"Li barracchi di Limpidi" di Michelangelo Natale


Fino all'anno 1960 e forse anche oltre, i paesi che costituiscono il mandamento di Arena, venivano canzonati con una poesiola a rima baciata, che nel gergo dialettale era definita "diciaria o dittieri".
Con questa ode poetica si voleva fotografare, sotto forma di vivace sfottò, il costume ed il modo di vivere degli abitanti del posto.
Questa "diciaria" andava però oltre la normale decenza: era rozza, volgare, frutto di un linguaggio triviale.
Basti pensare che era composta dal genio poetico dei carrettieri, spesso pure analfabeti, i quali la canticchiavano ogniqualvolta si spostavano da un paese all'altro con il loro "trojinu" per vendere i prodotti stagionali raccolti direttamente nei fondi anzi il sorgere del sole.
La filastrocca, che era il loro cavallo di battaglia, iniziava con: Arena, Arena, Arena...... Dasà, Dasà, Dasà..... e finiva con: Dinami, Dinami, Dinami!....
Dopo gli anni '70, con l'avvento delle nuove generazioni, questi modi grotteschi di presa in giro sono scomparsi perché i carrettieri avevano ormai fatto il loro tempo e non si vedevano più in circolazione.
Io qualche espressione me la rammento ancora ma è meglio lasciar perdere perché intrisa di sguaiata volgarità.
Ricordo però come nel grossolano componimento venivano burlescamente considerati i limpidesi: "persone inaffidabili e gente da tenere alla lontana".
Questa non bella reputazione, per le orecchie degli acquaresi era musica soave e non lesinavano pungenti canzonature, cantilenate nel modo tipico dell'accento limpidese, tutte le volte che incrociavano qualcuno della frazione:
«Di Limpidi siti?... Dio mu ndi scanza e libera!... Alla larga, alla larga!...»
Va detto che tra acquaresi e limpidesi c'è sempre stata una blanda rivalità, simpatica se vogliamo ma continua, come d'altronde esisteva tra gli abitanti delle frazioni Monsoreto e Melicuccà con quelli del capoluogo Dinami.
Ma la rivalità più radicata, oserei dire cruenta, era quella esistente tra gli abitanti di Dasà e di Acquaro.
Questa andava oltre il normale sfottò campanilistico e spesso era sufficiente, come succedeva negli ultimi anni, una banale motivazione: bastava la presenza ad una festa o ad un incontro di calcio, nemmeno disputato tra di loro, per determinare risse generali con botte e mazzate da "orbi".
Qualcuno ricorda ancora la famosa "battaglia" che si combatteva nella ricorrenza del carnevale dove i contendenti si appostavano nelle adiacenze del cimitero di Acquaro e qui studiando strategie militaresche se le davano di brutto senza esclusione di colpi.
Non la smettevano fino a quando non sgorgava del sangue.
Sconosco le origini e i motivi di questa "battaglia".
Pare facesse capo ad una antica usanza, se vogliamo "tribale", il cui unico scopo era quello di dimostrare al vicino la propria superiorità lottando con mezzi leciti ed illeciti e che aveva come risultato finale solamente la conta delle teste rotte, con grande disappunto dei medici condotti.
Era una guerra nel vero senso della parola ed ebbe fine soltanto quando i Carabinieri intervennero con autorità intimando ai due popoli di porre fine agli scontri pena denunce penali per i trasgressori.
Tra limpidesi ed acquaresi per fortuna la "battaglia" si consumava solo a parole: battute, sfottò e null'altro.
Quest'ultimi si sentivano importanti in quanto residenti nel comune capoluogo ('nta a capitali) e quindi legittimati a sbeffeggiare e considerare quelli della frazione cittadini di serie "B".
Però a loro volta venivano appellati "gargiuti" vale a dire dalla bocca larga "gargia", abituati a spararle grosse ingigantendo tutto fino all'inverosimile e "vantaluori" perché molto disponibili a autoincensarsi.
Per alcuni l'abitato di Acquaro era "una piccola Roma", per altri "una piccola Firenze" e guai a contraddirli, si arrabbiavano e giustificavano le loro assurde sparate asserendo: «Roma ha il suo Lungotevere?... Firenze ha il suo Lungarno?... Beh... noi abbiamo il nostro lungo Amello!».
