisa o pizzàta”.
Non dovevano mancare, perché di vitale importanza, le essenziali brocche, “guòzzi”, di acqua.
Non era difficile però, in circostanze del genere, che si esaurisse la provvista portata da casa.
In questo caso, quando il sole a perpendicolo picchiava sulla schiena e l’arsura era ormai insopportabile, per potersi dissetare utilizzavano persino l’acqua piovana raccolta nei fossati scavati appositamente o, addirittura, nelle impronte lasciate sul terreno dalle zampe degli animali, come buoi, cavalli etc., con tanti saluti alla potabilità e ai laboratori di analisi chimiche e batteriologiche.
Nelle calde serate estive, i più anziani del paese si incontravano nella piazzetta e nelle loro conversazioni ricordavano, tra l’altro, con amarezza, le tante sofferenze patite.
Essi narravano, guardando la fontana con quel suo bel getto continuo (fig. 2), che in alcune zone collinari di quelle contrade si presentavano delle crepe nel terreno dalle quali fuorusciva una piccola quantità d’acqua; questa, però, emanava un odore talmente fetido da costringerli, quando l’arsura attanagliava la gola, a preferire quella stagnante e limacciosa dei fossati con tutto ciò che si trovava dentro.
Ricordavano della famosa “funtàna di cela”, un’altra sorgiva di acqua, non fetida come la precedente, situata però in un luogo talmente distante dal posto di lavoro che per poterci arrivare si impiegava un tempo eccessivo. Tale “dispendio” di ore di lavoro “non se lo potevano permettere”.
Certi poveracci, a furia di pernottare spesso nei campi, “vàsciu”, perdevano completamente la cognizione del tempo.
Un giorno, uno di loro rivolgendosi a voce alta ad un altro, che curvo sotto il sole stava zappando il suo terreno alquanto distante, gridò: «Tu stasìra vìeni a la casa? Domani è lu jiùornu di lu vattìsimu!» («Tu questa sera vieni a casa? Domani sarà il giorno del battesimo!») L’altro, di rimando: «A cui vattìjianu?» («Chi battezzano?»)
Lo sventurato aveva dimenticato che doveva essere battezzato il suo bambino!
Sarà una spiritosaggine? Io, avendo ascoltato diverse testimonianze sul modo di vivere di questa povera gente nelle epoche passate, credo si tratti di pura verità.
Si raccontava ancora delle angherie cui erano sottoposti da parte di alcuni ingordi signorotti proprietari terrieri.
Poteva verificarsi che, a causa delle avversità atmosferiche, questi sfortunati ottenessero, a fine stagione, un raccolto di grano, granturco o altro talmente risicato da non bastare contemporaneamente per: pagare il canone di affitto, mettere da parte la quantità necessaria destinata a sementi e per il minimo necessario a sfamare la famiglia.
Erano quindi costretti a recarsi presso la “dimora del proprietario” per supplicarlo di rinviare il pagamento abbinandolo a quello dell’annata seguente, ma ottenevano semplicemente un netto rifiuto: «O paghi o dassi la terra!» («O paghi o lasci il terreno!»)
Non sarebbe stato compito facile trovare un altro appezzamento da zappare, perché non ne esisteva un solo palmo incolto, tanta era la fame di terra a quell’epoca.
In ogni casa a tenere compagnia c’era la miseria, c’erano bocche da sfamare.
L’imposizione, pertanto, costringeva i malcapitati, inevitabilmente, a dovere malvolentieri sopportare in silenzio e a ridurre la quota destinata al fabbisogno familiare della quantità che serviva per pagare il fitto, non potendo assolutamente assottigliare quella destinata alle sementi.
“Mèsima”, “Mascabrùnu”, “Corràdo”, “Perricùni”, “Abbrùzzu”, “Sciomà”, “Spisiàno”, “Stinchi” etc., in realtà, cosa erano?
Non erano località amene, di villeggiatura, dove si respirava aria salubre oppure centri di benessere dove si poteva deliziare la vista con panorami incantevoli. Non erano nemmeno luoghi di lavoro dove i contadini di Limpidi si recavano, con animo lieto, disposti a trascorrere la giornata serenamente.
Erano solo, per la maggior parte, contrade situate in vallate malsane o in colline aride, “timpùna”, prive di vegetazione, infestate da insetti volanti e striscianti. Dovunque il clima faceva la sua parte: caldo e afoso in estate, umido e freddo in inverno.
Qui erano ubicati gli appezzamenti di terreno concessi in affitto, con contratti a volte semischiavistici, da signorotti, in qualche caso, famelici e avidi.
Era qui che essi svolgevano il massacrante lavoro e qui doveva trovarsi la fonte del loro reddito, del necessario per il soddisfacimento delle esigenze familiari.
Ogni lavoro ha una propria dignità e non c’è lavoro più importante di un altro.
Dignità significa migliori prospettive di sviluppo personale e di integrazione sociale, significa stabilità familiare e crescita economica, che rappresenta ed è senz’altro la chiave per sconfiggere la povertà e combattere nello stesso tempo la miseria.
Non sono riusciti a conquistare quella stabilità familiare né, tantomeno, quella crescita economica gli anziani che si incontravano, nelle calde serate estive, nella piazzetta di Limpidi. Essi non dimostravano di conservare molta nostalgia di quei luoghi.
Non conserva un buon ricordo il mio amico Ciccio, da tempo purtroppo immobile in un letto, forse a causa delle tante sofferenze patite fin da bambino, assistito amorevolmente dai suoi figli.
Ripenso a quello che mi raccontò con gli occhi umidi.
«Quando ancora era notte mia madre mi svegliava dolcemente. Tutto era già pronto per la partenza, dovevo caricarmi sulle spalle le brocche con l’acqua, “li guòzzi cu l’acqua”, ed i panieri con il cibo, “li panàra cu lu mangiare”; il resto lo portava mio padre. Bisognava portare il minimo indispensabile per diversi giorni, visto che la sera non si rientrava. Io, a piedi nudi, lo seguivo nel buio, in fila insieme ad altri. Camminavamo su un sentiero stretto, a passo lento, prestando attenzione a non inciampare. Arrivavamo a “chìjia vanda” (contrada Abbrùzzu, Mèsima o Perricùni etc.) che non era sorta l’alba.
C’era da preparare il terreno per la semina del grano, lavoro questo che in pratica occupava l’anno intero, e pertanto, per non sprecare tempo, si cominciava a zappare appena giunti.
Si dissodava già dal mese successivo a quello della mietitura (fig. 3). Da agosto fino a settembre si eseguivano i lavori necessari per ripulirlo dalle erbe infestanti e non c’era sosta perché si lavorava anche con il buio per potersi riparare, quanto più possibile, dalla calura estiva. Prima della semina, con la zappa, si procedeva allo sminuzzamento delle zolle e poi al livellamento. In tutto questo avevo anch’io la mia parte da fare. Quando il sole era alto nel cielo e guardarlo era pericoloso per gli occhi, deponevo per terra “la mia zappa” e con le brocche, già vuote, andavo alla “funtàna di cela” per riempirle. Questo percorso dovevo ripeterlo diverse volte in una giornata, non ricordo quante. A sera i miei piedi erano lacerati e insanguinati. Nel pagliaio, la notte, avevamo anche la compagnia dei topi e tutti dovevamo “dormire con gli occhi aperti” perché non si avventassero sui panieri appesi, dove era custodito il cibo.
Dopo avere seminato, con l’auspicio che durante l’inverno non ci fossero dannose gelate o altre disastrose intemperie, tornavamo a casa. Si doveva ritornare verso il mese di marzo-aprile per eseguire gli altri lavori; ma queste fatiche, considerata l’età, mi venivano risparmiate. Poi rimanevamo in attesa della sospirata mietitura (fig. 4) e della trebbiatura (fig. 5), coronamento delle speranze e delle fatiche di tanti mesi di sacrifici. Era una festa perché quelle rappresentavano alcune delle poche occasioni in cui c’era la possibilità di mangiare qualche cosa di diverso e di meglio rispetto a quello che si mangiava normalmente durante tutto l’anno.»