Lo sostenevano con molto convincimento se si pensa che un mio zio, osservando con orgoglio il panorama che si presenta dalla contrada "Melidorio", con tono quasi infastidito, rivolgendosi a quanti gli stavamo vicino una volta disse: «io non capisco perché Acquaro ancora non è stata elevata al rango di provincia! Cosa stanno aspettando?...»
In virtù di queste esagerazioni i limpidesi avevano coniato un ritornello che tiravano in ballo per controbattere i motteggi ricevuti, cantilenando a loro volta la frase: "Frata mio (fratello mio) stasira appuntijiati li giarri nommu ti cada l'uogghjiu cu lu spostamientu d'aria".
La frase burlescamente veniva attribuita agli organizzatori della festa di San Rocco il cui compito tra l'altro era quello di informare tutta la cittadinanza, compresa quella di Limpidi, di puntellare le giare piene d'olio custodite nei "bassi", perché il botto della "palla scura" a chiusura dei fuochi pirotecnici, avrebbe determinato uno spostamento d'aria pari ad un terremoto disastroso.
Va detto che al di là dell'attaccamento viscerale che ognuno nutriva per il proprio luogo natio, non si covavano asti o rancori e mai si sono verificati episodi litigiosi: tutto alla fine si completava con grosse risate e pacche sulle spalle.
Ma adesso cerchiamo di ricordare uno degli episodi che avevano determinato la cattiva "nomea" degli abitanti di Limpidi.
Si racconta che verso l'anno 1930, in occasione della festa della Madonna del Rosario, "Pieppi lu limpiduotu" uomo intelligente, simpatico e gioviale ma per lo più quasi sempre sotto l'effetto del "dolce liquore di Bacco", vedendo seduto, antistante la bottega-osteria di "lu mastazzolaru", un ometto di Gerocarne con sul tavolo un bel mezzo litro di vino, attirato magneticamente dalla sanguigna bevanda di cui come dicevamo ne era accanito bevitore, gli corse incontro con le braccia aperte gridando: «Cumpari mio, cumpari mio, chi piaciri!... Pecchì no m'abbertistivu ca venivivu a la festa? Si lu sapia vi 'mbitava mu mangiati a la casa mia».
L'ometto gli lanciò un'occhiata tutta interrogativa ma, impressionato dalla possente stazza del nuovo arrivato, con una vocetta quasi impercettibile gli rispose: «ma io no bi canusciu!... Vui cu siti!...»
«Oh cristiani mia!... No mi canuscia!... Ma allura cumpari mio perdistivu lu sienzu!... Io sugnu don Peppinu, lu primu proprietario di Limpidi. Ajiu casi, vigni, tumanati di alivari e tutto vasciu è lu mio. Possibili ca no vi ricordati di mia?... Ma no fa nente, mo vi tiegnu nu puocu di cumpagnia, ndi 'mbivimu sta lagrima di vinu e pua io ndi uordinu 'na damigiana di chijiu buonu. Vestianu! (l'oste a suo tempo era Sebastiano Muratore) porta 'nu bicchieri!».
Ed in men che non si dica tracannò quasi d'un fiato tutto il mezzo litrotto di vino.
Il povero ometto, col bicchiere vuoto in mano, aspettava che venisse ordinata la damigiana, ma non aveva il coraggio di proferire parola perché "Pieppi" già cantava e sbraitava a voce alta, usando un linguaggio astruso privo di qualsiasi logica.
Il baccano che procurava non passò inosservato a due Carabinieri, in servizio d'ordine, che in quel momento stavano ordinando ad un carrettiere di spostare il carro dal centro della strada.
Per meglio vedere chi determinava tanta caciara si mossero nella direzione della bottega.
«Stativi cittu, stativi cittu, ca stannu arrivandu li Carbinieri!» si premurò di avvertirlo il gerocarnese.
«Io minda strafuttu di li Carbinieri e di cu li cumanda, chiji sugnu carni vinduta! Mu venanu ccà ca l'aggiustu io!»
Questa fu la coraggiosa ed intrepida risposta del grande "proprietario terriero” limpidese ormai in preda ai fumi dell'alcol.
In un attimo i due tutori dell'ordine che avevano chiaramente sentito l'espressione non certo lusinghiera nei loro riguardi, si posarono davanti al tavolo e con fare minaccioso intimarono: «chi è stato?... Chi è che se ne strafotte dei Carabinieri?...»