Lavorare in queste condizioni era dignitoso?
Quelli erano luoghi di penitenza, dove si espiava la pena per il peccato di Adamo: “col sudore del tuo volto mangerai il pane”.
Maledizione che ha accompagnato il lavoro del contadino.
Alcuni, ma pochi, non più disposti a sopportare, erano riusciti a fuggire da questo inferno verso terre d’oltremare, come gli Stati Uniti d’America (fig. 6), oppure in altri paesi in via di sviluppo e bisognosi di manodopera, come l’America Latina (Argentina, Venezuela, Brasile etc.), luoghi lontani e sconosciuti, con il miraggio di un lavoro più dignitoso che consentisse loro di raggranellare qualche soldo da mandare alla famiglia rimasta a Limpidi.
Torniamo all’inizio.
«Jiàmu a la funtàna jiaffòra a lu vajiùni.» («Andiamo alla fontana in fondo al vallone») oppure «Jiàmu a la funtàna jiaffòra a fimmanèjia.» («Andiamo alla fontana in fondo a “fimmanèjia”») era quanto si diceva prima di andare ad una delle due uniche fonti che consentivano l’approvvigionamento idrico di Limpidi fin dall’antichità; per il resto c’era il fiume “Filese”, dove le donne si recavano per lavare i panni.
La prima, oggi ricordata come “funtàna vecchja”, si trovava, entrando da Acquaro, subito dopo le case popolari, a circa venti metri, verso monte, dalla prima curva della strada provinciale (fig. 7). Si presentava come una piccola grotta scavata ai piedi di una collina ricoperta da un castagneto, “lu castanìtu di carrùottu”, da dove scaturiva acqua che si raccoglieva in una vaschetta costruita appositamente.
La seconda si trovava, invece, a circa cinquecento metri dall’abitato, in territorio del Comune di Dinami. Per arrivarci si doveva percorrere il tratto di strada provinciale, compresi i settanta metri del viadotto sul “Filese” (ponte di Limpidi), poi girare a sinistra ed addentrarsi, per mezzo di una stradina privata, nel bosco proprietà Santamaria fino a “fimmanèjia” (fig. 8). La fontanina in muratura era situata ai piedi di una montagna, ricoperta da una foresta di lecci e denominata “vùoscu di lu sordàru”, da dove usciva l’acqua che la alimentava.
Come ho detto prima, per il riempimento dei recipienti, era imposto a coloro che si recavano alle due fonti il rispetto del turno, “la vicènda”, e non era consentito a nessuno derogare a tale norma.
Gli spiazzi antistanti erano occupati, da mattina a sera, da svariati contenitori, in quel periodo “rigorosamente” in terracotta, come “guòzzi”, “bùmbuli”, “cannàti”, “melàra”, “giarruòtti” o altro. A mano a mano che si arrivava, venivano collocati nei posti prestabiliti e, seguendo l’ordine, si attendeva scrupolosamente il proprio turno per poterli riempire.
Non sempre, però, tutto procedeva così correttamente perché poteva accadere che qualcuno/a, ultimo/a arrivato/a, non possedendo il “dono” dell’educazione, oltre che della correttezza e del rispetto verso il prossimo, tentasse di scavalcare quanti erano primi, ritenendosi più intelligente, più importante oppure, anche, più “dirìttu/a” (malandrino/a).
Scoccava, in questa situazione, la scintilla che faceva esplodere la bomba!
Vuoi per la stanchezza dovuta al lavoro della giornata e per l’attesa estenuante, vuoi per la necessità di rientrare al più presto a casa perché si era fatto già tardi, alcune donne, che mal sopportavano questo tipo di sopruso, reagivano immediatamente dando inizio alle baruffe.
Dalle parole si passava subito alle vie di fatto, agli spintoni, con il risultato che “guòzzi”, “giarruòtti”, “cannàti” etc. diventavano, in poco tempo, un ammasso di cocci che le litiganti calpestavano dando sfogo alla rabbia, accapigliandosi e stracciandosi le vesti.
Toccava agli uomini, udendo tutte quelle grida, intervenire, stanchi com’erano, per cercare di sedare la rissa e spettava anche a loro, purtroppo, trovare poi i denari necessari per ricomprare alla fiera dell’Immacolata di Dasà (fig. 9) o altrove “l’arredo per la cucina e per il bagno” andato distrutto nella zuffa.
Raccontavano i più anziani che alla “funtàna di lu vajiùni”, una sera del mese di agosto, successe un tafferuglio del genere.
Una certa “Catarìni” non voleva rispettare il turno; fu assalita e “letteralmente denudata” a tal punto da “mettere in mostra” a tutte le persone presenti, nella fioca luce delle numerose lanterne, tutte le sue parti intime.
Questo episodio ebbe, per diverso tempo, una notevole eco nel paese, tanto che, quando qualche donna voleva scherzosamente minacciare un’altra, diceva: «Statti queta ca sinnò ti fazzu cùomu ‘nci fìciaru a Catarìni.» («Stai quieta altrimenti ti faccio ciò che è stato fatto a Caterina.»)
Non sempre gli spiazzi delle fontane erano teatro di litigi e di zuffe!
Vi si recavano, specialmente nelle serate estive, anche giovanotti e giovanette tra i quali, complice il rilassante trillo dei grilli, sovente sbocciava il primo fiore dell’amore.
Il luogo più favorevole, per le caratteristiche dell’ambiente circostante, era certamente la zona di “fimmanèjia”, che ben si prestava anche per gli incontri furtivi di giovani innamorati.
Con il passare del tempo la questione dell’approvvigionamento idrico per Limpidi era diventata una problematica seria. Quel modo di vivere non era più sopportabile e per nulla consono alle esigenze della vita dell’uomo.
Le autorità dell’epoca la ignoravano o fingevano di ignorare.
La quantità d’acqua, che ormai erogavano le due fonti, si assottigliava lentamente sempre più e, in certi giorni, scorrevano semplicemente dei “fili d’acqua”.
Le due sorgenti stavano per esaurirsi; la loro attività sembrava avviarsi alla fine e lo spettro della sete incombeva sulla popolazione.
Si era sotto il regime fascista e reclamare o pretendere qualcosa costituiva un azzardo: non era molto ben gradito.
In quel periodo, forse si era nel 1930, il maestro Giuseppe Ferraro, ricordato come uno di quei vecchi maestri elementari legati alla massoneria liberale, collaborava con un giornale.
Egli incominciò a pubblicizzare la situazione in cui si trovava Limpidi scrivendo articoli e cercando inoltre di sensibilizzare e coinvolgere anche la gente del paese, allora numerosa.
Pur essendo tenuto d’occhio per le sue idee, ebbe l’appoggio dei professionisti, di tutta la popolazione locale e di ampi strati di quella del capoluogo, che ben vedevano l’iniziativa intrapresa.
E’ necessario aprire una parentesi per ricordare che il maestro Giuseppe Ferraro è stato il primo “Commissario di Governo” per il comune di Acquaro, nominato dal Prefetto di Catanzaro immediatamente dopo la caduta del fascismo.
Intanto era stata individuata a circa un chilometro dall’abitato, nella zona montana, in contrada “Fèllari”, ai piedi del bosco “Cornarìa” di proprietà De Lorenzo, cognato del maestro, una falda acquifera sotterranea con una portata molto consistente.
Il maestro Ferraro si preoccupò di segnalarla subito alle autorità comunali ed anche all’Ufficio del Genio Civile di Catanzaro sicuro che, dopo un attento esame dello stato inumano di vita della popolazione, non ci sarebbero stati motivi ostativi per iniziare la stesura di un progetto dell’opera di presa con tutta la condotta idrica fino all’abitato di Limpidi.
Trascorsero diversi anni, durante i quali non diminuirono l’entusiasmo e la volontà dei cittadini di continuare a insistere, sollecitare e incalzare i responsabili per la risoluzione del loro disagio, prima che la questione diventasse un problema serio anche per le autorità locali.