"Pieppi” in un attimo di lucidità, intuì il pericolo in cui si era cacciato e furbacchione com'era, levandosi subito il berretto in segno di ossequio e ponendosi sull'attenti quasi fosse un militare rispose: «ijiu fu!.. Fu chistu delinguenti!... Arrestatilu pecchì no si mierita pietà, offendiu li Carbinieri Reali, ma chi dicu... li Gendarmi Reali».
Il povero ometto, che mai si sarebbe aspettata un'accusa del genere, cercava di parlare per scolparsi ma "Pieppi” col suo vocione e col suo fare minaccioso lo intimava di stare zitto: «no parlare quandu ti truovi davanti a li Carbinieri Reali, statti cittu, no stare sedutu, levati e mientiti sull'attenti. Ti lu dicia io nuommu 'mbivi!... Ma tu no mi dasti retta, mo chi bbua. Lu carceru ti aspetta!...».
I due Carabinieri presero come un fuscello l'ometto tutto tremante che non aveva voce per parlare e se lo portarono via.
Pare che a distanza di tempo i due compari si siano reincontrati e "Pieppi” sempre col suo fare esagerato cercò di avvicinarsi, ma l'altro allontanandosi in tutta fretta l'apostrofò: «vatinda... vatinda disgraziatu ca mi la facisti la strina!...»
Ma veniamo alla vicenda determinante a cui la filastrocca faceva riferimento.
Va ricordato che nell'anno 1908 in Calabria ed in Sicilia si verificò un disastroso terremoto seguito da un violento maremoto che sommerse Reggio Calabria, Messina e varie zone costiere dello stretto.
Una catastrofe immane!... Acquaro, Limpidi e i paesi circostanti non vennero risparmiati e tante famiglie si trovarono all'improvviso in mezzo alla strada, senza un tetto, senza viveri, senza nulla.
Lo Stato per fronteggiare questa situazione di estremo disagio stanziò dei fondi per la realizzazione di alcune baracche.
Ad Acquaro vennero costruite lungo l'attuale corso Umberto I e a Limpidi nella contrada "Serra” distante circa 200 metri in linea d'aria dall'abitato.
I richiedenti limpidesi erano ovviamente molti e le poche baracche di legno, cinque in tutto, non potevano sopperire alle esigenze di tutte le persone in difficoltà che agognavano di avere al più presto una nuova casa anche se modesta.
Tra gli aspiranti si scatenò una corsa sfrenata per accaparrarsi i favori delle autorità preposte all'assegnazione e seppure nella povertà più nera ogni partecipante offriva non solo quel poco che possedeva ma prometteva di dare pure quello che non aveva: tutti quindi nel proprio intimo erano convinti, grazie alle garanzie ricevute da personaggi opportunisti ed insignificanti, di fare parte della rosa dei fortunati occupanti.
Questa loro convinzione facevano di tutto per non farla trapelare all'esterno e, al fine di evitare sospetti nel paese, stavano tutti buoni e tranquilli.
Finalmente una mattina di domenica tra urla, spintoni, minacce e bestemmie vennero fatti i nomi dei legittimi assegnatari ed al sorriso dei pochi faceva eco il dissenso e le minacce degli esclusi che oltre tutto si sentivano traditi e presi in giro dalle promesse certe non mantenute.
La graduatoria, anche se nel trambusto generale, venne stilata e i cinque prescelti furono invitati a presentarsi l'indomani negli uffici comunali per stipulare il contratto e ritirare le chiavi.
Ma le chiavi non vennero mai consegnate!...
Le belle baracche "nuove fiammanti", nel corso della notte, non si sa come, andarono in fumo.
«Madonna mia chi peccatu!... Li vrusciaru!... Malanova m'hannu!...»
Era questa l'invettiva che di bocca in bocca circolava per le viuzze di Limpidi.
I sospettati ovviamente non mancavano, si vociferavano sottovoce dei nomi, ma non si poteva procedere per la mancanza di testimoni, nessuno aveva visto o sentito nulla.
Le indagini proseguivano a ritmo incessante e tutti gli abitanti del paese vennero convocati in caserma.
Le famiglie che erano state escluse dall'assegnazione e che avevano gridato e minacciato sfracelli vennero messi con particolare attenzione sotto torchio, ma dai lunghi interrogatori non emerse il benché minimo elemento di colpevolezza.