Non si poteva fare di più perché, essendo sotto quel dominio, bisognava prestare molta attenzione a non “uscire fuori dalle righe” e compromettere il buon esito dell’operazione.
Finalmente tutto sembrava avviarsi a compimento, i presupposti c’erano ma… “erano stati fatti i conti senza l’oste” ed “era troppo bello per essere vero”: un “diavolicchio” ci aveva messo la coda per “sporcare l’acqua”.
Non si era tenuto conto che ci si trovava in un comune dove i rapporti tra i vari personaggi di un certo rilievo, al di là della mera apparenza, non erano per nulla idilliaci.
Esistevano antagonismi, interessi politici, egoismi e si covavano di solito quei rancori che poi esplodevano sistematicamente ad ogni occasione.
La prima analisi chimica e batteriologica sui campioni d’acqua prelevati alla sorgente e portati direttamente a Catanzaro al Laboratorio Provinciale aveva dato un risultato ottimo: l’acqua di “Cornarìa” era potabilissima al cento per cento, priva di qualsiasi impurità e con la totale assenza di rischi per la salute.
In seguito fu richiesta un’altra analisi su un altro campione ma…, caso strano, questa seconda analisi diede un risultato completamente diverso: l’acqua non era più potabile, conteneva “microrganismi patogeni con presenza di coli fecali”. Il maestro Ferraro, eletto intanto “capo del comitato per l’acquedotto a Limpidi”, intuì subito, da uomo di esperienza qual era, che c’era stato un sabotaggio e che non bisognava arrendersi alla prima difficoltà, ma accettare la sfida e organizzarsi diversamente per isolare e battere i responsabili.
Convocò tutti i membri del comitato, li informò dell’azione sabotatrice e illustrò il suo progetto: si dovevano costruire delle vasche di decantazione in muratura fatte in modo tale da contenere l’acqua già limpida dalla quale poi prelevare i nuovi campioni.
Questo però non era sufficiente, si doveva anche vigilare affinché non fossero fatte azioni simili alle precedenti.
Le vasche furono costruite e si costituirono pure squadre di giovani che, a turno, facevano, notte e giorno, la guardia presso la sorgente fino a quando non fu richiesto, da parte delle autorità competenti, il prelievo di nuovi campioni. Di una di queste squadre fece parte Domenico Giofrè (fig. 10), il mio compianto ed affettuoso suocero, dal quale ho appreso molti dei particolari che mi hanno consentito di scrivere questa storia.
Il prelievo, poi, fu fatto direttamente dai Funzionari del Laboratorio Provinciale, fatti venire apposta a Limpidi e portati a dorso d’asino fino alla sorgente di “Cornarìa”.
L’acqua “miracolosamente” era tornata ad essere potabilissima!
Si scoprì dopo che il sabotaggio era stato organizzato da un “notabile”, il quale stava male quando qualcuno aveva più successo di lui e per motivi politici mal sopportava l’iniziativa e l’ingerenza del maestro Ferraro e delle altre persone del comitato.
Nulla gli importava delle condizioni “invivibili” della gente di Limpidi: “Li ciùcci si ‘mbrìganu e li varlìri si sdòganu.” (“Gli asini litigano ed i barili si rompono.”)
Il progetto esecutivo dell’acquedotto fu redatto dagli ingegneri dell’Ufficio del Genio Civile di Catanzaro e dopo poco tempo i lavori furono mandati in appalto. Aggiudicataria della gara fu l’impresa individuale Domenico Rosano di Limpidi che, nello stesso tempo, era anche il podestà del Comune di Acquaro.
Verso il 1935 o 1936, in un giorno di estate, l’opera, già collaudata, fu inaugurata alla presenza di gerarchi fascisti, del podestà, del sacerdote per la benedizione e di tutta la popolazione, non solo di Limpidi ma anche di buona parte di Acquaro, mentre i tamburi rullavano e, come qualcuno ha ricordato, una piccola banda suonava inni fascisti.
Dicevano le cronache che quel giorno è stato di grande festa, di tripudio, per i limpidesi, i quali si strinsero attorno al maestro Ferraro e a quanti, come lui, avevano tanto agognato quell’evento.
Anche le maestranze e gli operai dell’impresa, uomini validi e di fiducia, parteciparono a questa manifestazione correndo freneticamente lungo le vie del paese per controllare se le due fontane dell’interno, oltre a quella posta sulla strada provinciale, erogassero acqua a sufficienza.
Per loro, che avevano tanto sudato durante l’esecuzione dei lavori, fu una bella soddisfazione.
Provenivano da Dasà i due “capo operaio”, un certo De Barba, detto “generale”, ed un certo Ammoscato, mentre il “capomastro”, Rocco Fiumara, veniva da Laureana di Borrello.
Finalmente, con la pervicacia dei limpidesi erano stati sconfitti anche gli egoismi e la prepotenza; la paura della sete era stata definitivamente allontanata e il tanto desiderato premio era arrivato.
Secoli di privazioni e disagi erano ormai semplicemente un amaro ricordo.
Le due “eroiche” fontane, custodi di segreti secolari, che avevano calmato l’arsura di diverse generazioni di limpidesi e non solo, esaurirono il loro compito e furono abbandonate.
Oggi, purtroppo, non esistono più: l’evento alluvionale del novembre 1959, ha letteralmente sconvolto la conformazione del territorio in cui si trovavano.
Attualmente, nei pressi della prima, “lu vajiùni”, c’è semplicemente, sulla sinistra della curva stradale dopo le case popolari, una fontana in muratura, costruita nel 1974 solo a scopo propagandistico, che manda acqua prelevata con un tubo di piombo da una pozza posta a monte dove, presumibilmente, poteva esserci l’antica: quest’acqua nessuno si è mai preoccupato di dimostrare se fosse potabile.
La seconda, “fimmanèjia”, è stata “cancellata” insieme a tutte le amene località di “Cirubìnu”, “Ciànci”, “Gajiettàru” etc. che esistevano a monte del viadotto (ponte di Limpidi) (fig. 11), “angoli svizzeri” tanto cari a pensatori, uomini di cultura come il compianto vecchio parroco Giuseppe Falleti.
L’enorme afflusso di acqua mista a fango riversatasi dai monti nella vallata ha avuto un effetto devastante: non solo ha cancellato, lungo le sponde del fiume “Filese”, anfratti naturali difficilmente accessibili che erano serviti come rifugio ai primi abitanti di Limpidi, ma ha anche fatto tremare i piloni e l’intera struttura del viadotto, “orgoglio della gente limpidese”, che ha resistito egregiamente.
Quello “amabile torrente” dal “mormorio lieve” cantato dal poeta Domenico Muratore (fig. 12), da sempre placidamente serpeggiante nella verde valle luccicando al tramonto del sole, in quella notte da tregenda, in quasi otto o nove ore, diventò talmente “cattivo” da distruggere opere murarie, costruite nel lontano 1923-1927 a difesa del viadotto, oltre ad un secolare mulino, ricordato sempre dal poeta Domenico Muratore con la poesia “Al molino di mio cugino Carmelo”, che aveva macinato farina candida a diverse generazioni di limpidesi.
Il “placido ruscelletto”, dimentico che sulle sue rive giovani coppie avevano giurato il loro eterno amore, in quella corsa impetuosa e inarrestabile ha completamente divelto e trascinato al mare interi fiorenti giardini di frutta e ogni altro genere di vegetazione spontanea esistente.
Di “Ciànci”, “Cavorà”, “Grancìti”, “Olìva” etc., dopo il passaggio di quella valanga d’acqua, non è rimasto altro che un “paesaggio” triste e desolante, una valle senza più vita, solamente detriti, enormi sassi, sabbia e tanti, ma tanti, tronchi di alberi sradicati senza pietà.
Un tempo era nota per i suoi prodotti: le primizie di “Cavorà” e “Olìva” insieme alle pesche di “Ciànci” erano portate perfino nei mercati fuori di Limpidi.