Il povero Maresciallo dei Carabinieri, comandante della stazione di Arena, quotidianamente faceva dei sopralluoghi sul posto chiedendo, pregando, supplicando, ma alle sue pressanti domande la risposta era sempre la stessa: un'alzata di spalle.
Sembrava che le benedette baracche si fossero date fuoco da sole: per autocombustione.
I limpidesi erano muti, ciechi e sordi e il povero Maresciallo non sapeva a quale santo rivolgersi: si sentiva distrutto anche se non era suo costume arrendersi alle prime difficoltà.
Sul suo conto erano fiorite una serie di storielle gonfiate ad arte per denigrare il suo operato di tutore dell'ordine: certamente non era visto con simpatia.
In merito circolava la voce che una sera, mentre si trovava nella piazza di Arena, una scossa di terremoto determinò tra i presenti un fuggi fuggi generale al grido: «lu terramuoto, lu terramuoto!... Scappati!... Scappati!... Aiutu!... Aiutu!...»
Egli, che molto probabilmente non aveva avvertito il movimento tellurico, tirò dalla fondina la pistola e con questa spianata guardando a destra a manca gridava: «fermativi, fermativi !... Dicitimi dov'è stu terremuotu ca lu fazzu siccu!».
Non era certamente una mente eccelsa, ma era cocciuto, tenace e non si arrendeva facilmente alle prime difficoltà: ci teneva a farsi rispettare.
Le cronache lo hanno descritto così: alto, con dei baffi alla Dartagnan, portamento altezzoso e grosse scarpe di cuoio, sia d'estate che d'inverno, ingrassate e lucidate a specchio il cui "cichiti" si sentiva da un chilometro di distanza.
Finalmente una sera un piccolo barlume di luce sembrò intravedersi: "mastru Ninu" lo chiamò da canto e gli fece capire che una persona, "cummari Marianna”, poteva avere visto l'autore dell'atto criminoso.
Era una vedova alquanto anziana, quasi sempre sveglia di notte, abitante in una casupola nella periferia dell'abitato che soleva recarsi sovente alla "contrada Serra” dove aveva l'unico piccolo appezzamento di uliveto.
Il comandante alzò la testa come per dire: «ma come?... Non l'ho interrogata?...»
E resosi conto che effettivamente l'aveva saltata, data la veneranda età, ordinò seduta stante al Carabiniere che gli stava vicino di seguirlo.
Con passo maestoso, quasi stesse partecipando ad una parata militare, si incamminò col suo "cichiti" canterino che preannunciava, a quanti non lo vedevano, la sua imminente presenza.
I suoi modi gentili e garbati furono apprezzati da "cummari Marianna” la quale si prestò di buon grado a rispondere alle domande che le venivano rivolte.
Il Maresciallo che non stava nella pelle iniziò il suo l'interrogatorio.
«Allora signora donna Marianna avete visto chi ha dato fuoco alle baracche?...»
«Gnorsì!... Lu vitta!... Lu vitta cumandanti mio.»
«Brava signora...» e rivolgendosi al Carabiniere:
«Francischi!... Fai presto tira fuori dalla borsa carta, penna e calamaio e... cerca di verbalizzare tutto, apri bene le orecchie, mi raccomando non farti scappare una virgola e questa volta scrivi bene, non fare come il tuo solito!...»
Poi sempre con modo garbato verso l'interlocutrice:
«Brava!... Brava!... Vedrà che le faccio dare un premio dal Sindaco!... Mi dica come prima cosa se era di Limpidi e se lo ha riconosciuto.»
«Gnornò no lu canuscivi, però… era nu bellu giuvani…»
«Brava signora!... E... come era? Era alto?... Si ricorda come era vestito?»
«Gnorsì, era atu e… portava puru li baffi...»
«E... mi dica, come era vestito?...»
«Ah!... Era vestutu assai buonu…, avia 'nu vestitu pulitu e… 'ntesta puru nu bellu cappiejiu…»
«Un cappello?... Portava un cappello e... che forma aveva se lo ricorda?»
«Ciertu ca mi lu ricuordu, cuomo no!... Aspettati, fazzu nu puoco di luci ca si sta faciendu scuru…»
Comare Marianna, con passo lento e strisciante, aiutandosi col bastone, prese la "lumera ad olio" vicino al focolare e l'accese.