Ho ancora impressi nella mente i volti di quei contadini che, ritornando dai luoghi del disastro, avevano il viso scavato dalla fatica e dalla sofferenza e guardavano con gli occhi attoniti e pieni di lacrime. Essi erano smarriti, sgomenti.
Tutto il lavoro e gli sforzi profusi erano stati vanificati.
Quella notte la sfortuna si era decisamente accanita contro di loro: erano stati spogliati dei loro averi e nulla era rimasto. Destino cinico e baro!
Un disastro di simili proporzioni non si era mai verificato a memoria d’uomo.
Diversi anni addietro una coppia di sposi è venuta in Italia, per un giro turistico, da un paese estero.
Lei, nata a Limpidi, era emigrata con i genitori quando aveva appena quattro o cinque anni, lui invece, di poco più anziano, era nato in quello stato da genitori pure italiani.
Avevano deciso di venire prima qui per qualche giorno, spinti dal desiderio di lei di rivedere il paese natio, e, approfittando dell’occasione, sono venuti in visita a casa mia per portare i saluti di miei vecchi amici.
La donna non ricordava più niente di quello che aveva lasciato emigrando e, dopo aver ragionato a lungo su tanti altri argomenti, mi chiese se potevo fare la descrizione di una certa località denominata “fimmanèjia”.
Gli anziani genitori gliene avevano parlato spesso, con tanta nostalgia, ed era desiderosa di portare loro qualche immagine dei luoghi che avevano ingigantito molto anche la sua fantasia.
Non era a conoscenza, però, di quello che era successo la notte dell’11 novembre del 1959.
La accompagnai al viadotto sul “Filese”, ma si è dovuta accontentare di scattare, da lontano, delle fotografie e di fare alcune riprese del panorama con le montagne, a destra e a sinistra, che portavano i segni della furia della natura: un paesaggio deturpato si è presentato ai suoi occhi!
La stradina che una volta portava alla “romantica fimmanèjia”, località rimasta nel cuore dei due anziani emigrati, non esisteva più.
Dal modo con cui mi ha parlato, ho immaginato che quei due vecchi nostalgici potevano essere, forse, qualcuna di quelle coppiette che, una volta, in quel posto, lontani da occhi indiscreti, avevano dato libero sfogo ai loro sentimenti e alle loro effusioni amorose.
Le fresche e limpide acque di “Cornarìa” durante tutti questi anni, oltre ad essere state determinanti nelle mutate condizioni igieniche della gente di Limpidi, hanno dissetato e ristorato i viandanti, le popolazioni d’interi paesi vicini e lontani, gente amica o ostile, gente brutta o bella, senza distinzione di età o sesso, e portato anche giovamento a qualche malanno. Alla condotta sono stati eseguiti pure lavori di miglioramento, ma ultimamente si nota che qualcosa manca a questo acquedotto.
Soffre per mancanza di quelle premurose cure e di quelle attenzioni prestate, con molta competenza, dai compianti dipendenti comunali Domenico Luzza (fig. 13), prima, e Nazzareno Borello (fig. 14), dopo.
Entrambi, senza ricevere ordini da nessuno, compievano periodiche ispezioni all’edificio di presa per controllarne lo stato di conservazione e alla condotta, lungo tutto il suo percorso, per accertarsi di eventuali perdite. Provvedevano, inoltre, metodicamente, alla pulizia dei pozzetti di decantazione, fino a quando sono esistiti, e alla pulizia e disinfezione dei serbatoi di distribuzione.
Oggi bisogna pur dire che…, ma questo è un altro discorso.

Pdf del ricordo "Jiàmu A La Funtàna" di Ubaldo Dorè

Commenti   

Anna Maria Chiapparo
# Anna Maria Chiapparo 2013-11-07 17:23
Complimenti sig. Dorè. E' bello trovare ancora chi ama raccontare il passato alle nuove generazioni. Resto sempre incantata dagli antichi ricordi. Certe cose, anche se ormai fuori moda e roba per nostalgici, non dovrebbero finire nel dimenticatoio.
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Michelangelo Natale
# Michelangelo Natale 2013-11-07 18:55
Ciao Ubaldo,
soltanto tu, con la tua incredibile memoria, potevi portare alla luce un amaro spaccato di vita che ha visto protagonisti i nostri sfortunati antenati. "Jamu a la funtana?" Quante volte sarà stata ripetuta questa frase tra le donne limpidesi e chissà quanto sofferenza si celava in quella fragile "gozza" la cui acqua a mala pena era sufficiente per cuocere quella manciata di erbe selvatiche che mescolate ad un pugno di fagioli costituiva il consueto alimento del nucleo familiare". Io quel periodo non l'ho vissuto, ai miei tempi c'erano già le tre fontane ben distribuite nell'abitato con un flusso d'acqua costante che soddisfacevano pienamente non solo le esigenze di Limpidi ma anche quelle dei paesi viciniori. Tu parli della fonte di "fimmaneja" con tanta naturalezza come se per andarci ci volessero cinque minuti: ma così non era. Se non ricordo male si trovava quasi a metà strada tra Limpidi e Melicuccà e gli assetati acquaioli impiegavano più di un'ora per effettuare il loro modesto rifornimento. A casa non portavano di certo acqua fresca!...
Hai resuscitato un compendio storico della nostra terra: la sete, i raccolti risicati, i soprusi, la sofferenza umana, l'alluvione del 1959 che spazzò via tutte le "Angre" nella valle di "Cavurà". Quest'ultimo avvenimento è stato devastante per tante famiglie che nel corso di una notte si videro privati delle loro uniche proprietà. Una tragedia!...
La parte che mi ha maggiormente colpito è quella dove tu rievochi gli stenti e i sacrifici di quei "poveracci che per recuperare ore di lavoro a fine giornata non rientravano in famiglia ma pernottavano in aperta campagna dormendo su giacigli di paglia o su guaine di granturco "fuschi", in capanne "pagghjiara" erette per l'occorrenza". Questo sì!... Me lo ricordo!... In merito rammento un episodio: frequentavo la quinta elementare ed il Direttore Giuseppe De Lorenzo una mattina si è presentò in classe per effettuare la sua ispezione periodica. Ci fece tante domande e una me la ricordo ancora: «ditemi quali sofferenze affrontano i nostri contadini per garantire un pezzo di pane alla propria famiglia». Ovviamente le risposte che abbiamo date si somigliavano tutte, si basavano sullo sforzo fisico, sul sudore della fronte, sui raccolti risicati e così via. Il Direttore ci esortava: «e poi?... e poi?...» Tutti ci trovavamo impacciati ma non sapevamo dire altro. Quando si rese conto che avevamo esaurite le risposte a voce bassa, come se non volesse farsi sentire, ci disse: «ma come, non sapete che i nostri contadini spesso sono costretti a dormire all'aperto, sotto un albero, esposti al freddo e alle intemperie? Nessuno vi ha mai detto che quando la "fiumara" all'improvviso si ingrossa e diventa impossibile guadarla questi nostri sfortunati fratelli rimangono bloccati in aperta campagna senza cibo, senza nulla e per lenire i morsi della fame devono andare alla ricerca di qualche bacca selvatica o di qualche granchio nei terreni paludosi?... Non sapete che nel passato qualche giovane ci ha lasciato la vita?...» Poi di colpo alzò il tono della voce e con uno sguardo di fuoco ci inchiodò ai banchi: «quando vedete per le vie del paese qualche anziano contadino, malaticcio, lacero, con la barba lunga che si trascina a stento, fermatevi... aiutatelo... e... serbategli tutto il rispetto che merita, ricordatevi che è uno sventurato contadino limpedese!...». Smise di parlare che quasi piangeva!...
Il tuo scritto dovrebbe essere oggetto di lezione scolastica ed è un vero peccato che a Limpidi non ci sono più le scuole. Mi auguro che lo legga qualche maestro e ne faccia l'uso che giustamente merita.
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