Si avvicinò al Maresciallo e, come se si trovasse di fronte un fantasma incominciò ad osservarlo attentamente, infine scuotendo la testa disse:
«Cumandanti mio!... Sspettati!... Aspettati!... Lu cappiejiu era uguale a lu vuostru!... Era bellu cuomu a bbui… ed avia li stiessi baffi vuostri!... Sapiti chi bi dicu?......... A mia mi pariti propriu.........»
Ma il Maresciallo non le diede il tempo di completare la frase!
Si alzò di scatto dal ceppo su cui era seduto e, rivolgendosi al suo subalterno che, anche lui seduto su una cassapanca, tutto sudato come se stesse facendo la "scirpa" e con le mani intrise di inchiostro, si sforzava di prendere nota su un foglio di carta, gli ordinò in termini perentori:
«Franceschì!... Strappa immediatamente quel pezzo di carta e non dire a nessuno quello che hai sentito e visto! Andiamo via di corsa e non torniamo più a Limpidi "ca sti cazzi di limpiduoti a la fini mandanu 'n galera a nui!"»
Andarono via di corsa e l'inchiesta col passare degli anni cadde nel dimenticatoio. Eppure "la limpidota cummari Marianna” gli indizi glieli aveva dati e… "molto chiari!
Peccato che il tutore dell'ordine, che come dicevamo non era di mente eccelsa né tanto meno uno "Sherlok Holmes”, non riuscì a intuire (bastava un pizzico di intelligenza) quale verità si celasse nelle parole dell'anziana donna. Purtroppo si convinse che la testimonianza fosse una ridicola messa in scena per sviare le indagini e con questa convinzione archiviò la pratica!...
Successivamente, quando ormai più nessuno parlava delle baracche bruciate, si appurò che l'incendiario era stato proprio uno che portava un cappello uguale a quello dei Carabinieri e aveva le stesse caratteristiche fisiche del Maresciallo-investigatore.
"Peppinieju”, la Guardia Comunale, indignato perché la sua autorevole intercessione non aveva dato i frutti sperati alle aspettative del cognato, notte tempo aveva compiuto il folle gesto.

Il racconto in fomato pdf: "Li Barracchi di Limpidi" di Michelangelo Natale


Recensione di Ubaldo Dorè al racconto di Michelangelo Natale
E chi le ricordava più queste storie, vecchie storie, storie diverse di carattere popolare che fin dalle origini hanno caratterizzato e segnato lo stile di vita del nostro paese e, in modo indelebile, il panorama della vita sociale dell'intero territorio. Hanno il sapore di leggenda, ci conducono nel magico mondo delle favole che ci incantavano quando, nel silenzio della sera, le raccontavano i nostri nonni, i nostri genitori. Sono cose passate, quasi da tutti ormai dimenticate ma sempre in attesa di qualcuno in grado di riportarle in vita. Lo ha fatto Michelangelo Natale che, da storico e da artista, non appena gli è venuta in mente questa vecchia vicenda, ha preso "tela, tavolozza e pennello”, sempre a portata di mano, e...... via!
Avvenimenti gioiosi e funesti: chi lo sa quanti ne nasconde il passato non solo di Limpidi ma anche di Acquaro; Dasà; Arena; Melicuccà; Dinami e Monsoreto!
"Ad Arena li seggiari; a Dasà si...; Acquaro lu paisi di lu zingaru e di la spartizione di lu Crucifissu; Limpidi lu paisi di li briganti e di li manganari; Melicuccà lu paisi di lu casu buonu; Dinami l'allittarati; ecc..”
Queste sono soltanto alcune de "li diciarii, di li dittieri” "composte dal genio poetico dei carrettieri spesso pure analfabeti”.
E' un peccato che non ci siano più i "carrettieri con il loro trojino”, "i cantastorie”, per rimembrarci, come una volta, le antiche tradizioni e gli antichi costumi.
E' un peccato che non siano più in circolazione quei "menestrelli” capaci, con le loro "diciarie rozze e volgari”, di farci fare un tuffo nel passato, custode di innumerevoli segreti, per conoscere uomini e cose, per scoprire come eravamo! Bello questo componimento di Michelangelo: mi commuove la sua struggente nostalgia nel raccontare gli episodi e personaggi del borgo natio.
Mi sembra di rivedere in "Pieppi” il personaggio cui il compianto, ma sempre vivo, poeta Domenico Muratore dedicò una sua raccolta di poesie:
"A tutti i miei cari vivi e defunti e a Giuseppe Minniti in arte «Folèa» che sotto la guida della magica bacchetta del mitico ellenico Dionisio offrì, senza nulla chiedere in cambio, spettacoli canori agli abitanti di Limpidi e per lunghi anni.
E' un bel "pezzo di storia patria” in cui solo alcuni nomi dei personaggi esistiti sono di fantasia: "Pieppi”; ”il gerocarnese”; "Il Maresciallo con il cichiti e il suo subalterno”; "cummari Marianna” e infine "Peppiniejiu” sono tutti attori protagonisti che si avvicendano a recitare sulla stessa scena.
Ci sono poi le popolazioni dei paesi con i loro usi "tribali”: quelli della "battaglia”.
"Mastru Pascali” dovendo tutte le sere partire da Limpidi, suo luogo di lavoro, per raggiungere Dasà dove dimorava, era costretto a percorrere sconosciuti viottoli di campagna per evitare di attraversare l'abitato di Acquaro e così ritornare a casa indenne.
Ma questi sono solo alcuni dei fatti realmente accaduti in epoche recenti perché non si ha memoria di quelli più antichi e certamente ancora più interessanti.
Quanta storia che fa parte integrante della vita delle genti del nostro territorio noi non conosciamo! Quanto poco sappiamo sulle nostre origini! La mente fervida di Michelangelo, questa volta, ha riportato alla memoria l'avvenimento delle "baracche di Limpidi”, ha voluto "riesumare” con dovizia di particolari e con la sua solita eleganza, un fatto, forse uno degli ultimi, che ha profondamente segnato, per lungo tempo, il rapporto non solo tra acquaresi e limpidesi ma anche, purtroppo, tra gli abitanti degli altri paesi, per intenderci quelli "di la capitali”, con quelli delle frazioni come i limpidesi: una vicenda che fece parecchio scalpore e per diverso tempo.
"Vui siti chiji di li barracchi, siti di lu paisi di li briganti!”
Era lo "sfottò” continuo che veniva fatto, in molti casi con disprezzo, aggressività, da gente spocchiosa, vanagloriosa.
Gli abitanti delle frazioni, "considerati cittadini di serie B”, dovevano sottostare ad umiliazioni d'ogni sorta. Per un giovane della frazione, nonostante meriti e professionalità, era quasi impossibile ottenere un impiego negli uffici del comune perché questo era un diritto riservato a quelli "di la capitali” e chi si permetteva commetteva un reato "di lesa maestà”.
Tra il 1960 e il 1970 (non nell'anno 1908) la storia delle baracche "approdò” in Pretura dove si celebrava un processo in cui era stato citato come testimone un limpidese.
In quel giorno, un difensore, chiese al Giudice di non tenere per buona la testimonianza di quella persona perché proveniente dal paese in cui avevano tentato, tanti e tanti anni addietro, di incolpare come autore di un fatto criminoso (l'incendio delle baracche) addirittura il Maresciallo dei Carabinieri comandante la locale stazione.
Ogni occasione era buona per screditare il limpidese.
Si arrivava a tanto!
Caro Michele, non sempre la "battaglia” tra limpidesi e acquaresi "si svolgeva sotto forma di vivace sfottò” e non sempre tutto "alla fine si completava con grosse risate e pacche sulle spalle”.
Quante e quante volte i limpidesi, "meno giovani”, hanno dovuto sentirsi dire, non solamente dagli acquaresi: "ah malanova!"; "Ah maciejiu!”; ” Siti chiji di li barracchi!”; " Siti di lu paisi di briganti!”, solo per il gusto di denigrare.
Si trattava di "bocconi amari” da ingoiare ma il più delle volte le reazioni erano alquanto violente: risposte con battute al vetriolo che lasciavano il segno perché al limpidese non è mai mancata la capacità di rintuzzare in modo tagliente a certa prosopopea, arroganza e presunzione che è quasi sempre, purtroppo, sinonimo di ignoranza.
E' passata molta acqua sotto i ponti, è trascorso più d'un secolo dall'epoca dei fatti eppure è come se Michele avesse toccato un nervo scoperto.
Oggi, "nell'era della globalizzazione” tutto è profondamente mutato e i rapporti sono di amicizia, di "buon vicinato”. Ad un certo modo di vivere ancestrale si contrappone un sistema adeguato alle esigenze della vita moderna e non poteva essere diversamente.
I fatti sono ben descritti nel racconto de "Li barracchi di Limpidi” in particolar modo laddove c'è la conclusione dal "leggero sapore” di "lezione di storia” che mi piace ricordare:
"Eppure "la limpidota cummari Marianna” gli indizi glieli aveva dati e… "molto chiari!”
Peccato che il tutore dell'ordine, che come dicevamo non era di mente eccelsa né tanto meno uno "Sherlok Holmes”, non riuscì a intuire (bastava un pizzico di intelligenza) quale verità si celasse nelle parole dell'anziana donna.
Purtroppo si convinse che la testimonianza fosse una ridicola messa in scena per sviare le indagini e con questa convinzione archiviò la pratica!...
Successivamente, quando ormai più nessuno parlava delle baracche bruciate, si appurò che l'incendiario era stato proprio uno che portava un cappello uguale a quello dei Carabinieri e aveva le stesse caratteristiche fisiche del Maresciallo - investigatore.
"Peppinieju”, la Guardia Comunale, indignato perché la sua autorevole intercessione non aveva dato i frutti sperati alle aspettative del cognato, notte tempo aveva compiuto il folle gesto.
Io, che faccio molta fatica a esprimere un giudizio, posso solo dire che lo trovo molto bello, scritto con naturalezza e garbo, con il solito inconfondibile stile, abbastanza scorrevole e con tutte le descrizioni che lo rendono piacevole.
Michelangelo Natale riesce, come al solito, sempre ad appassionare il lettore con tutti quei personaggi ben "dipinti”, che è una sua arte particolare, e che sono uno dei punti di forza della storia.
Per me è veramente interessante per quello che racconta.
Vale la pena leggere tutto così come vale la pena leggere, nel libro di Domenico Capano dal titolo "Piergiovanni Salimbeni, nel '700, da quella picciola Terra di Limpidi”, a pagina 79 il saggio di Domenico Giofrè "Limpidi nella storia e Salimbeni”, per meglio sapere perché Limpidi veniva chiamato "il paese dei briganti”.
E' questo il terreno dentro cui affondano le nostre radici!

Commenti   

scarmozzino
# scarmozzino 2014-06-01 22:03
Complimenti!
Sono contento di aver letto questa pagina, in cui esprime alcuni passaggi del nostro passato.
Io ho vissuto a limpidi per undici anni, figlio di madre limpidese e di padre acquarese, orgoglioso di esserlo.
Mi mancano quei momenti assieme ai miei amici d'infanzia, momenti nel cortile della chiesa dove giocavamo a pallone.


scarmozzino giuseppe 78
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Ubaldo Dore'
# Ubaldo Dore' 2014-06-04 18:03
Ciao Pino, è stato bello averti in mezzo a noi.
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scarmozzino
# scarmozzino 2014-06-07 21:38
Caro dorè ti porgo i miei più sinceri saluti.
Ricordo, quando ero ragazzo, il rombo del suo mitico maggiolone bianco, che rimbombava fino su a casa dei miei cari nonni. Bufalo francesco e minniti rosa. Sicuramente lei ricorderà. Rinnovo il mio saluto a tutti i limpidesi.
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Ubaldo Dore'
# Ubaldo Dore' 2014-07-10 19:38
Si Giuseppe, ti ho chiamato sempre così, il mio mitico "maggiolino bianco", che tu ricordi perfettamente ora si trova in una autocarrozzeria del nord-Italia per essere rimesso nelle condizioni originali. E' passato a dei miei nipoti che vivono in quei posti. Bei ricordi di quei tempi e anche di quelle persone, caro Giuseppe, che ci danno molta nostalgia. Purtroppo quei tempi non tornano più e molte di quelle persone come la famiglia di tuo padre e molte altre non ci sono più nel paese. Ma rimane un bellissimo ricordo quando tu frugoletto insieme a tanti tuoi coetanei allietavate l'ambiente. Ma il tempo passa e...così va' il mondo. Però ogni tanto potersi scambiare quattro parole così fa bene al cuore. Ti abbraccio.
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